martedì, Febbraio 10, 2026
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28 anni dopo – Il tempio delle ossa, recensione del film di Nia DaCosta

Diretto da Nia DaCosta, scritto da Alex Garland e prodotto da Danny Boyle, 28 anni dopo – Il tempio delle ossa è al cinema dal 15 gennaio distribuito da Eagle Pictures.

Il sequel del sequel, la saga che trae origine dalla saga, la nuova trilogia del franchise che approda al suo secondo capitolo: con 28 anni dopo – Il tempio delle ossa prosegue il viaggio post-apocalittico che unisce l’estro produttivo di Danny Boyle – qui non più anche regista – e il guizzo autoriale di Alex Garland.

Diretto da Nia DaCosta, il film si inserisce in continuità narrativa e tematica con 28 anni dopo, ma sceglie fin da subito una traiettoria diversa, più teorica, più simbolica, meno ancorata all’urgenza fisica dell’horror e più interessata a scandagliare ciò che resta dell’umano quando la sopravvivenza diventa ideologia. Prodotto da Sony Pictures e distribuito in Italia da Eagle Pictures, il sequel del film diretto da Boyle conferma la volontà del franchise di non limitarsi alla ripetizione di formule, ma di usare il genere come strumento di riflessione sul presente.

Tornano due figure centrali del capitolo precedente: Ralph Fiennes nei panni del dottor Ian Kelson, medico-scienziato-filosofo isolato dal mondo, e Alfie Williams, ancora una volta cuore emotivo del racconto nei panni di Spike, testimone di una generazione che non ha mai conosciuto il “prima”. Accanto a loro spicca Jack O’Connell, che dopo l’inquietante ruolo dell’immigrato Remmick ne I Peccatori di Ryan Coogler, torna a incarnare un antagonista disturbante, guidando una setta di fanatici religiosi con un carisma feroce e ambiguo. Un cast che in buona parte regge il peso di un film chiamato a traghettare la saga verso il suo atto finale.

Tra due sentieri divergenti che convergono

28 anni dopo – Il tempio delle ossa riprende esattamente da dove si era interrotto 28 anni dopo, frammentando però il racconto in due percorsi che avanzano per attrazione e divergente conversione. Da una parte c’è Spike, separato da ogni riferimento familiare e progressivamente inglobato da un gruppo di sopravvissuti noti come “i Jimmy”, una setta che ha fatto del culto satanista e della violenza rituale la propria ragione d’essere. Guidati spiritualmente dal mito del “vecchio caprone” e materialmente dal suo portavoce, Sir Jimmy Crystal, i membri della setta trascinano il ragazzo in un percorso di fanatismo e spoliazione dell’identità, mascherato da promessa di appartenenza e salvezza.

Dall’altra parte c’è il dottor Ian Kelson, che prosegue i suoi esperimenti sul virus della rabbia attraverso Samson, un Alpha catturato e studiato non come mostro, ma come possibile ponte evolutivo. Nel suo tempio costruito letteralmente con le ossa del passato, Kelson tenta di dimostrare che il virus non ha cancellato l’umanità, ma l’ha trasformata, aprendo la strada a una nuova forma di coscienza. Due linee narrative che procedono in alternanza – prima di scontrarsi – interrogandosi su cosa significhi davvero evolvere in un mondo che ha soverchiato l’umano e la sua percezione.

Umano e bestia: traiettorie inverse

28 anni dopo – Il tempio delle ossa costruisce il suo impianto tematico su un movimento speculare: mentre la creatura generata dal virus intraprende un percorso di progressiva umanizzazione, l’essere umano sceglie deliberatamente la strada opposta, abbracciando la bestialità come forma di liberazione. Samson, l’Alpha osservato da Kelson, impara a contenere la violenza, a riconoscere il legame, persino a rispondere a una figura paterna che lo guida e lo plasma. Al contrario, i Jimmy rinunciano a ogni residuo di empatia, spogliandosi simbolicamente e fisicamente della loro identità umana attraverso rituali di “carità” che nascondono sopraffazione e annientamento.

Il film sposta continuamente il suo sguardo da una parte all’altra, suggerendo che la linea di confine tra uomo e mostro non passa più dal virus, ma dalla scelta. L’orrore non nasce dall’infezione, ma dalla volontà di aderire a un’idea assoluta, che sia scientifica o religiosa. In questo senso, la setta diventa il vero corpo mutante del film: una comunità che ha deciso di regredire, di abbracciare il caos come nuova forma di ordine.

Scienza, religione e padri imperfetti

Il dualismo centrale si articola anche sul piano ideologico: da una parte la scienza, dall’altra la religione, entrambe presentate come forze potenzialmente salvifiche ma ugualmente pericolose se private del dubbio. Ian Kelson rappresenta una scienza che cerca di comprendere, non di dominare; Jimmy Crystal incarna invece una religione cieca, fondata su un credo fallace che trasforma la fede in strumento di potere.

Al centro di tutto torna il tema del rapporto padre-figlio, già fondamentale nel capitolo precedente. C’è quello distorto tra Jimmy e il suo padre-Satana, entità simbolica che giustifica ogni atrocità; c’è quello tra Kelson e Samson, una rilettura post-apocalittica del mito di Frankenstein, dove il creatore è chiamato a rispondere moralmente della propria creatura; e c’è, più in filigrana, il rapporto tra generazioni, tra chi ha conosciuto il mondo prima del collasso e chi è nato dentro le sue rovine.

Un equilibrio fragile tra visione e rischio

Opposti che da lontano si alternano e inconsapevolmente si attraggono, percorsi scissi che si uniscono, voci discordanti che ricercano un ascolto comune; il confronto in 28 anni dopo – Il tempio delle ossa è centrale, e lo si avverte anche nell’implicito “scontro” tra Danny Boyle e Nia DaCosta. La regia di DaCosta è più lineare, meno sperimentale, rinuncia a parte dell’iconoclastia visiva del capitolo precedente per concentrarsi su una messa in scena più ordinata e simbolica (anche se la sequenza in cui il dottor Kelson accoglie i Jimmy nel suo tempio, accompagnata dalle note di The Number of the Beast degli Iron Maiden, merita una speciale menzione e di rimanere icona del film).

Alex Garland, dal canto suo, sceglie di imprimere al racconto un tono nuovo, più apertamente sarcastico e satirico, in contrasto con la gravità del primo capitolo. È una scelta rischiosa: da un lato dona originalità e spiazza, dall’altro alleggerisce un’opera che continua a voler essere una riflessione filosofica sull’umano. I temi sono forti – scienza e religione, padri e figli, memoria e futuro – ma i dialoghi non sempre riescono a sostenerne il peso. Come già accaduto con 28 anni dopo, anche questo film sembra trattenere parte del suo potenziale, rimandando la piena realizzazione al capitolo conclusivo. La chiusura, però, ricollega fili lasciati sospesi dal tempo, dagli anni, dai giorni, e proietta lo sguardo in avanti, preparando il terreno per un finale che promette di dare senso all’intera nuova trilogia.

Guarda il trailer di 28 anni dopo – Il tempio delle ossa

GIUDIZIO COMPLESSIVO

28 anni dopo – Il tempio delle ossa è un film ambizioso, irregolare, che osa e rischia nel cambiare tono e prospettiva, pur cercando di restare fedele all’anima del franchise. Non tutto funziona allo stesso modo, e alcune scelte narrative dividono, ma il coraggio di interrogarsi sull’umano, invece di limitarsi a mostrarne la fine, resta il suo valore più grande. È un capitolo di transizione, imperfetto ma necessario, che convince più per ciò che promette che per ciò che compie, e che trova la sua forza nel pensiero più che nell’istinto.

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