lunedì, Settembre 26, 2022
HomeRecensioni1922 recensione del film targato Netflix tratto da Stephen King

1922 recensione del film targato Netflix tratto da Stephen King

Stephen King è pronto a tornare per colonizzare i nostri incubi. Questa volta tocca a 1922, film targato Netflix che prende spunto dal racconto breve dello scrittore americano contenuto nella raccolta antologica Notte Buia, Niente Stelle.

Nel 1930 un uomo chiuso in una stanza d’albergo scrive un macabro memoriale dove confessa di aver programmato l’omicidio della moglie Arlette, nel 1922, insieme al figlio adolescente. L’uomo si chiama Wilfred, e nel periodo in cui avvennero i drammatici fatti di sangue, possedeva un terreno agricolo che la moglie voleva vendere per trasferirsi in città insieme al figlio. Ma il rifiuto dell’uomo e le tensioni ingestibili all’interno della coppia spinsero ben oltre l’immaginabile il punto di rottura, innescando una serie di eventi sempre più pericolosi ed inquietanti sui quali sembra aleggiare, anche a distanza di ben otto anni, un atroce alone di morte.

1922 è capace di infondere inquietudine sottile dosando con maestria horror, gore e suspense

Netflix si dimostra sempre al passo coi tempi, anche con questo 1922: nell’anno chiave che segna il prepotente ritorno di King al cinema, dopo Il Gioco di Gerald si torna a pescare nel bacino della sua sterminata produzione letteraria, confezionando un film capace di scardinare qualunque riferimento di genere.

Già a partire dal trailer, 1922 è capace di infondere inquietudine sottile dosando con maestria horror, gore e suspense: già su carta il gusto di King è più vicino, in questo caso, ai lavori di maestri americani come Edgar Allan Poe e H.P. Lovecraft.

L’orrore che lentamente si insedia nella vita del fattore Wilfred non viene da fuori, non è incarnato da una pericolosa minaccia esterna: è nutrito direttamente dall’oscurità della sua anima, nera come l’occhio cieco del pozzo nel quale cercherà di annegare i propri torbidi segreti per sempre.

1922

1922 recensione del film targato Netflix tratto da Stephen King

Parafrasando Nietzsche, bisogna stare attenti a scrutare nell’oscurità dell’abisso, per evitare che quest’ultima scruti dentro di noi; e proprio quest’errore commette Wilfred, permettendo all’oscurità di gettare il suo occhio maligno non solo nella sua anima ma soprattutto in quella di suo figlio, Henry “Hank”.

1922 è un anno; uno dei tanti che popolano l’universo di King. Ma rappresenta soprattutto uno spartiacque tra il vecchio e il nuovo che avanza, tra la modernità dilagante e la lunga e spettrale ombra della Grande Depressione alle porte.

Wilfred e sua moglie incarnano alla perfezione il ritratto di quel Midwest rurale che fu spazzato via dalle bolle di Wall Street, dal crollo dei consumi e dalla crisi. Arlette sogna una vita diversa che cerca di raggiungere ad ogni costo portando, con sé, suo figlio adolescente; il marito, al contrario, vive ancorato alle tradizioni del passato, al valore dei campi e alla venerazione del dio supremo, il granturco.

Gli elementi tipici del “King-verso” tornano prepotentemente, tra gli incubi cupi della pubertà e le meschinità della crescita

Gli elementi tipici del “King-verso” tornano prepotentemente anche qui, tra gli incubi cupi della pubertà e le meschinità della crescita, i campi coltivati, il fuoco che arde sotto la cenere pronto a deflagrare.

Il punto di forza di 1922 (qui il trailer ufficiale) si annida proprio nel “non detto” e nel “non visto”, in quei fantasmi del passato che compaiono nel loro orrido splendore ma che sembrano semplicemente frutto del senso di colpa; quelle colpe legate alle mani macchiate di sangue dei padri che ricadono sui figli, come in un anatema biblico.

Da segnalare la presenza, nei panni del protagonista Wilfred, titanico patriarca del male, l’attore Thomas Jane, per la terza volta coinvolto in un adattamento tratto dal mondo di Stephen King dopo L’Acchiappasogni e The Mist.

thomas jane

Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

RECENTI

- Advertisment -