sabato, Febbraio 27, 2021
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1917, recensione del film di Sam Mendes

La recensione di 1917, il nuovo film di Sam Mendes con protagonisti George MacKay e Dean-Charles Chapman. Dal 23 gennaio al cinema.

Durata quattro anni, dal luglio 1914 al novembre 1918, la Prima Guerra Mondiale, conflitto che cambiò per sempre l’ordine politico, culturale, economico e sociale mondiale, torna ad essere raccontata sul grande schermo con 1917. Questa volta il racconto dello storico conflitto avviene attraverso lo sguardo di un autore, Sam Mendes, che in più di un’occasione ha dimostrato di possedere tanto una spiccata sensibilità narrativa (basti pensare a titoli come American Beauty, Era mio padre e Revolutionary Road) quanto il talento necessario a sfruttare con sapienza le sconfinate possibilità del mezzo cinematografico (Skyfall e Spectre, gli ultimi due capitoli della saga di James Bond).

Al centro della storia raccontata in 1917 troviamo i caporali Schofield e Blake (interpretati da George MacKay e Dean-Charles Chapman), che vengono incaricati di attraversare la Terra di Nessuno per consegnare una lettera all’esercito inglese e provare così a salvare 1600 commilitoni da morte certa per mano dei tedeschi, i quali hanno messo in scena un ritiro strategico. Una corsa contro il tempo spaventosa e inattesa. Una missione apparentemente impossibile destinata a cambiare per sempre la vita dei due giovani soldati, inclusa la loro amicizia.

1917 è ispirato ai racconti del nonno del regista, che aveva preso parte alla Prima Guerra Mondiale in qualità di caporale. Sam Mendes si è basato su quei racconti e, insieme a Krysty Wilson-Cairns (co-autrice della sceneggiatura), ha costruito una storia che più che raccontare gli orrori della guerra – o almeno, non soltanto quelli! –, prova a rendere omaggio a tutti quei soldati che, in nome del bene comune e della libertà, hanno compiuto un sacrifico estremo, incalcolabile. Per farlo, Mendes ha scelto di dare vita ad un’esperienza cinematografica unica e avvolgente, ricorrendo alla tecnica del piano sequenza (tra gli esempi notevoli più recenti è impossibile non citare Gravity e Birdman) per consentire allo spettatore di sentirsi parte integrante del viaggio turbolento dei due protagonisti (anche se il film non è stato girato in un’unica ripresa, ma attraverso una serie di riprese lunghe e ininterrotte, montate successivamente tra loro in modo da sembrare un’unica ripresa).

Al netto di una sceneggiatura semplicistica e di una struttura lineare, che attraverso il micro (la piccola storia umana dei due soldati) racconta il macro (la guerra come situazione estrema), la sfida più grande Mendes la vince indubbiamente dal punto di vista tecnico, riuscendo a trasmettere allo spettatore non solo la vastità di un’impresa e l’enormità della distruzione, ma anche il concetto di sconcertante perdita. Avvalendosi della collaborazione di Roger Deakins, indiscutibilmente uno dei più grandi direttori della fotografia contemporanei, Mendes accorpa un lavoro che trasuda una precisione ed una minuziosità da lasciare attoniti e sbalorditi. Un lavoro di pianificazione, di coordinazione e di cura di ogni singolo dettaglio al limite dell’eccellenza, in grado di dare vita ad un’esperienza cinematografica totalmente immersiva. Lo spettatore percepisce in maniera autentica e tangibile l’esperienza vissuta dei protagonisti, ma non solo.

La guerra spinge l’uomo a confrontarsi con i propri ideali e valori, con il senso del dovere, della fedeltà e del sacrificio, ed è proprio questo che interessa raccontare a Mendes, che si serve di un grandissimo esercizio di stile per sviscerare il dramma e permettere al pubblico – così lontano rispetto ai fatti narrati, eppure mai così dentro alla storia e vicino ai personaggi – di percorrere ogni passo del viaggio insieme ai protagonisti; di sentire ogni singolo respiro, di condividere ogni minima incertezza, di percepire ogni flebile dolore, di giustificare ogni intima paura.

Incredibilmente accurato e degno di nota anche il lavoro sugli attori: se George MacKay e Dean-Charles Chapman – volti ancora pochi noti al grande pubblico – offrono a chi osserva la possibilità di immedesimarsi con il loro essere due giovani uomini apparentemente molto comuni proprio per il fatto di essere relativamente nuovi nell’ambiente cinematografico, i personaggi di contorno – ben più noti dei protagonisti (Colin Firth, Andrew Scott, Benedict Cumberbatch, Mark Strong, Richard Madden) – riescono a trasmettere la loro presenza in maniera intensa (pur apparendo sullo schermo per pochissimi minuti) e a scandire con la loro entrata in scena il senso della storia, come se ad ogni loro uscita corrispondesse un punto di svolta nella narrazione.

1917 costituisce indubbiamente la sfida più grande mai raccolta da Sam Mendes nella sua carriera. Sicuramente lontano dalle elucubrazioni filosofiche de La sottile linea rossa o dalle infiltrazioni politiche di Full Metal Jacket, forse a metà strada tra l’ossatura emozionale di Salvate il Soldato Ryan e quella più fortemente spettacolare di Dukirk, è indubbio quanto l’ultima fatica di Mendes rappresenti il trionfo dell’esperienza cinematografica goduta al buio della sala, qualcosa che nessuna fruizione in streaming sarà mai in grado di eguagliare.

Guarda il trailer italiano ufficiale di 1917

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Al netto di una sceneggiatura semplicistica e di una struttura lineare, che attraverso il micro (la piccola storia umana dei due soldati) racconta il macro (la guerra come situazione estrema), la sfida più grande Mendes la vince indubbiamente dal punto di vista tecnico, riuscendo a trasmettere allo spettatore non solo la vastità di un’impresa e l’enormità della distruzione, ma anche il concetto di sconcertante perdita.
Stefano Terracina
Cresciuto a pane, latte e Il Mago di Oz | Film del cuore: Titanic | Il più grande regista: Stanley Kubrick | Attore preferito: Michael Fassbender | La citazione più bella: "Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile." (A Beautiful Mind)

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