15/18: non una data, non un riferimento storico, non una guerra, bensì un’età, un momento di vita ben preciso, quello attraversato dai ragazzi che abitano il nuovo film di Cédric Kahn, 15/18 (A Place to Heal), presentato in Concorso all’83esima Mostra del Cinema di Venezia. Ragazzi tra i quindici e i diciotto anni, ricoverati nel reparto di psichiatria adolescenziale di un ospedale pubblico francese. Non la guerra per come la intendiamo noi quindi; una guerra intima, personale, combattuta contro sé stessi, contro qualcosa che troppo spesso appare incomprensibile, inafferrabile.
È all’interno di questo spazio chiuso che Kahn (La Prière, Il caso Goldman) costruisce un racconto profondamente corale, scritto insieme a Kahina Le Querrec e nato anche da un lavoro di osservazione all’interno di veri reparti psichiatrici per adolescenti. Il regista mette insieme un gruppo estremamente eterogeneo di giovani e affida gran parte della forza dell’opera ai loro interpreti: Malou Khebizi, Zoé Monpart, Kenji Peyran e Patience Munchenbach, insieme a un cast di giovanissimi sorprendente per naturalezza e intensità. Prodotto da Ad Vitam Films e Tropdebonheur Productions e distribuito in Italia da I Wonder Pictures, 15/18 (A Place to Heal) utilizza così il reparto come luogo fisico e insieme spazio simbolico, dentro il quale fragilità differenti finiscono inevitabilmente per incontrarsi, scontrarsi e talvolta riconoscersi.
Un luogo per guarire
Lucia (Malou Khebizi) ha diciassette anni e nel reparto di psichiatria adolescenziale dell’ospedale pubblico in cui viene riportata dalla polizia non è una sconosciuta. È già stata ricoverata diverse volte e conosce quel luogo, le sue regole e soprattutto alcune delle persone che lo abitano. Tra queste c’è Eloïse (Zoé Monpart), sua amica e paziente di lunga degenza, ma attorno a loro si muove un gruppo molto più ampio di adolescenti, diversi per carattere, provenienza e condizione, accomunati soltanto dall’essere arrivati, per ragioni differenti, nello stesso luogo. Ad occuparsene è Étienne (interpretato dallo stesso Kahn), insieme a un’équipe impegnata nel difficile tentativo di ascoltare, comprendere e curare.
Tra colloqui, attività collettive, incontri con le famiglie, momenti di tensione e inattese manifestazioni di leggerezza, il reparto costruisce lentamente un proprio equilibrio. Fragile, imperfetto, continuamente esposto alla possibilità di spezzarsi, ma pur sempre un equilibrio. È in questa precaria normalità che arriva Enzo (Kenji Peyran), nuovo paziente enigmatico e apparentemente difficile da decifrare. La sua presenza introduce un ulteriore elemento all’interno del gruppo, modificandone progressivamente le dinamiche e costringendo ragazzi e adulti a confrontarsi ancora una volta con ciò che, dietro comportamenti apparentemente incomprensibili, può rimanere nascosto.

La grande guerra interiore
La mente contro se stessa, l’individuo contro le proprie fragilità, il bisogno di essere aiutati contro l’incapacità di lasciarsi aiutare. Il regista francese parte da qui per costruire un film potente proprio perché evita di cercare un’unica rappresentazione del disagio psichico adolescenziale. Ci sono tanti ragazzi e altrettante manifestazioni di qualcosa che, dall’esterno, rimane spesso difficilissimo da comprendere. C’è chi si chiude, chi esplode, chi provoca, chi cerca disperatamente un contatto e chi sembra voler respingere chiunque provi ad avvicinarsi.
È un’eterogeneità fondamentale, perché impedisce al reparto di trasformarsi in un semplice contenitore narrativo e permette invece a 15/18 (A Place to Heal) di restituire la complessità e soprattutto la fragilità della mente umana. Una mente capace di entrare in conflitto con gli altri, ma prima ancora con se stessa. A dare corpo a tutto questo sono soprattutto i ragazzi. Le interpretazioni dei giovani protagonisti rappresentano la componente più sorprendente dell’intera operazione: naturali, fisiche, istintive, capaci di passare dalla rabbia alla paura, dall’euforia alla totale chiusura senza mai trasformare il disturbo in una performance.
Cédric Kahn li osserva senza giudicarli e soprattutto senza ridurli alla loro condizione. Non sono diagnosi, sono persone. Persone che ridono, litigano, si innamorano, si provocano, si proteggono e soffrono. Ed è proprio attraverso la dimensione collettiva che il reparto finisce progressivamente per assumere anche le caratteristiche di una famiglia anomala e provvisoria. In mezzo al caos si costruiscono legami, alleanze, simpatie e conflitti. Medici e pazienti condividono uno spazio nel quale i ruoli rimangono necessariamente definiti, ma dove al tempo stesso la relazione umana diventa parte imprescindibile della cura. Il luogo della malattia diventa paradossalmente anche un luogo nel quale sentirsi meno soli.
Il ritmo della psiche
Cédric Kahn governa inoltre con grande attenzione il ritmo. La prima e più ampia parte lavora sulla coralità, accumula personaggi e situazioni e permette allo spettatore di entrare nella quotidianità del reparto. Poi qualcosa cambia. 15/18 modifica parzialmente il proprio respiro e concentra lo sguardo, entrando in una seconda parte più breve e inevitabilmente più pesante dal punto di vista emotivo. Ed è proprio la sua misura a renderla efficace: protrarla ulteriormente avrebbe rischiato di appesantire il film, mentre Kahn riesce a fermarsi nel momento giusto.
Perché dietro un’opera che per gran parte della propria durata appare profondamente corale, collettiva, quasi di squadra, esiste anche la necessità di restringere improvvisamente lo sguardo. Senza anticipare ciò che accade, la conclusione costringe infatti a ripensare almeno parzialmente gli equilibri precedenti e a comprendere come, all’interno di una moltitudine di fragilità, possa esistere un punto sul quale diventa necessario fermarsi più a lungo. Un fulcro che non nega la coralità del racconto, ma le attribuisce retroattivamente un peso differente.
Ed è forse qui che il film trova il senso più profondo del proprio titolo. Quindici, sedici, diciassette, diciotto anni. Un’età nella quale si dovrebbe essere ancora terribilmente giovani e nella quale, invece, qualcuno può trovarsi già impegnato nella battaglia più difficile da combattere. 15-18, allora. Non una guerra consegnata alla Storia, ma tante piccole, enormi guerre private. Combattute dentro un reparto, dentro una famiglia, dentro una stanza. E soprattutto dentro se stessi.


