We Are Who We Are, Guadagnino: “Una serie libera come l’adolescenza”

scritto da: Ludovica Ottaviani


Immagine di copertina: @Yannis Drakoulidis

We Are Who We Are è la nuova serie originale Sky-HBO che porta per la prima volta, sul piccolo schermo, il talent autoriale ed estetico dell’italiano Luca Guadagnino; coadiuvato da Francesca Manieri e Paolo Giordano alla sceneggiatura, la serie debutterà su Sky e in streaming su NOW TV dal 9 Ottobre, per otto prime serate consecutive.

Per Sky, e in particolare secondo il suo delegato di produzione Nicola Maccanico, la serie (qui la nostra recensione) rappresenta un vero punto di svolta: «Per noi è davvero importante e fondamentale avere una serie cos d’autore nel palinsesto, perché il nostro scopo è quello di guardare alla grammatica della narrazione, alla qualità creando allo stesso tempo un rapporto con il pubblico, pur avendo la forza di trattare temi diversi con la libertà con la quale devono essere trattati».

Il regista, gli sceneggiatori e il cast hanno così raccontato il loro coinvolgimento nel progetto, definito come «un’opera figlia di un autore eclettico e molto attivo – e stimato – nel panorama internazionale; una storia incentrata sulla crescita, sul risveglio dei senti e sull’accettazione di sé».

Luca Guadagnino: «Ogni impresa che fai e affronti è sempre un nuovo inizio; We Are Who We Are era una prima volta per tanti motivi, e proprio come quelle prime occasioni vissute dai protagonisti della serie, per tutti noi è stata motivo di grande spensieratezza. Sono stati 94 giorni di gioia notevole e collettiva, durante i quali abbiamo visto le nostre idee prendere corpo, e in prima battuta proprio gli sceneggiatori hanno portato in vita le mie idee.

Possiamo considerarla un’avventura complessa, è vero, ma allo stesso tempo piacevole soprattutto nello sforzo di far quadrare l’autenticità della rappresentazione, un aspetto che devo ammettere… mi ha turbato parecchio! Ad esempio, la base dove sono ambientate le varie vicende è americana, quindi bisognava rappresentare bene gli americani che vivevano lì in tutta la loro complessità e varietà.

Durante la prima conversazione che ho avuto con il produttore Lorenzo Mieli – che aveva avuto l’idea per la serie dopo aver visto il film Boys Don’t Cry – e gli sceneggiatori, abbiamo subito iniziato a pensare ad un luogo ideale nel quale ambientare questa storia di identità e ricerche personali; forse proprio per la volontà di partire dal particolare per poi allargarci all’universale abbiamo scelto come location ideale una base militare, un luogo piccolo che ha una serie di interessanti livelli di lettura, legati alla disciplina e alla risposta ai rigidi comandi.

La nostra base è stata ricercata in lungo e in largo per tutta l’Italia: alla fine la scelta è ricaduta su questa piccolissima base in disuso tra Chioggia e Padova, che abbiamo poi ricostruito ed allestito grazie alla scenografia e alla computer grafica, trasformandola nel “nostro microcosmo”, una sorta di navicella spaziale poggiata in territorio veneto che poteva anche permetterci di raccontare la penetrabilità degli americani nel tessuto sociale italiano: una penetrabilità che può essere organica, come quella degli adolescenti, o basata sulla resistenza (come per gli adulti).

Ph. Credit: @Yannis Drakoulidis

Siccome sono consapevole che ci sia sempre bisogno di una certa distanza per far penetrare la realtà nella narrazione, onde evitare certe astrazioni che si vedono spesso sul grande schermo, abbiamo scelto di ambientare We Are Who We Are nel 2016, poco prima dell’elezione di Donald Trump come presidente: una situazione storica particolare che ci ha permesso di vedere – e mostrare – cosa succede ai nostri personaggi e come la Storia finisca per abbattersi su di loro.

Per quanto riguarda la scelta finale del cast e tutto il processo legato alla scelta casting, abbiamo cercato – insieme alla casting director Carmen Cuba – di avere un gruppo di attori straordinari, con delle presenze mai banali, con volti e corpi decisamente diversi rispetto a quelli che si vedono abitualmente nei teen movie tipici; per me, il segreto per scegliere, passa attraverso una fase di innamoramento: se mi sono innamorato degli attori, allora è un buon segno. Di alcuni ho amato la profondità e la saggezza nonostante la giovane età; di altri i lati più enigmatici dei loro volti, le emozioni che comunicavano. Alcuni li ho scoperti, altri li ammiravo da sempre e non vedevo l’ora di conoscerli; per alcuni poi nutrivo delle vere e proprie passioni, come per Chloë Sevigny e Alice Braga. È stato un processo davvero pieno di desideri e scoperte.

We Are Who We Are è una serie atipica ricca anche di camei famosi: ad esempio mentre giravamo uno degli episodi ci è venuto a trovare Timothée Chalamet… Spero davvero che si possa girare anche una seconda stagione, per poter continuare a farsi sorprendere dall’individualità di ogni personaggio e dalle scoperte che compiono. Quando dirigi e metti in scena un’opera simile, bisogna badare alla praticità e confrontarsi con gli aspetti tecnici; quando poi We Are Who We Are è finita e ci siamo ritrovati a montarla, abbiamo visto il prodotto finale e ci siamo resi conto che era quasi ermafrodito, proprio perché aveva una scansione non ortodossa: dal punto di vista della serialità funzionava, ma quando lo abbiamo visto per 8 ore ci sembrava un lungo film, molto piacevole da seguire; una sorta di film ibrido e bi-fronte».

Jack Dylan Grazer: «Interpretare Fraser è stata un’esperienza che valeva una vita! Luca ha dato a tutti la libertà di cercare di capire da soli chi fossero i nostri personaggi; solo noi potevamo conoscerli meglio e interagire ogni giorno ci ha permesso di farli emergere, fino a creare un perfetto equilibrio.

Ritrovarmi in Italia è stato davvero d’aiuto: ritrovarmi nel Belpaese mi ha permesso di sentirmi come immerso in una palla da pesce rosso, mi ha fatto sentire però allo stesso tempo anche più libero, come pure decolorare i miei capelli e giocare con il look. Tutti questi piccoli dettagli mi hanno fatto immergere nel mio personaggio, così mi sono messo ad osservare l’Italia proprio con gli occhi di Fraser, con quell’aria strafottente – non antipatica – che ha. È un adolescente che va accettato per quello che è, e di sicuro non è accondiscendente!

Il bello di We Are Who We Are è che non ci sono personaggi basici: tutti sono complessi e pieni di sfumature, un aspetto che non è facile da far accettare ad un pubblico generalista. Le reazioni di Fraser sono umane e legate alle emozioni che vive, al fatto di ritrovarsi in un territorio familiare come quello della base ma immerso in un “luogo altro”, uno spazio che lo costringere ad affrontare aspetti legati al fatto di scendere a patti con una nuova vita».

Guarda il trailer ufficiale di We Are Who We Are


Ludovica Ottaviani

Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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