Steve McQueen: “Il cinema racconta storie che meritano attenzione”

scritto da: Ludovica Ottaviani

Steve McQueen è un regista di culto, un volto e una presenza che hanno fatto irruzione nella settima arte grazie a una manciata di titoli come Hunger, Shame e 12 anni schiavo, titolo quest’ultimo che gli ha permesso di vincere un Premio Oscar per il Miglior Film, infrangendo numerosi record nella storia dell’Accademy. L’autore inglese, con un passato nella video arte e un presente sul grande e piccolo schermo, si prepara ad una nuova avventura: la serie tv Small Axe, cinque episodi realizzati in collaborazione con BCC e Amazon Studiosi.

Dopo aver presentato i primi tre episodi – tra i quali Red, White and Blue di cui potete leggere qui la recensione – la Festa del Cinema di Roma non si è fermata qui: ha deciso di conferire a Steve McQueen un prestigioso Premio alla Carriera, dialogando con il regista dell’idea alla base della serie, del lungo percorso della realizzazione e di come negli ultimi anni siano – o non siano – cambiate alcune dinamiche ad Hollywood, soprattutto quelle legate al razzismo.

«Il lungo percorso di Small Axe ha avuto inizio circa undici anni fa: l’obiettivo era quello di portare sul grande schermo una storia non raccontata sulla comunità nera nel Regno Unito e in particolare a Londra, dove sono cresciuto. Queste storie dovevano essere visualizzate e drammatizzate, perché trattavano questioni di attualità, politica e cultura che spesso hanno tratto origine anche dalla comunità nera che ha avuto un ruolo fondamentale nella cultura britannica. All’inizio Small Axe era pensata come una serie tv nella quale volevamo raccontare la storia di una famiglia dagli anni ’60 fino all’inizio degli anni ’80; poi mi sono reso conto che c’erano tante storie interessanti e così mi sono detto: “facciamo un film”!

La mia intenzione era quella di raccontare una storia; proprio oggi qualcuno mi ha detto “ma al giorno d’oggi la tv ha la meglio sul cinema” eppure sapete? Non ne sono convinto. Sono invece convinto che il film sia un modo per raccontare una storia: se due persone raccontassero la stessa versione, sono convinto che una la narrerebbe modo noioso e l’altra risulterebbe al contrario entusiasmante. Ecco, per il cinema è così, si esplora la possibilità di raccontare tutte queste vicende, storie che per me meritano attenzione».

Storie; storie d’ogni tipo, storie comuni ma allo stesso tempo straordinarie nella loro quotidianità. Steve McQueen da buon narratore di storie ne è affascinato, come del resto il pubblico che è curioso di conoscere le modalità attraverso le quali si è documentato per scrivere i cinque episodi e se l’incontro con i protagonisti di tali vicende ha influenzato la sua visione. Nello specifico, la curiosità aleggia soprattutto intorno alla versione fornita da Leroy Logan, protagonista dell’episodio Red, White and Blue e a cui presta il volto un eccezionale John Boyega:

«Ho lavorato insieme ai produttori che fanno comunque parte della mia società – di produzione, NdA – e insieme abbiamo parlato con una ricercatrice, coinvolgendo ovviamente anche gli sceneggiatori… insomma, tutti ci siamo occupati di questa ricerca parlando con centinaia di persone, che nel corso degli undici anni di ricerca purtroppo sono anche morte. Abbiamo così scoperto una realtà ricchissima e ci siamo chiesti subito “perché queste storie non sono conosciute e non sono note a tutti?” davvero, ero disperato e volevo fare questo film ad ogni costo.

Leroy Logan, dalle cui vicende è tratto questo film, ha collaborato con noi in prima persona: un giorno è venuto su un set mentre stavamo girando una scena in cui Leroy si rivolge a un gruppetto di ragazzini in un centro giovanile: questi lo ignorano e se ne vanno. L’uomo, mentre osservava il monitor, si sentì mancare perché si ricordò che quella situazione succedeva di continuo; le persone che volevano comunicare con lui non si fidavano perché era un poliziotto nero, che a maggior ragione non voleva integrarsi bensì infiltrarsi nella polizia, per trasformare le forze dell’ordine dall’interno. È un uomo che ha fatto tante cose e ha contribuito a creare, ad esempio, la Federazione di Polizia Nera.

small axe

Purtroppo però verso la fine della sua carriera è stato accusato e processato dalla polizia stessa per non aver pagato un conto d’albergo di 80 sterline; solo dopo si sono accorti che non era vero, ma ormai erano stati spesi tanti di quei soldi tra avvocati e processi. Leroy Logan era sempre un bersaglio mobile perché voleva cambiare le cose; quelle raccontate in Small Axe non sono storie inventate, questo è ciò che i neri vivevano, persone che ogni giorno volevano contribuire, volevano far parte di qualcosa, volevano avere un ruolo nella società ma c’era sempre un tetto di cristallo che li bloccava e oltre il quale non potevano andare.

Volevo davvero fare questo film; so che sembra assurdo, e lo volevo fare ad ogni costo prima che tante persone morissero, perché tante persone della generazione dei miei genitori ci stavano lasciando – nel corso degli undici anni di ricerche – e questa è stata la motivazione per fare le cose nel migliore dei modi. Tante persone sono vissute e morte senza mai aver visto le loro storie sul grande schermo in veste d’eroi, prendiamo ad esempio il caso dei nove del Mangrove, protagonisti dell’omonimo episodio: sono tutti morti e c’era bisogno di raccontare le persone in un modo per loro riconoscibile, poi soprattutto dopo lo scandalo Windrush – che ha avuto un impatto clamoroso sulla comunità afro-caraibica inglese – si è alimentata la mia voglia di accelerare i tempi».

Steve McQueen, che ha provato con Small Axe a dar voce alle storie dimenticate, torna anche a parlare di Hollywood e di come siano (o non siano) cambiate le cose per le minoranze, alla luce delle nuove regole votate all’inclusione degli Academy Awards ma soprattutto dopo significativi successi, come quelli raggiunti dal regista stesso con il suo 12 anni schiavo; eppure Steve McQueen ha le idee ben chiare anche sul movimento Black Lives Matter e sull’impatto che la morte di George Floyd ha avuto sull’opinione pubblica:

«Di cose ne sono successe tante da quando ho fatto 12 anni schiavo, un film che è stato una rivelazione perché incentrato su quel periodo sfortunato della storia americana che è la schiavitù; un film che ha avuto un successo straordinario di critica ma soprattutto di pubblico con un protagonista nero: molti ad Hollywood si sono quindi resi conto che si poteva guadagnare anche da prodotti simili, capaci di guadagnare 200 milioni di dollari con comunque due protagonisti neri e un particolare periodo della storia come sfondo. Devono aver pensato “ecco, un altro modo per fare incassi”; non so se realmente da allora ci siano stati dei progressi, credo che uno sforzo ci sia stato ma non posso aggiungere altro su questo. Ciò che mi interessa è che i montatori, o i costumisti; il cast tecnico possano trovare un loro posto ad Hollywood, vedere quindi come le minoranze possano trasformarsi in maestranze per fare progressi in un’industria considerata non elitaria, ma proprio esclusiva.

Io non sono un fautore della violenza: è distruttiva, ad un certo punto scatta la frustrazione e le azioni che si compiono sono il risultato di questa crescente tensione. Quello che sta succedendo oggi è collegata ad una pandemia, il COVID-19, e poi abbiamo anche il caso di George Floyd, un uomo che è morto dopo che un poliziotto gli ha schiacciato il collo per 9 minuti. Abbiamo visto milioni di persone scendere per strada per protestare contro quello che è successo: c’è voluta una pandemia e questa orribile morte davanti ai nostri occhi, le scene di milioni di persone per strade prima di notare come fosse ancora giusto parlare ancora di razza. George Floyd è stato ripreso mentre veniva soffocato dalla polizia e per noi c’è stato un risveglio della coscienza perché eravamo tutti a casa in lockdown, stavamo facendo i conti con la nostra fragilità e mortalità e davanti a quella scena abbiamo avuto una reazione, capendo finalmente cosa sta ancora accadendo nel mondo intorno a noi».

In Small Axe, Steve McQueen cerca di focalizzare il suo occhio meccanico non solo su storie nascoste, segrete e ancora sconosciute, dando loro la voce della settima arte: un altro aspetto importante che cerca di indagare è quello dei legami famigliari, dei fili sottili che legano una famiglia:

«In fondo, il film riguarda anche la mascolinità. Il padre e il figlio, il rapporto in cui il bambino cresce e diventa un uomo e attraversa questo conflitto in casa; un padre che dice al figlio di essere la sua unica autorità, ma quest’ultimo decide comunque di arruolarsi in polizia. C’è questa continua lotta tra i due che mi interessava e pensavo sempre anche a mio padre e a molti altri padri: quelli dei miei collaborati o dei protagonisti – tipo John Boyega – padri che si aspettavano che i loro figli rigassero dritto perché avevano paura per noi e pensavo così di proteggerci, finendo invece spesso per soffocarci».

Guarda il trailer di Small Axe:

Ludovica Ottaviani

Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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