mercoledì, Agosto 4, 2021
HomeIntervisteSperavo de morì prima, Pietro Castellitto: "Una storia universale che accomuna tutti"

Speravo de morì prima, Pietro Castellitto: “Una storia universale che accomuna tutti”

Speravo de morì prima è l'attesa serie su Francesco Totti con Pietro Castellitto. Dal 19 marzo su Sky e on demand su NOW TV.

Speravo de morì prima è il titolo dell’attesa serie tv in sei episodi incentrata sulla figura di Francesco Totti, immortale capitano della Roma, numero 10 indimenticabile ma soprattutto ottavo re della Città Eterna. Una figura quasi mitologica di sportivo e di uomo che Luca Ribuoli – regista della serie – ha cercato di raccontare, affidandosi alla sceneggiatura firmata da Stefano Bises, Michele Astori e Maurizio Careddu e tratta dal libro Un Capitano, scritto a quattro mani da Totti stesso insieme a Paolo Condò. Una serie attesa tanto dai fan, dagli appassionati quanto dagli spettatori, curiosi di sbirciare nella vita privata del capitano immortalata lontano dalle luci degli stadi: bisognerà aspettare il 19 marzo per poter vedere il primo episodio su Sky e in streaming – anche on demand – su NOW TV.

Dopo il documentario diretto da Alex InfascelliMi Chiamo Francesco Totti, presentato con successo durante l’ultima Festa del Cinema di Roma – riprende l’interesse della cultura pop per la figura del capitano romanista, integerrimo rappresentate dei colori giallo-rossi fino alla fine della sua carriera, avvenuta all’apice della popolarità e della forma fisica: un episodio che ha segnato l’immaginario collettivo di molti – come ben ricordava lo striscione “Speravo de morì prima” scritto da un tifoso e che ha ispirato il titolo della serie – spingendo gli occhi meccanici delle macchine da presa ad addentrarsi nel pubblico (e nel privato) di questo grande campione. A calarsi nei suoi panni c’è Pietro Castellitto (I Predatori), affiancato da Greta Scarano (Ilary Blasi), Gian Marco Tognazzi (Luciano Spalletti), Monica Guerritore (Fiorella, la madre di Totti) e Giorgio Colangeli (Enzo, suo padre).

Tutti gli attori erano presenti alla conferenza stampa di presentazione, insieme al regista Ribuoli e ai CEO di Sky, Wildside, Freemantle e Capri Entertainment Nicola Maccanico, Mario Gianani e Virginia Valsecchi; e sono stati proprio quest’ultimi a “rompere il ghiaccio”, raccontando le motivazioni – ma anche le paure – che li hanno spinti a lanciarsi in questo progetto:

Nicola Maccanico: «Oggi è una giornata emozionante per noi, soprattutto per via del personaggio che abbiamo scelto di raccontare in Speravo de morì prima: abbiamo cercato di raccontare una porzione di una vita meravigliosa, concentrandoci sulla fase finale della carriera di un campione. Quando Mario e Virginia ci abbiamo parlato dell’idea di realizzare una serie sulla vita di Totti, sapevamo bene che sarebbe stato un potenziale successo ma non sapevamo come farla; poi abbiamo deciso di prendere una parte di vita specifica, nella quale viene mostrato il lato umano e privato di Totti e non solo il lato del campione, che è pur sempre un aspetto interessante del suo percorso. Anche per tale ragione abbiamo scelto di optare per un tono più leggero e pop che fa la differenza in questo progetto, pur trattando alla fine un periodo triste per il calciatore perché riguarda la fine della sua carriera. Per fortuna avevamo una scrittura meravigliosa e un grande regista dalla nostra parte, ma serviva anche il gruppo di lavoro giusto, soprattutto degli attori dal grandissimo talento come quelli che abbiamo trovato, e che hanno dato un’identità profonda ad una serie basata su un’altra costante fondamentale: il talento di un uomo».

Mario Gianani: «Per tutti noi, la serie è un vero e proprio atto d’amore verso il Capitano. Virginia aveva già i diritti del libro e Sky ha accettato subito la sfida: è intrigante raccontare e far parte della storia del presente; si è trattato di un momento incredibile di condivisione collettiva che ha coinvolto tutti, non solo gli sportivi o i tifosi. Ma Speravo de morì prima rimaneva comunque una vera sfida, soprattutto all’idea di raccontare qualcosa accaduta talmente poco tempo da costringere a ripercorrere un immaginario così fresco. Gli sceneggiatori sono stati fondamentali, perché la strada narrativa era molto stretta e abbiamo scelto, alla fine, quella della personalità di un personaggio complesso legato a doppio filo con una città che è Roma».

Virginia Valsecchi: «Per noi è stata una partita non facile, proprio perché abbiamo provato a raccontare un mito così vicino a noi come Francesco Totti. Avevamo già co-prodotto il documentario di Infascelli ma dovevamo trovare una via alternativa, e nella serie abbiamo scardinato le regole del gioco intrecciando diversi generi: si passa infatti dal dramma alla commedia, con una vena comica, una linea narrativa romance e infine le classiche dinamiche da film sportivo. Tutto questo perché la vita di Francesco è fatta di tanti tasselli simili, e poi rappresenta un simbolo potente: siamo in un momento complicato in cui bisogna raccontare dei personaggi positivi, nonostante la avversità della vita; e Totti si è sempre rialzato pur subendo delle pesanti battute d’accesso. Per noi, raccontare personaggi carismatici rappresenta la possibilità di mostrare, in particolare ai più giovani, dei modelli positivi, delle guide nelle quali riconoscersi».

Dopo la “benedizione” al progetto da parte dello stesso Francesco Totti – che arriva tramite video-messaggio – spetta al regista e al cast raccontare il loro rapporto con la figura del capitano e l’approccio che hanno avuto nei confronti di Speravo de morì prima, raccontando così la loro avventura artistica:

Luca Ribuori: «Solo vivere a Roma fa capire il peso di Totti: quando mi hanno chiamato per offrirmi il lavoro è stata un’emozione, ho sentito subito la forte responsabilità e il desiderio di poterla fare, ma senza sapere bene cosa sarei andato a fare. Mi sembrava che il racconto del capitano potesse essere una sfida da affrontare tutti insieme, pur avendo sempre davanti il senso di responsabilità nei confronti di un personaggio molto importante e sempre presente nella nostra cultura popolare, capace di camminare a fianco a noi. Oltre al senso di responsabilità, però, ho scelto anche di divertirmi sul set, di giocare come faceva il nostro protagonista nella vita reale. Tutti insieme abbiamo costruito una squadra di lavoro incredibile e mi sono sentito protetto dal talento che avevamo in campo: ad esempio, Pietro Castellitto è stato un partner pazzesco, con il quale abbiamo camminato insieme in questo percorso difficile; il risultato è proprio quello che speravamo in partenza.

La leggerezza con cui Pietro ha raccontato Totti è stata una vera salvezza: per quanto la serie insegua un registro epico nella narrazione della storia, uno dei tratti fondamentali che ci ha guidato è stato proprio il modo di fare che ha Totti, sempre incline al gioco leggero; è riuscito a farci sentire sempre sereni, a nostro agio soprattutto quando ci si ritrova a parlare con lui, che è un gran chiacchierone nella vita privata. La loquacità è un altro dei suoi tratti distintivi, forse quello più lontano dal campione pubblico che ci siamo abituati a conoscere negli anni. Quando Pietro ha sostenuto il provino, notavo come cercasse di trattenersi (a livello recitativo): sono stato io a suggerirgli di parlare di più, per rappresentare un Totti privato sconosciuto alla maggior parte dei tifosi, che sono capaci di darti una versione diversa dall’altra».

Ed è proprio Pietro Castellitto a replicare, raccontando la sua incredibile avventura sul set di Speravo de morì prima:

«Per la serie ci siamo orientati nella sfida di creare una maschera che evocasse Totti ma che, allo stesso tempo, lo stupisse; il cinema è evocazione, non imitazione. Io poi non avevo mai conosciuto Francesco Totti prima, pur essendo da sempre il mio mito: sono cresciuto con il suo poster e in curva sud, allo stadio. Riuscire ad interpretarlo è stato uno scherzo del destino che mi ha ricongiunto con la mia parte infantile, con quel bambino che a 9 anni dedicava intere pagine del suo diario al mito del Capitano della Roma. Conoscevo il mito di Francesco solo dalla tribuna, mentre in Speravo de morì prima abbiamo cercato di incentrare tutto sulla parte più intima, quella per tutti noi più sconosciuta: non sappiamo come si relazionasse con gli altri nello spogliatoio oppure una volta uscito dal campo.

Muovendomi in quest’ambito sconosciuto, da attore, ho quindi cercato di trovare l’essenza di Totti – che è soprattutto ironica – mescolandola con tutte quelle caratteristiche che ho scoperto sull’uomo Francesco, incontrandolo la prima volta. Quando si ha un idolo, si ha sempre la convinzione di conoscere tutto di lui: in realtà non è mai così. Ho capito, ad esempio, che è un professionista consapevole del proprio mito, ma che fa di tutto per metterti a tuo agio; Francesco è un uomo che è rimasto “normale” nonostante il successo che ha avuto ed è libero. Quando capisce che ci sono tutte le premesse necessarie, capisce che può lasciarsi andare e finisce per divertirsi con te.

Francesco Totti è rimasto sempre fedele ai colori della sua casacca, non come certi politici nostrani: è il classico prototipo di sportivo, ma in un’ottica – ahimè – che non tornerà più: se penso a lui, mi viene in mente un modo di intendere lo sport che lo accomuna a Federer o a Valentino Rossi. Delle vere icone dello sport come lui, che ha giocato per più di 25 anni nello stesso club e, per questo motivo, tutti hanno finito per volergli bene, capirlo e comprenderlo a prescindere dalla tifoserie. In Speravo de morì prima noi raccontiamo una storia universale che accomuna tutti, quella di una “morte in vita” perché il tema principale è la fine di tutto, un concetto drammatico con il quale ci confrontiamo tutti i giorni; in tal modo ogni tifoso può finire per riconoscersi in Totti, che è per sua natura un archetipo, una rete di salvataggio a prescindere dal colore della fede calcistica».

Il resto del cast di Speravo de morì prima interpreta dei ruoli cardine nella vita del calciatore: figure fondamentali del suo privato – dai genitori alla moglie, passando per l’allenatore nemico-amico – che hanno determinato anche l’atteggiamento che Totti ha sempre avuto nei confronti della popolarità, proprio come accennavano sia Castellitto che Ribuori: pur essendo un campione osannato e venerato, non si è mai perso, accecato dalle illusorie luci della fama e del successo. Merito, forse, della stabilità e della normalità che lo hanno circondato e che sono state garantite dalle sua famiglie:

Greta Scarano: «Ho sentito molto quando Totti ha dato l’addio al calcio; tutti ricordiamo quel momento, è stampato nella mente di ognuno di noi e ha ridefinito un immaginario collettivo popolare. Io sono entrata nel progetto quando era una macchina già rodata: ho così trovato un gruppo di lavoro incredibile e da parte loro c’era il coraggio e l’ambizione di raccontare una storia del genere. Insieme a Pietro abbiamo cercato di raccontare, attraverso le difficoltà, una lunga e pubblica relazione che è una storia d’amore… anzi, un grande amore che mi piace immaginare simile – ma allo stesso tempo diverso – rispetto a quello che Totti stesso prova nei confronti della Roma. Starsi vicino quando era più difficile, sopportare insieme le difficoltà e soprattutto un addio al calcio che io, da attrice, ho vissuto come un vero dramma shakespeariano: questo incarna per me Ilary, una donna che all’apice di una carriera del marito gli sta accanto mentre lui è in procinto di lasciare per sempre il suo mondo.

Per come mi sono approcciata al personaggio di Ilary, oltre a cercare l’universalità di una donna che rimane senza paura vicino al suo uomo, ho trovato anche molta normalità: sì, si tratta sempre di figure pubbliche e iconografiche perché anche lei è un personaggio conosciuto, pop ed esposto, ma nella sua intimità ho visto molta normalità, quella di una donna madre e moglie. Sono dei temi universali che toccano tutti, tifosi e non, e che evidenziano la forza della loro relazione: all’interno delle mura domestiche sono rimaste due persone normali che hanno affrontato con solidità le difficoltà della vita».

Gian Marco Tognazzi: «Io ho trovato un filo conduttore nel rappresentare il mio personaggio che si annida nel disagio: il disagio di una società, di una squadra, di un gruppo ma anche di Totti perché, in fin dei conti, raccontiamo il suo punto di vista. Si evince, in Speravo de morì prima, il disagio di gestire una serie di situazioni e le difficoltà di riprendere un rapporto che, tra malintesi vari e silenzi, si è portato avanti. Ho cercato così di basare le mie ricerche sul lato calcistico, non volevo creare il classico antagonista. La difficoltà più grande sul set è stata quella di evocare un passato recente; ma la nostra forza è stato immaginare il privato di questi personaggi, i rapporti interpersonali che li legano quando sono lontani dalle pagine dei giornali».

Monica Guerritore: «In Speravo de morì prima interpretò la madre di Totti, Fiorella: se si unisce lei a Roma si ottiene l’essenza della sua personalità, così mi sono mossa per riempire questo personaggio di cuore, carne, passione e forza descrivendo una donna che sta accanto al figlio e individua in lui una seconda nascita, quella legata al talento. In tal modo spetta a lei dargli una vita per il quale è portato e gli rimane sempre accanto».

Giorgio Colangeli: «Enzo, il papà di Totti, è tipicamente romano; un marito e padre tipico, apparentemente assente ma che trova una sua presenza nei silenzi, nell’ascolto e nell’attenzione. È un uomo che si riserva qualche battuta giusto tra le pause, nel controtempo; se Fiorella è straripante, Enzo è l’opposto e questo mi permette di essere pungente. La famiglia di Francesco Totti sarebbe stata comunque questa, anche se avesse fatto una vita più normale; e lui ha retto proprio per via di questa famiglia. Il frutto di questa normalità che gli è stata sempre proposta dalla famiglia, questa identità così solida e stabile, lo ha salvato.

I personaggi di straordinaria visibilità hanno un privato ed è importante raccontarlo, perché altrimenti la gente finisce per scordarselo, conoscendoli solo nella dimensione pubblica. Raccontare invece tutto questo in una storia come quella di Speravo de morì prima, che è vera e popolare, è molto importante: si è scelto di non raccontare l’agiografia di un campione, bensì di focalizzare tutto sulla sofferenza provocata dell’abbandono».

Guarda il trailer ufficiale di Speravo de morì prima

Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Recenti

- Advertisment - Aggiungi MGM al tuo Prime Video. Di più dei classici che ami!