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Sarah Toscano debutta come attrice in Non abbiam bisogno di parole, un punto d’incontro tra mondi

Presentato alla stampa Non abbiam bisogno di parole, il film che segna il debutto attoriale di Sarah Toscano. Dal 3 aprile disponibile su Netflix.

Un remake, un esordio, una necessità narrativa che si fa urgenza emotiva: raramente il silenzio è riuscito a suonare con una tale precisione, trovando nella sottrazione il suo linguaggio più compiuto. Non abbiam bisogno di parole si presenta così, come un’opera che parte da una struttura già nota per cercare altrove il proprio significato, spostando il baricentro dal racconto alla percezione, dall’enunciazione all’ascolto.

Ed è proprio questa tensione tra ciò che viene detto e ciò che resta sospeso a definire anche l’atmosfera della conferenza stampa, ospitata a Milano, nella splendida cornice del Teatro Gerolamo. Qui, alla presenza del regista Luca Ribuoli, del cast – Sarah Toscano e Serena Rossi, insieme a Emilio Insolera, Carola Insolera e Antonio Iorillo – e della produzione, rappresentata da Mario Gianani di Our Films, il film ha trovato una prima, coerente estensione di sé.

L’incontro si è distinto per una scelta tanto concreta quanto profondamente simbolica: essere pienamente accessibile alla comunità sorda, presente in sala in maniera significativa. La traduzione simultanea in LIS ha accompagnato ogni intervento, trasformando la conferenza in un continuo attraversamento tra parola e gesto. Non un semplice supporto tecnico, ma una presa di posizione, in linea con lo spirito stesso del film.

Non abbiam bisogno di parole. Credits: Virginia Bettoja/Netflix

Un racconto noto, una nuova identità

Non abbiam bisogno di parole nasce come adattamento di La famiglia Bélier, già rielaborato anche attraverso CODA – I segni del cuore. Ma, come sottolineato durante la conferenza, il punto non è replicare, bensì rifondare. Luca Ribuoli ha chiarito questa direzione anche nella scelta della protagonista: «Cercavo una ragazza che non avesse quasi vissuto nulla», ha spiegato, contrapponendo questa esigenza a un’immagine già definita e pubblica. Il film, infatti, evita ogni didascalia e lavora per sottrazione, lasciando che siano i silenzi e le relazioni a costruire il senso. Il risultato è un racconto più intimo, profondamente radicato in una sensibilità culturale italiana.

Il tema della rappresentazione si è imposto come uno dei momenti più significativi dell’incontro. La presenza di attori realmente sordi, come Emilio Insolera, segna una distanza netta rispetto alle versioni precedenti. «La rappresentazione è importante per noi sordi», ha sottolineato l’attore, evidenziando quanto sia fondamentale potersi riconoscere in ciò che viene portato sullo schermo. E ancora: «L’autenticità doveva essere l’obiettivo».

Un’autenticità che qui non è costruita, ma vissuta, e che si riflette anche nella dimensione familiare raccontata nel film, spesso legata a esperienze reali e generazionali. In questa direzione, il film si configura come un punto d’incontro tra mondi: «Il mondo visivo e quello uditivo devono coesistere», ha aggiunto Insolera, sintetizzando quella che è forse la sfida più grande del progetto.

Non abbiam bisogno di parole. Credits: Virginia Bettoja/Netflix

Un esordio che cerca equilibrio

Per Sarah Toscano, il debutto cinematografico si traduce in un percorso complesso, fatto di studio e di ascolto. «È stata sicuramente una grandissima sfida», ha raccontato. «Era la prima volta che avevo a che fare con il mondo del cinema e con la comunità dei sordi. Era tutto nuovo per me». Tre mesi di preparazione, un lavoro costante accanto al regista e ai coach, e una paura iniziale che diventa parte del processo: «Ho avuto tante difficoltà… ma sono stata tanto aiutata, hanno creduto in me».

La costruzione di Eletta passa anche attraverso il riconoscimento delle differenze e delle affinità: «La cosa principale che abbiamo in comune è la musica… volevamo entrambe inseguire quel sogno». Ne emerge un’interpretazione che trova nella fragilità la propria verità e nel conflitto tra appartenenza e desiderio il proprio centro emotivo. Accanto a lei, Serena Rossi costruisce una figura fondamentale, quella di Giuliana, insegnante capace di riconoscere e stimolare il talento. «Voleva sempre di più, la voleva proprio appassionata questa professoressa», ha raccontato l’attrice parlando del lavoro con Ribuoli.

Giuliana è una donna che porta con sé un passato complesso e che riversa tutta la propria energia nei suoi studenti, fino a riconoscere in Eletta «un’urgenza… il bisogno di comunicare e di trovare la propria strada». Ma è anche una figura che mette in crisi, che costringe a scegliere: «Non è facile lasciare andare i figli», ha aggiunto Rossi, «questo film racconta proprio questo: la famiglia, la crescita, la difficoltà di diventare grandi e la bellezza di farlo».

La voce come punto d’arrivo

A chiudere la conferenza, un momento che ha restituito con immediatezza il cuore del film. Sarah Toscano ha eseguito dal vivo Atlantide, brano presente nella pellicola, accompagnata dalla traduzione simultanea in lingua dei segni.

Una performance essenziale, che ha trasformato la musica in gesto e il gesto in significato, rendendo visibile ciò che solitamente resta affidato all’ascolto. Non un semplice finale, ma una naturale estensione del racconto: perché è proprio nella voce – e nel coraggio di usarla – che Non abbiam bisogno di parole trova il suo senso più autentico.

Non abbiam bisogno di parole sarà disponibile da venerdì 3 aprile su Netflix.

Guarda il trailer ufficiale di Non abbiam bisogno di parole

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