sabato, Novembre 27, 2021
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RomaFF16, Tim Burton: “Continuo a sognare ad occhi aperti il cinema”

Tim Burton, Premio alla Carriera di RomaFF16, ha ripercorso la sua ricca carriera durante un Incontro Ravvicinato insieme al pubblico.

Il nome di Tim Burton è legato a un immaginario ben specifico, con romantiche sfumature gotiche capaci di dipingere personaggi stravaganti, outsider che apparentemente non appartengono alla nostra realtà ma che fanno parte di ognuno di noi. Un universo di riferimento che non solo gli appassionati hanno imparato ad amare e riconoscere, ma anche il pubblico più generico e mainstream: anche Tim Burton, un po’ come Quentin Tarantino (protagonista di un altro Incontro Ravvicinato di RomaFF16), si è trasformato in un aggettivo – “burtoniano” – per individuare un touch, un tocco, specifico. Quello stesso tocco che ha distillato nelle risposte che sono arrivate dal pubblico presente all’Incontro Ravvicinato organizzato in occasione della 16esima edizione della Festa del Cinema di Roma.

Domande sull’universo Burton, ovviamente, ma anche sul suo rapporto con il cinema, con l’industria hollywoodiana e con le maestranze che lavorano dietro le quinte. Burton è un fiume in piena di confessioni e considerazioni, pensieri maturati in una lunghissima carriera iniziata come fumettista presso la Disney, che si è poi trasformata in una serie di felici successi dietro la macchina da presa – sono gli anni ’90 dei cult Edward Mani di Forbice, Ed Wood, Beetlejuice, Batman – che hanno consolidato la sua fama e quella di Johnny Depp, il suo attore feticcio a sua volta protagonista di una masterclass di Alice nella Città proprio di quest’anno. Tim Burton ha attraversato tante vite e tanti progetti, fino a dissipare un po’ le sue apparizione al “timone di regia” negli ultimi anni. Ma per quale motivo? C’è forse una ragione specifica, magari legata alle sue scelte artistiche?

«Tendo a realizzare solo i film che sento» replica il regista. «Anche se non faccio un film da un paio di anni, per me è sempre stato così e continua ad esserlo ancora oggi. Ho sempre sentito un forte coinvolgimento emotivo in tutto ciò che facevo, nei progetti che sceglievo. Mi torna difficile prendere parte ad un film in cui non mi sento emotivamente coinvolto, nel quale non vengo trascinato dalla passione durante tutto il processo creativo. È l’emozione a parlarmi sempre con grande forza».

Il coinvolgimento emotivo, che si rivela fondamentale per Burton, ma non solo: altri aspetti entrano in gioco innescando la sua creatività. Processi che portano poi alla nascita di grandi capolavori, da sempre liberi e svincolati da qualunque limite imposto da Hollywood e dagli Studios. A tal proposito, Burton ha ricordato che non vive sotto il sole della californiana Hollywood da molti, anzi moltissimi anni e non sembra troppo vicino ai progetti della “nuova Hollywood” ossessionata dall’inclusività (ad ogni costo) e al racconto delle vite reali, piuttosto che ai voli – liberi e pindarici – della fantasia e della creatività.

«Mi sono sempre sentito come un outsider onestamente, per cui per me si tratta di un personaggio normale che è parte integrante della mia vita. Non cerco a tutti i costi di creare una drammaturgia, mi viene quasi naturale. A proposito della fantasia, invece, ci sono tanti film di supereroi ad esempio, e anche questi sono immersi in un mondo fantastico. Per me parlarne è anche strano: in fondo sono stato tra i primi a realizzarne uno, molti anni fa! È vero, ci sono molti biopic in giro ma sono convinto che ci sia sempre più bisogno proprio di fantasia più che di realtà, perfino nelle storie vere.

Al giorno d’oggi, non vorrei mai essere un comico – ad esempio – perché non puoi dire più nulla, e trovo che questa sia una situazione opprimente per tutti. In tutta onestà, non faccio caso a ciò che dico e non mi interessa nemmeno. Non essendo mai stato un grande fan di certi personaggi o adattamenti, ecco perché ho smesso di fare dei film per un po’… anche perché tutti questi prodotti Marvel, Pixar… sono tanti, ed è qualcosa che non mi attira più e che non voglio fare per un po’.

Per quanto riguarda invece gli altri aspetti che innescano il mio processo creativo, di solito vado al bar, prendo un paio di drink e inizio a scrivere. Ma non sempre eh, qualche volta… battute a parte, il mio processo di immaginazione nasce dalla voglia di sognare ad occhi aperti, guardandosi intorno e fissando ciò che ci circonda, contemplandolo e sforzandomi di vedere il diverso negli altri. Un aspetto, quest’ultimo che ha sempre fatto parte di me».

Tim Burton a RomaFF16: «Chi dice che sono una persona dark si sbaglia di grosso.»

Ed è vero: Tim Burton sfugge da sempre a qualunque etichetta, anche quelle che sembrano calzargli meglio (come le definizioni di “gotico” o “dark”). Un po’ per via dell’educazione ricevuta, un po’ per le scelte di vita compiute, il regista californiano ha sempre cercato di sfuggire a tali cliché: «Chi dice che sono una persona dark si sbaglia di grosso. La mia presunta personalità dark e oscura rientra nelle categorie che quando cresci ti affibbiano, un’etichetta e io non amo le etichette nelle persone, oppure mettere le persone in categorie specifiche. Non amo essere etichettato ed è qualcosa che mi porto dietro da sempre», ammette candidamente il regista. Da sempre schivo e controcorrente, Burton ammette che tra le sue paure più grandi c’è quella di affrontare un palcoscenico e un pubblico così nutrito, un’idea che gli ha tolto il sonno anche prima di arrivare a Roma per ricevere il premio alla carriera, nonostante l’entusiasmo dilagante che lo ha mosso.

«Questo è un premio speciale per me perché Roma è una città che amo: sono cresciuto guardando film italiani, tra quelli di Mario Bava, Federico Fellini e Dario Argento. Ho un amore speciale per questo posto e per le tante maestranze artistiche – mi viene in mente, a tal proposito, Dante Ferretti. Per me è tutto così speciale e grandioso».

Tim Burton è un regista che ha avuto modo – e tempo – di riflettere sul suo cinema e sul futuro della sua produzione audiovisiva, dedicandosi a nuovi progetti – l’attesa serie tv targata Netflix Wednesday, che porterà il personaggio di Mercoledì Addams sul piccolo schermo – ma anche ripercorrendo i suoi successi del passato, regalando dei preziosi consigli a tutti coloro che abbiano voglia di lanciarsi nel ramo artistico:

«Se ripercorro la mia carriera, penso proprio che Edward mani di forbice ed Ed Wood siano i personaggi che sento più vicino, perché hanno molto di me. Come pure Vincent è forse il mio film preferito, anche solo per la sua durata di 5 minuti! Della prossima serie su Mercoledì, posso dire che pur essendo tratta dalla Famiglia Addams sarà comunque qualcosa di autonomo, perché focalizzata sul personaggio di Mercoledì che ha un forte legame con la “mia” giovane protagonista di Beetlejuice, solo che qui siamo di fronte a un character più complesso e ricco di sfumature. La mia mente non si ferma mai: ho sempre qualche idea anche se niente di specifico al momento, ma spero proprio di poter tornare ad una forma d’arte così speciale come la Stop Motion, che ha per me un valore speciale.

Ho sempre avuto dei sogni: adoro il cinema e l’ho sempre amato, quindi mi ritengo fortunato perché posso continuare a sognare ad occhi aperti anche oggi, disegnando e scrivendo solo per lo spirito umano, per aiutarlo attraverso la creatività, e per fare qualcosa anche per me stesso. Se c’è un’unica cosa di cui non ho mai avuto paura è di fare, agire: bisogna essere sempre appassionati, innamorati, e mai spaventati all’idea di fallire nei propri lavori. Bisogna solo farsi guidare sempre dalla passione, qualunque ambito si scelga: recitazione, regia, sceneggiatura… solo con la passione si può realizzare qualcosa di speciale».

Ed è proprio sulle ultime battute che Tim Burton regala, al suo pubblico, una nuova riflessione, una “perla” intrisa di “Burton-pensiero” che riconferma ancora una volta la presenza del suo celebre tocco:

«Si è sempre detto che i film sono come figli. Per questa ragione, io non ho pentimenti. Certo, si possono fare degli errori (anche clamorosi) ma non mi pento di nulla: quello che fai è parte di te. Ho ricordi belli e brutti per ogni progetto, ed è come un mix di emozioni mai sopite né pentite, anche quando le situazioni in cui ero coinvolto – come, ad esempio, durante le riprese di Dumbo – sono diventate opprimenti facendomi rasentare un esaurimento nervoso».

Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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