venerdì, Gennaio 21, 2022
HomeFestivalFesta del Cinema di RomaRomaFF16, Johnny Depp: "Un attore non può non amare il suo pubblico"

RomaFF16, Johnny Depp: “Un attore non può non amare il suo pubblico”

Johnny Depp, protagonista di una masterclass per Alice nella Città, in occasione di RomaFF16, ha ripercorso la sua carriera insieme al suo pubblico.

Johnny Depp è stato uno degli attori più iconici degli anni ’90, inizio ’00: volto riconoscibile tra le mille maschere che ha incarnato, è stato tanto un feticcio dell’indie underground, lavorando con autori come John Waters, Jim Jarmusch, Terry Gilliam ed Emir Kusturica (tra gli altri), quanto simbolo di una Disney che sembrava pronta a subire una vera rivoluzione dall’interno, complice l’irresistibile ascesa del Capitano Jack Sparrow nato dalla mente creativa di Depp, protagonista della saga di Pirati dei Caraibi. Ma Depp è da sempre legato a doppio filo al suo regista-feticcio Tim Burton, che lo ha lanciato nel 1990 grazie alla fiaba gotica di Edward mani di forbice e con il quale ha continuato a nutrire gotici incubi per tutte le generazioni.

Una carriera lunga e avventurosa quella di Johnny Depp, che ha deciso di ripercorrere insieme al pubblico accorso per la masterclass di Alice nella Città, in occasione della 16esima edizione della Festa del Cinema di Roma. Una chiacchierata giocosa e informale sulla sua carriera, sulla recitazione e sull’industria hollywoodiana che si è aperta con una considerazione importante:

«Sarebbe da sciocchi, per un attore, non amare il proprio pubblico. Un attore non può non amare il suo pubblico, è impossibile, soprattutto per me, perché questo amore mi sprona a realizzare prodotti migliori. I film realizzati a Hollywood sono ingabbiati nella tradizionale struttura in tre atti e anche le formule utilizzate sono standard; io voglio realizzare dei film – o altre attività e opere – che siano il frutto della creatività e che diano modo alle persone di porsi delle domande e di riflettere».

Un rapporto, quello con il suo pubblico, che è forte e saldo nonostante gli anni e le avversità: i fan amano Depp e lui li ricambia, perfino durante la masterclass, improvvisando battute e gag in tempo reale. Elementi che riconfermano la capacità più unica che rara di Depp di intrattenere, creare legami, trasformandosi in un irresistibile – ed impertinente – enfant prodige pronto a creare scompiglio: un elemento, secondo lui, fondamentale per il suo approccio alla scelta dei personaggi. «Quando scelgo di interpretare un personaggio, cerco sempre di trovare quelle caratteristiche e quei tratti che mi attirano e intrigano, quegli elementi che poi cercherò di rappresentare. E alla fine, ogni ruolo interpretato riconduce sempre ad essere stati bambini e alla capacità di saper sognare. È un fattore importante che vale per tutti, voler mantenere ad ogni costo viva l’infanzia. Cerco sempre di continuare a far funzionare il cervello, perché comunque non sempre l’infanzia lascia un senso di sicurezza, anzi: non voglio rischiare di finire in una stanza vuota e buia nella mia mente».

Un attore come Johnny Depp, un uomo dai mille volti che ha attraversato tanti personaggi e, in modo periglioso, anche le insidie e gli ostacoli dell’industria di Hollywood, ha le idee ben chiare sulla “Fabbrica dei sogni” e sulle sue contraddizioni: «Il mio modo di approcciarmi ai personaggi non è mai cambiato» dice Depp, «le scelte che io ho fatto indipendentemente dai vari personaggi ho ritenuto che fossero importanti ma sono state importanti anche quelle proposte che ho rifiutato, nonostante le pressioni degli agenti che vedevano scorrere via soldi. Gli Studios mi ingaggiavano: lo facevano, e poi pretendevano che facessi determinate cose come se non avessero mai visto i miei precedenti lavori. Ad esempio, quando ho accettato il ruolo di Jack Sparrow… Vedete, io precedentemente avevo cresciuto i miei figli con i film d’animazione, moooolto prima di diventare Jack Sparrow. Per tre anni ho guardato solo cartoon e pensavo “perché non posso essere un personaggio così? Come Bugs Bunny, Willy il Coyote etc”… c’è subito una sospensione dell’incredulità quando li guardi, e così è stato per Jack. C’erano dei parametri stretti intorno a questo personaggio e io ho cercato allargarli. Ma solo così ho avuto l’opportunità di infiltrarsi nel “campo nemico”, e per vent’anni mi sono imposto con il mio personaggio. Questi film continuano a durare solo grazie a voi, non c’è dubbio».

In conclusione, Johnny Depp – incalzato sempre dalla domande del pubblico – ha cercato di stilare qualche suggerimento utile per un giovane attore che sta cercando di muovere i primi passi, ovviamente basato tutto sulle sue esperienze in prima persona. Una riflessione profonda che lo ha portato anche a passare in rassegna i suoi personaggi più memorabili ed iconici, fino a spingersi a confessare qual è, secondo lui, il suo preferito:

«Hollywood insegna come lavorare per arrivare a qualcosa, ad un obiettivo, ma ti fanno fare anche delle cose che ti sforzi di capire, senza però riuscirci. Si cerca un’umanità che non c’è, sostituita da tanto shaming, rifiuto, e poi si finisce per annegare lì dentro. Per quanto riguarda invece la recitazione, non amo molto la parola “mestiere”: secondo me dalla recitazione bisogna eliminare la paura che non contiene nessuna caratteristica di redenzione. La paura appartiene agli altri, bisogna considerarla in quest’ottica, perché ognuno di noi ha il suo bagaglio e con esso la paura sempre al seguito. Non bisogna mai fare qualcosa che non ci appartiene, bisogna sempre continuare ad avere i propri bellissimi sogni e sapere bene chi si è, facendo emergere tutto questo nelle circostanze giuste».

«Lo confesso» ammette l’attore, «in realtà non bisognerebbe mai mordere la mano da dove si mangia. Ricordo un aneddoto: avevo vent’anni e un contratto di sette anni con uno show in tv. Per due anni e mezzo ho fatto di tutto per farmi cacciare via, sono finito perfino in prigione: volevo liberarmi. Quella serie era diventata un prodotto e non volevo più farne parte. Quando fui liberato, continuavano ad offrirmi sceneggiature standard che rigettavo perché non volevo fare proprio l’attore ma qualcosa di creativo, di mio. Poi dopo tanto tempo mi arrivò la proposta di Cry Baby, di John Waters, e lì ho capito che potevo avere un’opportunità piantando i piedi su un terreno solido… Ma l’altro personaggio che mi ha stabilizzato sul mio terreno è stato senza dubbio Edward mani di forbice».

Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

RECENTI

- Advertisment -