lunedì, Marzo 8, 2021
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Riccardo Scamarcio presenta L’ultimo paradiso: ”Il cinema non morirà mai”

Ispirato a una storia vera, il film L'ultimo paradiso con Riccardo Scamarcio sarà disponibile su Netflix a partire dal 5 febbraio.

Il 5 febbraio uscirà sulla piattaforma Netflix il film drammatico L’ultimo paradiso, interpretato, scritto e prodotto da Riccardo Scamarcio. Regista e co-sceneggiatore (nonché autore del soggetto) è Rocco Ricciardulli, mentre tra gli altri interpreti troviamo le attrici Gaia Bermani Amaral e Valentina Cervi, e l’attore Antonio Gerardi. Il film si ispira a una storia vera ed è uno spaccato della Lucania contadina degli anni ’50. Una realtà povera, contraddistinta da famiglie contadine sfruttate e signorotti locali arricchiti che esercitano il loro potere sui propri mezzadri.

Una realtà soffocante dalla quale vuole fuggire Ciccio (Scamarcio), sposato con Lucia (Cervi) e padre di un bambino, ma innamorato della giovane Bianca (Amaral). Da sempre impegnato contro lo sfruttamento dei lavoratori della terra, Ciccio sogna di emigrare come il fratello Antonio nel nord Italia. Ma lasciare quella terra – a cui è visceralmente legato – non sarà facile. Il film, prodotto da Netflix in collaborazione con Mediaset, Lebovski e Silver Production, sarà distribuito dalla major dello streaming in tutto il mondo.

Un ritorno alle origini

Per Riccardo Scamarcio e Rocco Ricciardulli girare L’ultimo paradiso è stato un ritorno nella propria terra. Quella Puglia contadina dove sono nati e cresciuti prima di emigrare (il primo a Roma, il secondo a Los Angeles) per coltivare il loro sogno: lavorare nel mondo del cinema. «Per la verità non me ne sono mai andato», ha confidato Scamarcio durante la conferenza stampa di presentazione del film. «Ho mantenuto un legame forte con i luoghi della mia infanzia, ed effettivamente nel film ci sono posti a me particolarmente cari. In una scena, ad esempio, il personaggio di Antonio e il padre hanno un dialogo in un luogo dove io e mio padre andavamo sempre in cerca di funghi».

«Ma è forse sopratutto nelle atmosfere di alcune sequenze che ho rintracciato un legame con il mio passato», ha continuato l’interprete. «La scena in cui il figlio di Ciccio, Rocchino, aiuta la nonna a fare le orecchiette è simile ad analoghe esperienze che ho avuto io durante la mia infanzia».

Un legame con la Puglia che il film testimonia anche a livello scenografico, attraverso la scelta di girare il film in loco (a parte una parentesi a Trieste), grazie anche al supporto dell’Apulia Film Commission. «Il film è stato girato principalmente a Gravina di Puglia, un paese al confine con la Basilicata caratterizzato da un bellissimo ponte romano», ha detto ancora Scamarcio. «Ci è apparso fin da subito un posto perfetto dove ambientare la storia».

«La scelta di Gravina di Puglia è stata “imposta” anche dalla volontà di ambientare la vicenda in un luogo il più vicino possibile a quello che, nella realtà, ha ospitato la storia vera che ha ispirato il film», ha puntualizzato Rocco Ricciardulli, al suo secondo lungometraggio dopo All’improvviso Komir. «La storia da cui trae ispirazione L’ultimo paradiso è avvenuta in Lucania e io volevo un ambiente simile a quello dove sono cresciuto, il materano. Naturalmente, fondamentale è stato l’aiuto dell’Apulia Film Commission per trovare le location giuste, come ad esempio la masseria utilizzata nel film in qualità di magione appartenente alla famiglia di Bianca. Importante è stato inoltre il lavoro della scenografa Isabella Angelini, che ha ricostruito degli ambienti perfettamente coerenti con quei luoghi e con il tempo del racconto».

L'ultimo paradiso

Un passato sempre attuale

Come già accennato, L’ultimo paradiso è ambientato negli anni ’50. Eppure, i temi che tratta – benché profondamente radicati in quella realtà storica – rischiano di essere ancora oggi attuali, come ha sottolineato lo stesso regista. «Le dinamiche che vediamo nel film non sono poi così cambiate. Sono cambiati solo gli attori. Quando io ero piccolo, ricordo che dal brindisino venivano molte ragazze in cerca di lavoro stagionale nei campi. Erano chiaramente sfruttate. Così come oggi vengono sfruttati gli extracomunitari. Il caporalato c’era allora come c’è oggi. Anni fa ho portato a teatro una mia pièce dal titolo “Ammerika”, che parlava degli italoamericani emigrati. Ad un certo punto mi sono reso conto che la loro condizione non era poi diversa rispetto a quella di coloro che ancora oggi lavorano nei campi per 2 euro all’ora».

Un’attualità che secondo Scamarcio calamiterà l’interesse del pubblico (anche internazionale, data la distribuzione Netflix): «Ci sono nel film temi universali quali lo sfruttamento del lavoro e la lotta di classe. Ma non solo. Si descrive anche la condizione di chi vuole scappare dalla propria terra perché in cerca di altre opportunità; e pure, al contrario, quella di chi se n’è andato ma ha nostalgia di casa. Inoltre, credo che sia interessante la scelta di mettere in scena personaggi pieni di contraddizioni, senza ricorrere a facili stereotipi».

Senza dimenticare il tema della libertà, tanto agognata dai personaggi di Ciccio e Bianca. «È un concetto attorno al quale si dipana l’intera narrazione», secondo Ricciardulli. «La libertà nel film è simboleggiata dal fatto che Ciccio non vuole più stare all’interno della sua casa. La famiglia per lui è diventata oppressiva. Non a caso, la rappresentazione della casa è in antitesi rispetto allo spazio esterno, che è invece solare».

Una sceneggiatura a quattro mani

Alla seconda (e definitiva) stesura della sceneggiatura ha collabora anche lo stesso Scamarcio: «È stato molto interessante. Avevo avuto già un’altra esperienza come co-sceneggiatore con Pericle il nero, ma questo volta il lavoro è stato differente. Diciamo che è stata una sorta di work in progress. Con Rocco, non solo ci siamo confrontati a lungo prima delle riprese, ma abbiamo continuato a scrivere anche mentre giravamo il film. Il finale, ad esempio, lo abbiamo riscritto dieci giorni prima della fine delle riprese. Quello che avevamo, infatti, non ci convinceva. È stato un metodo di lavoro rischioso, ma credo che abbia dato i suoi frutti».

Il regista, invece, si è concentrato su quanto è rimasto della storia vera che ha ispirato il film: «Quando proposi a Riccardo la sceneggiatura, avevo già tratto dalla storia da cui avevo preso ispirazione uno spettacolo teatrale. Con Riccardo l’abbiamo poi modificata, di fatto raccontando un’altra storia. L’evento vero a cui si ispira il film – quello che vede coinvolto Ciccio e che per certi ha riguardato anche la mia famiglia – è rimasto, ma abbiamo scelto di andare in un’altra direzione. Abbiamo prediletto il realismo, ma ci siamo anche concessi sequenze d’astrazione – quasi oniriche – che vengono direttamente dalla seconda fase della scrittura».

Uno, due, tre Scamarcio

Attore, sceneggiatore, ma anche produttore. Si è fatto in tre Riccardo Scamarcio per L’ultimo paradiso. E questo la dice lunga su quanto abbia avuto a cuore il progetto. «Essere produttore ed interprete di un film è un privilegio. Io credo anche di aver avuto un vantaggio: essendo attore, conosco i set dall’interno, so quali sono le dinamiche, quali invece le potenziali difficoltà. Certo, ho dovuto imparare molte cose, ma comunque quello di produttore è un ruolo che svolgo da una decina d’anni, quindi un po’ d’esperienza me la sono fatta. Anche se fare un film come questo, che è costato quasi 3 milioni di euro, non è stato semplice. Mi affascinava poter creare un collegamento diretto, tramite la mia persona, tra la parte creativa e quella organizzativa. Ci sono tanti attori che aspirano a diventare registi e quando fanno il salto dimostrano di essere molto bravi. Io invece non ho mai cullato il sogno di stare dietro la macchina da presa, così mi sono reinventato produttore».

Un impegno sempre più a 360° quelli di Scamarcio per il cinema, che sembra non volersi arrestare neppure di fronte alla nascita della sua primogenita: «In realtà proprio in questo momento sto accelerando. Per me fare un film rimane sempre la cosa più bella che c’è. E spero che un giorno mia figlia, crescendo, capirà che il cinema è meglio della vita».

Personaggi complessi

Un lavoro importante quello svolto dagli attori per delineare i loro personaggi. Ancora una volta, Riccardo Scamarcio si trova a recitare nei panni di un padre di famiglia pieno di contraddizioni. Portato sullo schermo magari con una nuova consapevolezza, data la recente paternità: «Già nei film Il ladro di giorni e La prima luce interpretavo due padri sofferenti. Ma, in generale, in diverse opere mi sono confrontato con questa tipologia di personaggio, di cui uno degli esempi migliori in ambito cinematografico credo rimanga quello offerto da Franco Zeffirelli nel suo Il campione. La figura paterna che interpreto in L’ultimo paradiso è un padre che vuole bene al proprio figlio. Instaura con lui un rapporto speciale, fatto di sguardi, di contatto fisico; e l’uso del dialetto crea una connessione speciale tra i due personaggi».

Una positività, quella insita nel personaggio, ribadita anche dal regista: «Ciccio è un buon padre. Essere un cattivo padre non significa avere i propri sogni e immaginare un futuro diverso per se stessi, magari anche lontano dalla propria famiglia. Da un certo punto di vista, anche la stessa famiglia di Ciccio, e in special modo moglie Lucia, comprendono la sua volontà di cambiamento. Non ci trovo nulla di strano: se ami una persona vuoi il meglio per lei».

Per quanto riguarda invece Gaia Bermani Amaral, il personaggio da lei interpretato, ovvero Bianca, è assolutamente moderno: «Credo rispecchi le donne di oggi. È in cerca di riscatto, di libertà, di giustizia. Non vuole sottostare a determinate regole. Vuole imporre la propria identità. Ed è per questo motivo che si ribella al padre padrone e al fratello violento. Vuole solo cambiare la propria condizione. È un personaggio caparbio e fragile, che lancia a spettatori e spettatrici un importante messaggio di coraggio e speranza».

Soffermandosi invece su analogie e differenze con il personaggio che ha interpretato, la stessa attrice ha puntualizzato: «Siamo naturalmente diverse, specie per quanto riguarda la realtà e l’epoca in cui siamo vissute, ma anche relativamente alle esperienze fatte. Bianca è nata nella Puglia degli anni ’50, in una realtà contadina, e non ha mai lasciato la sua terra d’origine. Io invece, pur essendo nata in Brasile, ho vissuto per molti anni a New York e poi mi sono trasferita in Italia. Nonostante questo anche lei è aperta alla vita, un po’ come sono io. A lei, però, invidio la caparbietà e la spontaneità».

Per Valentina Cervi, invece, il suo personaggio è completamente antitetico rispetto a quello interpretato dalla collega: «Bianca e Lucia vengono da due realtà familiari molto diverse. Quella di Bianca è contraddistinta da figure maschili violente, mentre quella di Lucia è caratterizzata da donne forti. Proprio le donne sono la forza della famiglia di Ciccio: la stessa Lucia, ma anche la madre del protagonista. Benché possa sembrare un personaggio passivo, in realtà credo che anche Lucia si ribelli a suo modo. Certo, non può abdicare alla sua sofferenza. Ma, di fronte ai tradimenti di Ciccio, testimonia di aver compreso che amare è anche capire che la deriva è possibile».

L'ultimo paradiso

Il realismo passa anche dall’uso del dialetto

Come specificato in più di un’occasione dal regista, L’ultimo paradiso vuole appropriarsi in prima istanza di un registro realista. Per questo motivo, già in fase di sceneggiatura il film era pensato per essere recitato in dialetto. Un compito forse non impossibile per Riccardo Scamarcio, data la sua origine pugliese, ma invece assai arduo per Gaia Bermani Amaral (brasiliana trapiantata a Milano) e la romana Valentina Cervi.

A tale proposito, ha confidato la Amaral: «La prima volta che ho sentito Rocco parlare di questa storia fu nel 2015. Durante il corso degli anni devo dire che mi è “entrata dentro”. Poi, naturalmente, per prepararmi al meglio ho fatto mesi di studio con due coach: prima a Milano e poi in Puglia sul set. È stato come imparare una nuova lingua. Anche se, in fin dei conti, il mio compito è stato meno gravoso rispetto a quello di altri interpreti, dato che il personaggio di Bianca, in virtù della propria estrazione sociale, è contraddistinto da una cadenza meno pesante rispetto a quella di altri personaggi».

Difficoltà riscontrate anche da Valentina Cervi: «Rocco è sempre stato molto attento al dialetto. Ma, in generale, direi ad ogni aspetto del film (location, scenografie, costumi) determinante per rendere credibile lo spazio e il tempo del racconto. Nel mio processo immedesimativo con il personaggio di Lucia sono stata molto aiutata dallo stesso Rocco – che mi ha portato davvero all’interno di quel mondo -, e naturalmente anche da Riccardo, sia in quanto attore che produttore. La sua generosità è stata encomiabile».

Proprio a proposito della volontà di aiutare gli interpreti ad entrare nel mood della storia, Ricciardulli ha voluto che le due attrici si recassero in Puglia prima dell’inizio delle riprese. «Con Riccardo siamo scesi in Puglia diverse settimane prima di girare. Poi è scesa anche Gaia – che già si era integrata con ambiente e personaggio – e dopo Valentina. Abbiamo condiviso quei giorni che ci separavano dal primo ciak tutti insieme. Abbiamo trovato il giusto feeling tra di noi, ci siamo goduti quei momenti. E siamo così partiti per un viaggio fatto davvero con amore».

Quale futuro per il cinema italiano?

Non è mancata, durante la conferenza stampa di presentazione del film L’ultimo paradiso una battuta di Riccardo Scamarcio sull’attuale situazione. Da una parte i cinema chiusi, in attesa di riaccogliere in sala film e spettatori; dall’altra, invece, l’ascesa vertiginosa delle piattaforme streaming, che secondo alcuni rischierebbero di mettere in discussione la sacralità della fruizione cinematografica. «Penso che il cinema non morirà mai. È un arte molto importante, che parla direttamente al nostro inconscio. Mi auguro che le sale riaprano e che ritorneremo a guardare i film nei cinema».

Guarda il trailer ufficiale di L’ultimo paradiso

Diego Battistini
La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rossa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)

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