lunedì, Settembre 20, 2021
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Non mi uccidere, Andrea De Sica: “Il mio cinema d’autore che dialoga con i generi”

Non mi uccidere è il film di Andrea De Sica con Alice Pagani e Rocco Fasano. Disponibile dal 21 aprile sulle principali piattaforme digitali.

Non mi uccidere è il titolo del nuovo film di Andrea De Sica: quest’ultimo, dopo il folgorante debutto con I Figli della Notte e il successo – targato Netflix – della serie Baby, torna dietro la macchina da presa con un lungometraggio tratto dal romanzo omonimo di Chiara Palazzolo, uscito per la prima volta nel 2005.

Il film, che sarà disponibile dal 21 aprile sulle principali piattaforme digitali per l’acquisto e il noleggio (Apple Tv app, Amazon Prime Video, Youtube, Google Play, TIMVISION, Chili, Rakuten TV, PlayStation Store, Microsoft Film & TV e per il noleggio su Sky Primafila e Infinity) vede protagonisti Alice Pagani (Baby) e Rocco Fasano (Skam Italia) affiancati da Silvia Calderoni, Fabrizio Ferracane, Sergio Albelli, Giacomo Ferrara e Anita Caprioli.

Il cast al gran completo, insieme al regista e allo sceneggiatore Gianni Romoli, che ha liberamente adattato il romanzo insieme al collettivo GRAMS, erano tutti presenti alla conferenza stampa per presentare Non mi uccidere in occasione della sua uscita: è stato proprio De Sica ad aprire la chiacchierata, definendo la sua ultima “creatura” come un «thriller romantico dalla forte componente soprannaturale».

Andrea De Sica: «Il mio intento con Non mi uccidere era quello di raccontare una storia d’amore che ha contorni più sfumati del solito, perché durante la fase dell’innamoramento ci si innamora sempre di qualcosa che appartiene al “mondo della notte”, e che ci spinge a mettere in discussione e a sfidare le nostre sicurezze, proprio come fa Mirta con la sua vita, avventurandosi in una dimensione ignota; per questo motivo il film è anche una favola nera a tutti gli effetti, ma cerco di sfuggire alle etichette di genere (di solito).

Fin da quando abbiamo iniziato a girare, non abbiamo mai usato Twilight come reference, anche perché il romanzo della Palazzolo aveva già l’aspetto più evidente di una storia d’amore ed è retrodatato al 2005: certo, richiama il film americano per via della storia d’amore ma ci sono delle sostanziali diversità. Twilight è un melò travestito da film horror soprannaturale; in parte lo siamo anche noi, ma poi il film finisce per affondare in una dimensione più drammatica e violenta, e lo fa senza paura e con audacia. Non mi sento di somigliare ad altri riferimenti, perché di solito questi film arrivano sempre dall’estero ma io volevo immaginarne, da sempre, uno fatto tutto in Italia.

Poi, a livello ideologico, è un film con una protagonista femminile: se ci fate caso, si vedono spesso diversi film con un maschio protagonista, ma qui in Non mi uccidere il mondo femminile è separato da quello maschile e Alice ha preso, sulle sue spalle, il carico emotivo del suo ruolo complesso, e anche lei come Mirta ha vissuto le riprese come una vera e propria prova di sopravvivenza. Inoltre, i temi della sorellanza sono fondamentali, perché le donne hanno da sempre un forte legame tra loro, e si evince anche nel film, dalla loro lotta nei confronti di un mondo che cerca di sopraffarle.

Questi aspetti erano già presenti nel romanzo della Palazzolo, che è comunque antecedente al movimento #MeToo: io ho fatto anche Baby, e mi sento vicino a delle tematiche femminili già affrontate prima di questo film. Ad esempio, durante le riprese della serie, abbiamo parlato con Alice del progetto, definendolo quindi come una riflessione che viene da molto lontano. Ad entrambi piaceva l’idea di mettere in evidenza la rivincita femminile, che è fondamentale soprattutto quando si è adolescenti. In quel momento particolare c’è una fase in cui ci si sente sempre dei mostri, isolati rispetto al resto del mondo; mentre in questo film la protagonista impara a sbranare la vita per viverla, accettarla fino in fondo e prendersela tutta senza rimorsi. Sono tematiche che riguardano tutti queste, dai maschi alle femmine; senza ideologizzare troppo per me Non Mi Uccidere è il terzo capitolo di una saga composta da I Figli della Notte, Baby e infine quest’ultimo che è un esperimento. Come regista, cerco di sentirmi come un adolescente il più a lungo possibile: sono pressoché all’inizio della mia carriera e spero in un lungo percorso, composto da un film già più maturo – che è questo – prima di fare un “film per gli adulti”, destinato soprattutto a loro».

Non mi uccidere è quindi un thriller con sfumature soprannaturali, nel quale l’azione ha un ruolo prevalente e traina la narrazione di un atipico racconto coming of age; ma è anche un prodotto audiovisivo in senso stretto, nel quale De Sica ha cercato di lavorare soprattutto sulla musica e le suggestioni emotive che da essa potevano scaturire. Da sempre appassionato di musica (e compositore a sua volta), il regista si trova bene a “scrivere pensando ad un film in termini musicali, vista la forte componente extra-verbale del cinema, il cui impatto emotivo è spesso limitato dal sonoro”, secondo le sue stesse dichiarazioni. Un cinema delle emozioni che ha permesso agli attori – soprattutto ai protagonisti, Pagani e Fasano – di calarsi nei propri personaggi sfidando limiti e paure, pur di affrontare il dualismo che alberga in ognuno di loro, sul set.

Alice Pagani: «Per me il concetto di dualismo che porta in nuce ogni personaggio è importante, perché si tratta del presupposto dal quale si dipana il film stesso; ad esempio, il mio personaggio – Mirta – parte con fragilità e dolcezza, avvolta da quel senso di protezione che le offre la sfera familiare. Ma è attraverso l’amore di Robin che scopre l’esistenza sia dell’amore che della morte, e questa consapevolezza la rende più forte. Sì, c’è poi la presenza di un abuso che la costringe a dover reagire e la morte stessa la mette alla prova, soprattutto dal punto di vista della purezza: per lei si tratta di una vera lotta per diventare adulta e sconfiggere i suoi mostri, i demoni che albergano in lei. Sentirsi oscura, avulsa dalla terra e riuscire a partecipare con difficoltà alla realtà è il suo lato oscuro che cerca di sconfiggere ad ogni costo, che è poi quello che proviamo in media noi adolescenti.

La nostra finalità è quella di cercare la verità: ci sforziamo di mostrare come non siamo i soli a provare qualcosa, che ciò che gli adolescenti possono vedere in un film è quello che vivono anche loro quotidianamente. Le emozioni corrispondono a paragonare la parte migliore di sé alla peggiore, sbagliare e poi scoprirsi: nel film c’è tutto questo, e Andrea De Sica ci ha permesso di mettere i nostri valori nei personaggi che abbiamo interpretato, di parlarne; è stata quindi una piccola battaglia personale per dire quello che pensiamo in Non mi uccidere, esprimendo la nostra opinione. A maggior ragione, interpretando la protagonista Mirta, posso anche aggiungere qualcosa riguardo alla figura femminile che si delinea nel film. La donna che emerge nel film non ha vergogna di provare paura e di diventare carnefice per difendersi; inizia delineandosi come una vittima ma poi non accetta più quel ruolo, vuole diventare carnefice e proteggersi. È una donna che accetta e comprende le sue fragilità e le difende, senza farsi schiacciare e sopraffare dall’ambiente esterno».

Rocco Fasano: «Il “mio” Robin ricopre invece un percorso inverso: comincia con il senso di delusione e consapevolezza di aver perso le cose importanti della vita, così si butta a capofitto in un amore totalizzante che finisce per bruciare entrambi, fino alla fine… anzi, fin oltre la fine! Ho amato moltissimo il clima che si è creato sul set, gli splendidi rapporti umani che siamo riusciti a costruire con gli altri – Alice, Andrea, Giacomo etc. – e per la prima volta nella mia vita ho affrontato un film “di pancia”: in alcune scene non c’era molta scelta, quindi era l’unico approccio giusto per affrontare ciò che accadeva sul set.

Per quanto riguarda gli adolescenti, io ho un fratello di 18 anni e ricevo da lui dei feedback diretti: quello che si racconta in Non mi uccidere – la rabbia adolescenziale, le incomprensioni metaforicamente portate agli estremi nel film – sono un argomento molto attuale confermato dagli adolescenti di oggi, ma non solo: me lo ricordo anch’io ed è davvero importante parlarne, per non far sentire gli adolescenti meno soli».

La sceneggiatura del film è firmata da molte mani: le prime, quelle di Gianni Romoli, che per primo opzionò il progetto nel 2005 e poi da quelle dei ragazzi del collettivo GRAMS, già autori della serie tv Baby. Raccontano così la loro esperienza con il romanzo omonimo ma, soprattutto, quella maturata sul set di Non mi uccidere:

Gianni Romoli: «Era il 2005 quando ho letto per la prima volta il romanzo della Palazzolo: le ho chiesto i diritti perché la ritenevo un’idea interessante, considerando che non facevo un horror dai tempi di Dellamorte Dellamore di Soavi. Con lei ci siamo messi a discutere su come trasportarlo sul grande schermo e lei non voleva partecipare alla sceneggiatura: capì infatti subito che la riduzione a film cambiava le modalità del linguaggio; era inoltre consapevole che avremmo fatto un film più pop e meno filosofico del suo romanzo pur rimanendo una metafora del passaggio dall’età adolescenziale a quella adulta. Ahimè, purtroppo per molto tempo non riuscimmo a fare il film, perché il mercato italiano non credeva nel genere: per i distributori costava di più produrlo autoctono che comprarlo dall’estero, l’idea non conveniva e fu archiviata. Poi, dopo anni, è stata ripresa da De Sica – da sempre appassionato di generi – e grazie alla svolta produttiva che ha seguito il successo di Lo Chiamavano Jeeg Robot di Mainetti, che dimostrò come si potesse tornare al genere in Italia, cominciammo a lavorare in modo diverso al mio primo script di Non mi uccidere. Ma io avevo bisogno di un occhio nuovo, ovvero Andrea, e quello “globale” del collettivo GRAMS per liberarmi del passato e aprirmi al presente».

Collettivo GRAMS: «Noi abbiamo adorato fin da subito le tematiche del progetto che sentivamo fortissime: il passaggio da adolescenti ad adulti è fondamentale e siamo contenti di essere riusciti a portare energie fresche al progetto».

È Andrea De Sica a raccontare ancora del film e dell’approccio con il quale si è avvicinato all’argomento trattato, cercando di riflettere tanto sul difficile passaggio dall’adolescenza all’età adulta quanto sul linguaggio cinematografico utilizzato, che è senza dubbio quello del genere:

«Io mi sento sempre un autore: quando faccio un lavoro, cerco di essere attaccato a qualcosa di personale e lo stesso succede con questo film. Sento che Non mi uccidere mi riguarda personalmente. Ad esempio, all’estero c’è tanto cinema d’autore che ha un dialogo con i generi – penso all’Asia o alla Corea – noi invece in Italia siamo abituati ad un’autorialità diversa che si basa sul dialetto, sul dramma, il realismo etc. Per me, tutto quello che faccio è per superare proprio questo: sono sempre lo stesso e non sono mai cambiato, ho sempre considerato il concetto di paura come un filo conduttore e mi piace anche il fil rouge della fascinazione del male. C’è sempre questa ambiguità nei miei film, un mix tra immagini e suoni: sono molto affascinato dagli aspetti notturni della nostra mente, e spero che anche per gli spettatori sia qualcosa che inquieti e affascini allo stesso tempo, in modo romantico.

Inoltre in Non mi uccidere ci sono sentimenti di amarezza che aleggiano e una drammaticità molto forte, ma anche un estremo senso di attaccamento alla vita, perché il personaggio di Mirta è conflittuale e vive tutto in modo emozionale ed emotivo. La scoperta che fa, di chi è diventata, è scioccante perché si tratta di un coming of age brutale che ho cercato di restituire in modo vivido, cercando di essere il più sincero possibile. Anche il territorio, ad esempio, riflette i sentimenti e le intenzioni del film: abbiamo girato in Trentino Alto Adige, ma nessun paesaggio corrisponde a quelli da cartolina – stile “Hansel e Gretel” – che ci si aspetta. Nei flashback, che sono più rassicuranti, abbiamo optato per un paesaggio più idilliaco e spensierato, con la presenza preponderante della natura; ma nel presente “post-mortem” di Mirta, abbiamo optato per un paesaggio urbano più duro e metropolitano, pur trattandosi sempre della stessa location».

In conclusione, è sempre il regista a tirare le somme della sua esperienza sul set, riflettendo su ciò che lo rende realmente orgoglioso di Non mi uccidere:

«Sono molto orgoglioso e soddisfatto del film, perché mi esprime profondamente: spero sia qualcosa di nuovo per gli spettatori e, da regista, spero di averlo fatto con gli stessi toni dolci e terribili degli anni straordinari della nostra adolescenza».

Guarda il trailer ufficiale di Non mi uccidere

Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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