giovedì, Agosto 18, 2022
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Luc Besson a Roma per Valerian e la Città dei Mille Pianeti

È un Luc Besson stanco ma sereno quello che ieri mattina a Roma ha presentato alla stampa Valerian e la Città dei Mille Pianeti, che a distanza di due mesi esce finalmente anche in Italia, ultima tappa del suo percorso internazionale.

Stanco perché provato dai mesi, per non dire anni, di produzione prima e promozione dopo della sua ultima creatura cinematografica; sereno non solo a giudicare dall’ironia squisitamente francese che ha a più riprese sfoggiato con i giornalisti ma, soprattutto, a voler leggere tra le righe delle sue parole che lo dipingono con autore pienamente convinto del suo ultimo film, affatto incupito dagli incassi deludenti che annoverano Valerian tra i più disastrosi flop del 2017 (circa 180 milioni di dollari di budget stimato e un incasso, finora, di 220 milioni) e pongono dubbi sulla creazione di una futura trilogia.

“Mi piacerebbe molto farne tre, anche venticinque se possibile”, ha detto a tal proposito Besson, “ma non dipende da me. Certo se il film avrà un enorme successo in Italia possiamo ben sperare! Poi intervengono problemi economici ma la cosa non mi riguarda direttamente, io mi occupo del lato artistico”.

Rispetto a molte altre produzioni milionarie, infatti, Valerian ha il pregio di essere una produzione indipendente, ad oggi la più costosa di sempre. Questo ha dato la possibilità a Besson di avere grande libertà creativa, evidentissima sia nella forma che nei contenuti del film.

Luc Besson e il grande sforzo immaginativo per dar vita al mondo creato da Pierre Christin e Jean-Claude Mézières

In merito alla prima, è occorso un grande sforzo immaginativo per dar vita al mondo creato da Pierre Christin e Jean-Claude Mézières negli anni Sessanta e portato sul grande schermo da Besson: “Quando si inizia a girare un film di fantascienza”, ha affermato il regista, “bisogna assolutamente smettere di vedere fantascienza. Per questo film ho scelto sei artisti, selezionati attraverso un concorso al quale hanno partecipato 2.000 disegnatori, che ho fatto lavorare per più di un anno senza indicazioni di sceneggiatura e senza che potessero interfacciarsi tra loro. Obiettivo: immaginare il 28 secolo in tutte le sue sfumature, comprese le circa 8.000 creature presenti nel film. Dopo un anno hanno prodotto oltre 5.000 disegni, alcuni dei quali completamente folli. Dopodiché sono stati selezionati altri sei disegnatori a cui stavolta è stato fornito lo script”.

Per dar vita alle proposte di questi 12 artisti sono stati necessari oltre 2.300 effetti visivi (circa il quadruplo di quelli dell’ultimo spin-off di Star Wars, Rogue One), che manifestano la grande confidenza di Besson con il cinema digitale, da lui considerato una ricchezza e non una minaccia, a patto di essere coordinato da una vivace creatività: “Se utilizzata bene la tecnologia è libera, e penso che oggi il limite sia rappresentato piuttosto dall’immaginazione, di cui io per fortuna non manco! È un po’ quello che rimprovero ai film di fantascienza degli ultimi anni: sono sempre uguali nelle loro proposte, ci sono sempre gli stessi supereroi, gli stessi alieni cattivi, e tutti hanno lo stesso fornitore di calzamaglie! Sono felice per loro perché da un punto di vista economico la formula funziona ma personalmente dopo 25 minuti ne ho già abbastanza.”

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Luc Besson a Roma per Valerian e la Città dei Mille Pianeti

Da questo punto di vista Luc Besson si pone perfettamente in linea con altri due grandi cineasti della fantascienza moderna: George Lucas, di cui ammira moltissimo il lavoro, e James Cameron, verso cui non nasconde il proprio debito di riconoscenza: “Non sono io che devo molto a Cameron, siamo tutti noi a dovergli molto perché è stato un precursore. La tecnologia che io uso in Valerian l’ha inventata lui in Avatar. Mi ha invitato sulla lavorazione del film, mi ha dato dei consigli, è stato come un fratello maggiore molto generoso.”

Sul fronte invece dei contenuti del film, il regista ha ribadito l’importanza di alcune tematiche cardine del suo cinema, che permeano la sostanza di molti dei suoi film tra cui Il Quinto Elemento e la trilogia di Arthur et les Minimoys. Valerian è un film sui “popoli che nella storia dell’umanità sono stati massacrati in nome della religione, dell’economia o del progresso”, sull’importanza di una vita in armonia con il proprio ambiente e, soprattutto, sulla possibilità di non ricorrere alla vendetta come arma di offesa: “Il popolo dei Pearl è del tutto sprovvisto dell’istinto di vendetta. Non è una cosa che si vede spesso, di solito dinanzi a un torto subito la prima reazione è di vendetta, pensiamo ai film Marvel, nei quali trova espressione la manifestazione della potenza distruttrice degli Stati Uniti.”

Luc Besson, i messaggi del film e il criterio con cui ha scelto i due protagonisti

I messaggi che Besson lancia nel film sono dichiaratamente rivolti alle nuove generazioni – “diciamo che mi tocca fare film da 180 milioni per educare i miei figli!”, ha scherzato – inclusa la sua affatto celata predilezione per il personaggio femminile del fumetto e del film, Laureline, interpretata da Cara Delevingne: “Penso che le donne siano l’avvenire degli uomini. Ho grande rispetto verso di loro perché se l’uomo per difendersi deve ricorrere alla violenza la donna sfrutta la propria intelligenza e il proprio cuore, che mi pare un atteggiamento decisamente più sano. Credo che le donne costituiscano un buon esempio per gli uomini, pensiamo al fatto che non c’è mai stata nessuna donna al mondo che abbia dichiarato una guerra; sarei favorevole a un trasferimento del potere alle donne perché trovo che se la cavino decisamente meglio degli uomini. Certo gli uomini sanno giocare meglio a calcio!”.

Besson è altrettanto schietto nello spiegare il criterio con cui ha scelto i due protagonisti: “Sono giovani ma anche molto bravi. Volevo cercare di rinnovare le schiere degli attori che vediamo su grande schermo, spesso gli stessi da trent’anni”. E in merito alla scelta di Rihanna spiega: “Il personaggio di Bubble esisteva già nel fumetto originale e l’ho sempre considerato importante, perché non si limita a mascherarsi ma si trasforma completamente. Mi piaceva il fatto che soffrisse la “sindrome dell’attore”, essere tutti e nessuno allo stesso tempo, trovarsi a recitare il personaggio del Papa e poi tornare a casa e dover portare fuori la spazzatura. Bubble rappresenta l’apice del ruolo dell’attore. Quando mi sono chiesto a chi dare questo ruolo ho subito pensato a Rhianna, che ha accettato. Trovo che farle recitare Shakespeare mentre veste i panni di Cleopatra in un film di fantascienza sia stato fantastico!”.

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