lunedì, Agosto 8, 2022
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L’Immortale: Marco D’Amore torna nei panni di Ciro Di Marzio, da Gomorra al grande schermo

L’Immortale è l’innovativo film che segna il ritorno – sul grande schermo – di uno dei personaggi più amati della serialità italiana: Ciro Di Marzio, ovvero “l’immortale”, protagonista di tre stagioni di Gomorra prima che il suo personaggio uscisse, definitivamente, di scena. Questo film rappresenta un modo per tornare nel mondo del crimine napoletano ancora una volta, con nuovi e vecchi protagonisti che permettono di raccontare anche il passato di Ciro, intrecciando in tal modo i piani temporali fino a creare una narrazione fluida.

Artefice del progetto è Marco D’Amore che mette su un vero e proprio “one-man-show” diretto, interpretato e scritto insieme a Leonardo Fasoli, Maddalena Ravagli, Francesco Ghiaccio e Giulia Forgione; al timone produttivo, invece, figurano sempre i nomi di Nicola Maccanico – per Sky, già artefici del successo duraturo della serie – e di Riccardo Tozzi con la sua Cattleya, unita a Vision Distribution.

Il film approderà nelle sale italiane – prima di una distribuzione internazionale – a partire dal 5 Dicembre e per l’occasione l’attore-regista D’Amore, insieme al cast, ai produttori e agli sceneggiatori hanno presentato alla stampa la loro ultima fatica, ponendo l’attenzione soprattutto sulla portata innovativa del prodotto all’interno del panorama seriale italiano visto che si pone come un ponte tra la vecchia stagione, la nuova e il mondo della settima arte.

A spiegare meglio il concetto, analizzando con scrupolosa attenzione tutte le tappe di questo lungo viaggio compiuto insieme a tanti talenti – più o meno noti – del settore è proprio Marco D’Amore stesso: «Per L’Immortale tutto è iniziato dalla scelta del bambino che avrebbe dovuto interpretare Ciro bambino nei flashback, scelta che è poi ricaduta sul giovanissimo Giuseppe Aiello; è stato un percorso lungo e articolato ma deve sempre accadere qualcosa di magico prima della scelta definitiva. Alla fine mi sono imbattuto nella natura meravigliosa delle zone periferiche di Napoli, spesso ridotte a scenari drammatici di povertà e malavita. Nei provini coi i bambini giocavamo e chiesi anche a Giuseppe di guardare fuori dalla finestra, pensando a cose belle prima di raccontarsi con un aggettivo e una parola; dopo un quarto d’ora si è girato verso di me e mi ha detto “io sono buono”, e lì mi ha convinto. L’importante è sgombrare sempre il campo da ogni retaggio e quella frase era la premessa perfetta per raccontare Ciro; non finirò mai abbastanza di ringraziare il caos per avermelo fatto trovare.

Quella che abbiamo deciso di raccontare è una storia piena di conflitti, miserie e paure: un famoso criminale con cui ho parlato una volta, mentre giravamo Gomorra, mi disse che l’errore più grande da commettere – a livello percettivo – è quello di credere che loro non provino mai paura, mentre invece ne provano: quella di non sopravvivere, quella della fine, di morire, di essere scoperti o semplicemente di non essere all’altezza delle situazioni. Queste sensazioni accomunano tanto i personaggi narrati, ma anche noi che temevamo di deludere i fan o di realizzare un prodotto non all’altezza delle aspettative; come diceva un poeta, per diventare immortali bisogna sempre superare la logica.

Devo ammettere che fatico sempre a parlare delle ispirazioni che coinvolgo quando sono all’opera: credo che ognuno di noi sia frutto delle nostre esperienze, di quello che siamo e con cui siamo cresciuti. Il mio omaggio è sempre rivolto nei confronti di Vittorio De Sica, grande maestro al quale mi sono ispirato in più di un momento. In questo film, L’Immortale, il taglio scelto è popolare ma, allo stesso tempo, ci sono delle sperimentazioni tecniche decisamente innovative. Ma alla base del personaggio di Ciro ci sono piuttosto delle ispirazioni letterarie: io lo vedo piuttosto come l’ultimo dei romantici, parafrasando ciò che diceva Lord Byron a proposito di bellezza, verità e orrore. Mamet è, ad esempio, da sempre uno dei miei autori teatrali preferiti ma soprattutto uno dei miei pallini di sempre per via della sua capacità di essere efficace e preciso nella descrizione che fai dei personaggi, semplicemente attraverso i dialoghi.

Ne L’Immortale è stata fondamentale la collaborazione integrata tra fotografia, luce e montaggio: su questo punto di vista Gomorra, a mio parere, è stata una fucina di veri talenti. Con il nostro direttore della fotografia, ad esempio, abbiamo cercato di creare una distanza emotiva grazie alla luce, una distanza che contrapponesse il presente e il passato per poi lavorare cercando di asciugare il film attraverso i silenzi scanditi dalla musica.

Sia nel film che nella serie a dominare è il senso di morte: penso quindi che nessuno vorrebbe emulare quella vita e Gomorra è una serie che riesce a fare epica senza però ricadere nella mera apologia. E questo aspetto fa bene al cinema, è un elemento che va importato dalla serialità perché traccia il netto confine che distingue serialità e mercato audiovisivo. In questo “racconto del male” che facciamo siamo alle prese con dei dannati ed è importante riflettere, perché il cinema si basa su questo: implica un pensiero per via di come viene realizzato. Dove c’è la polarizzazione c’è il rischio di emulazione inconsapevole, invece qui c’è il pensiero dietro, una riflessione più profonda.

Più che il male e la criminalità ne L’Immortale volevamo raccontare la povertà di una città che non si era ancora ricostruita e che era legata a un periodo storico ben preciso, raccontando in tal modo un sottobosco che è stampato nella mia memoria perché anch’io, proprio come Ciro, ero bambino negli anni ’80 colpiti da quel terribile terremoto nel quale il protagonista – in fasce – sopravvive per miracolo: da qui l’idea ulteriore di sviluppare, in sceneggiatura, il concetto di immortalità legato a Ciro, per il quale è una condanna tanto quanto la vita stessa; e alla fine il viaggio che Ciro bambino compie coincide con quello di Ciro adulto, che è in fin dei conti un sopravvissuto tanto al terremoto quanto alla sua condizione di orfano che al suo rapporto disfunzionale con il padre putativo Bruno.

Con L’Immortale ho riportato in vita un personaggio che mi ha dato tanto, come attore e come essere umano; le scelte hanno a che fare con i percorsi non mi sono mai sentito un attore tout court; non sono mai stato legato a un personaggio specifico, sono semplicemente ossessionato dalle storie e dai temi. Dietro questo personaggio c’era ancora una storia avvincente e profonda che mi poteva mettere alle prese con un protagonista capace di alzare l’asticella delle mie difficoltà: così come mi sono confrontato, nel mio percorso da allievo attore, con attori che sono stati per 50 anni una maschera della Commedia dell’Arte, anch’io mi pongo in questo modo nei confronti del “mio” Ciro. Tutto dipende da come s’interrogano il personaggio e le storie raccontate.»

Guarda il trailer ufficiale de L’Immortale

Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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