venerdì, Marzo 5, 2021
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Lei mi parla ancora, Pupi Avati: “Il potere terapeutico del cinema e dell’amore”

Lei mi parla ancora è il titolo del nuovo film di Pupi Avati con Renato Pozzetto. Disponibile dall'8 febbraio su Sky e on demand su NOW TV.

Lei mi parla ancora è il titolo dell’atteso ritorno di Pupi Avati dietro la macchina da presa. Ancora una volta un tuffo nel passato per il regista, che questa volta ha scelto di partire da un romanzo (Lei mi parla ancora – Memorie edite e inedite di un farmacista) scritto da Giuseppe Sgarbi – padre di Vittorio ed Elisabetta – per adattare sullo schermo una storia d’amore lunga una vita intera.

Davanti all’occhio meccanico della macchina da presa si muovono Fabrizio Gifuni (visto recentemente nel film Netflix La Belva), Isabella Ragonese, Chiara Caselli, Lino Musella, Nicola Nocella, Serena Grandi, Stefania Sandrelli e infine Renato Pozzetto, che ritorna a recitare nei panni di uno dei protagonisti del film che sarà disponibile in prima assoluta su Sky Cinema a partire dall’8 febbraio e in streaming su NOW TV, disponibile anche on demand.

Dopo Il Signor Diavolo, Avati ha abbandonato gli inquietanti toni horror-gotici per tornare alle atmosfere intime di una storia d’amore che non vedeva l’ora di raccontare, come ha spiegato durante la conferenza stampa:

«Quella di Lei mi parla ancora è una storia d’amore esagerata: ho proprio voluto calcare la mano sulla dismisura affettiva, visto che oggi c’è tanta – troppa – prudenza e timore di esporsi, confidarsi, perfino di parlare. Il tutto letto attraverso la lente di quel “per sempre” che è una locuzione avverbiale che abbiamo soppresso oggi, pur essendo molto “popolare” negli anni ’50 che io ho vissuto in prima persona. In quegli anni, invece, era ricorrente e diffusa in ogni ambito, dalla vita privata alla cultura popolare. Anche se la ragione richiamava anche in quei tempi il fatto che il concetto di “sempre” non esisteva realmente, almeno ci si poteva credere e tutta la vita assumeva una aspetto diverso, legato all’immortalità che investiva sia l’amicizia che l’amore. Oggi non è più così ed è un tema che non è più affrontato nella cinematografia attuale».

Ad aggiungere qualcosa al concetto di eternità è Nicola Maccanico, delegato Sky che ha anche illustrato le ragioni per cui la piattaforma ha scelto di investire su un progetto “atipico” – soprattutto per gli standard cine-televisivi attuali – come quello di Avati:

«Pupi ha ragione: la locuzione “per sempre” non si usa più oggi; al massimo solo nei confronti dell’arte più alta come la tua, come il buon cinema, e noi siamo contenti di lavorare con un maestro e di poter permettere, in tal modo, di fargli raccontare delle storie diverse. Il nostro cinema si basa sulla caratteristica ipotetica di poter creare delle chiavi di identificazione con il pubblico: ognuno ne trova una diversa e onestamente, visti i tempi, non potevamo attendere solo l’apertura delle sale per poter vedere il suo film proiettato. Sarebbe stato un vero peccato e uno dei nostri compiti è quello di non disabituare il pubblico alla sala, mantenendo sempre un legame forte tra il cinema e gli spettatori».

lei mi parla ancora

I protagonisti dell’immortale storia d’amore – lunga un’intera vita – narrata da Avati in Lei Mi Parla Ancora sono però gli attori, soprattutto i protagonisti Fabrizio Gifuni, Isabella Ragonese, Lino Musella e infine i due grandi mattatori Stefania Sandrelli e Renato Pozzetto: ognuno di loro ha parlato del proprio personaggio, dell’esperienza vissuta sul set e dell’approccio ad un argomento così delicato e distante tanto nello spazio, quanto nel tempo.

Fabrizio Gifuni: «Amicangelo, il mio personaggio, vorrebbe essere uno scrittore. È questa la sua ambizione, non vorrebbe essere un ghost writer ma un vero scrittore pronto a pubblicare, ad ogni costo, il suo prodotto. Così si reca con diffidenza all’incontro con Nino, l’anziano farmacista. Amicangelo rappresenta l’irruzione del contemporaneo in un mondo ottocentesco; io stesso, da interprete, avevo un piede nel presente e uno nel mondo di Pupi Avati popolato da memorie e ricordi. Poi non parliamo della fortuna di aver lavorato con Renato Pozzetto: conservo nella mia memoria scene intatte dei suoi film! L’incontro tra i nostri personaggi, in Lei mi parla ancora, lenisce i nostri dolori e lavorare da attore con un maestro come Pupi – che ha una grande padronanza del racconto – è una soddisfazione strepitosa, perché è capace di scrivere delle sceneggiature formidabili che rendono tutto più semplice».

Isabella Ragonese: «Rina è un personaggio impossibile da slegare dal marito; abbiamo lavorato molto insieme con Lino Musella perché era un’impresa ardua richiamare questi due personaggi così familiari per il pubblico ma Pupi ci ha lasciato liberi, non ha mai cercato di forzarci o di creare un’imitazione, dato che noi raccontiamo l’inizio di tutta la situazione drammatica che accade del film. L’unica indicazione che ci ha sempre dato è “ci credo, non ci credo”: credere a questa coppia, al loro amore e dimenticarsi di tutto per avvicinarsi nel miglior modo alla loro versione adulta; quindi non potevo far altro che riportare la potenza, la luminosità che rischiara un’intera stanza che è poi tutta l’energia che irradia Stefania Sandrelli, senza però mai imitarla».

Lino Musella: «Lavorare su Renato Pozzetto da giovane era un lavoro delicato: io sono cresciuto con i suoi film e il rischio di essere tentato dall’imitazione era vicino! Pupi mi ha indirizzato passo dopo passo e mi ha invitato sul set per vedere come lavorare e come si muoveva Renato lì. Così mi sono aggrappato alla delicatezza e alla dolcezza che comunicava il suo personaggio, mentre il resto del lavoro fatto su questa coppia giovane lo abbiamo fatto insieme con Isabella, con la quale abbiamo un’intesa simile a livello lavorativo. Quindi ci siamo trovati subito e ho usato la mia timidezza per rendere nel migliore dei modi il personaggio».

Renato Pozzetto: «Sono lontano dalle scene dal 2015; quando Pupi mi ha offerto la parte ho chiesto subito di leggere la sceneggiatura, ma dopo 5 minuti mi ero già commosso e avevo provato delle sensazioni forti. Dopo aver riletto il copione varie volte, ci siamo incontrati e gli ho confessato che avevo la coscienza a posto per poter interpretare il ruolo, così lontano dai tempi comici della battuta all’italiana, che spesso rincorrono la risata e la satira. Quando li ho raggiunti sul set gli ho chiesto se c’era del margine di spazio per collaborare sulla stesura dei testi – mi è capitato anche in passato, soprattutto quando ho lavorato da sceneggiatore – ma poco dopo mi sono accorto che… tutto filava alla perfezione, per cui mi sono attenuto al copione e mi sono abbandonato anche alla drammaticità delicata dello script».

Stefania Sandrelli: «Il bello del cinema sono le cose non dette e non fatte: ma c’è anche un limite. Qui sapevo fin da subito che avrei avuto una lavorazione frastagliata e sapevo già che avrei condiviso di nuovo il set con Isabella Ragonese nei panni della mia versione più giovane. Nonostante tutto avevo poche pose, così mi sono affidata al montaggio e al lavoro del regista. Questo è stato il mio primo film con Pupi Avati con il quale sognavo di lavorare da tempo, ammirando i suoi film avevo quella strana sensazione di attesa addosso… e poi realizzare un film alla nostra età è stata qualcosa già di per sé emozionante e magica».

Lei mi parla ancora (qui la nostra recensione) è un film delicato e crepuscolare, incentrato sulla poesia dell’amore eterno: un ideale effimero, soprattutto al giorno d’oggi e tra le generazioni più giovani. Cosa ne pensa Pupi Avati a tal proposito?

«Aver avuto dei segnali positivi nei confronti di questo film, che è un ritorno ad una storia d’amore così totalizzante, riempie di orgoglio sia me che mio fratello Antonio, produttore. Non ci aspettavamo tante attestazioni di stima ed affetto! L’idea alla base del film – e del romanzo – seduce tutti, sia gli adulti che i giovani: so che è anacronistica come idea ma tutti pensano che, al primo incontro, una relazione possa essere per sempre a discapito della vita. Nella sceneggiatura di Lei mi parla ancora siamo nel piano degli assoluti e non ammiro la precarietà che dilaga al giorno d’oggi, onestamente.

Non potevo esimermi, con Lei Mi Parla Ancora, dal raccontare una storia simile alla mia. Io, a 82 anni, so che importanza ha avuto per la mia generazione illudersi: quando siamo capaci di illuderci viviamo diversamente, non dobbiamo fare i conti con troppa ragionevolezza. Oggi invece viviamo in un’epoca troppo piena di ragionevolezza; se mi fossi fermato alla realtà quando da ragazzino lavoravo non sarei mai diventato un regista, dovevo mentire a me stesso prima di tutto. Non ci credevo ma poi è diventato possibile: infine il mio sogno è diventato anche più grande della realtà stessa».

In un momento storico particolare come quello in cui stiamo vivendo, la sala come luogo d’incontro tra pubblico e cinema è stata rimpiazzata – temporaneamente – dalle piattaforme: con Lei mi parla ancora in uscita su Sky, cosa ne pensa Pupi Avati della situazione che stiamo attraversando?

«Sarà complicato ricreare la necessità della sala cinematografica. Il periodo si sta prolungando in modo troppo grave, bisogna iniziare un’operazione che produca la nostalgia della sala nelle persone, perché mancano tante cose ma il cinema c’è e continua ad esserci: bisogna solo riprodurre delle condizioni che permettano alle persone di provare la nostalgia. Personalmente, mi manca la sala per l’uscita di questo film, la presenza è tutta un’altra cosa».

Una delle tematiche più care a Lei mi parla ancora è quella dell’immortalità, l’idea di un amore eterno capace di superare lo spazio e il tempo: sia Renato Pozzetto che Pupi Avati, superati gli 80 anni, si sono ritrovati a confrontarsi con una tematica così delicata.

Renato Pozzetto: «Immortale, come si dice nel film, è il ricordo che ognuno di noi porta di sé nella vita e che poi continuiamo a tramandare nell’esistenza; il ricordo è connesso con la memoria».

Pupi Avati: «Mi piace pensare, ogni giorno quando mi sveglio, che possa esistere qualcosa dopo i titoli di coda delle vita. Quando è finita la proiezione di Lei mi parla ancora, i miei figli – che hanno visto il film – hanno ritrovato nelle attitudini del personaggio di Renato Pozzetto molto di me. Io sono Nino Sgarbi e, quando Gifuni nel film legge un passaggio sul fatto che nella vecchiaia non ci si abbraccia più come prima, è una considerazione di mia moglie, non c’è nel romanzo originale! Per la parte di Renato ho inserito molti riferimenti autobiografici da uomo che ha vissuto sempre accanto alla stessa moglie. Penso spesso a come le donne e gli uomini affrontino il dolore in modo diverso e sono convinto che il cinema possa avere un aspetto terapeutico non indifferente sulle nostre vite».

Guarda il trailer ufficiale di Lei mi parla ancora

Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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