John Waters: “Oggi non è più divertente ridere del cattivo gusto”

scritto da: Ludovica Ottaviani

John Waters è un capolavoro pop art della cultura popolare prima che uno scrittore, un regista, uno sceneggiatore e un insegnante. Autore di film di culto come Pink Flamingos, La Signora Ammazzatutti, A Morte Hollywood, Cry Baby, Hairspray-Grasso è Bello (solo per citarne alcuni), ha ridefinito i confini del trash e del camp: definiti volgari e addirittura pornografici, i suoi film hanno ridefinito l’immaginario underground americano decostruendo la cultura del perbenismo imperante fin dagli anni ’50, quando iniziò a muovere i primissimi passi artistici prima di trovare la propria via d’espressione artistica.

L’eclettico Waters è arrivato alla Festa del Cinema di Roma per dialogare con il pubblico durante un incontro ravvicinato nel corso del quale ha ripercorso la sua carriera: un percorso complesso e completo, che si è snodato tra domande incalzanti volte ad approfondire la sua carriera e a distillare il “John Waters-pensiero”, ovvero la personalissima visione che l’autore ha del mondo moderno ormai mutato rispetto ai suoi “tempi d’oro” quando scioccava l’audience solamente con l’uscita di un nuovo scandaloso film, di solito demolito dalla critica e acclamato dal pubblico che lo considerava tanto un cult quanto uno scult.

Trash, volgari, trasgressivi, provocatori e addirittura pornografici: così sono stati definiti i tuoi film in passato, eppure oggi il mondo in cui viviamo somiglia molto di più ad una delle tue fantasie su pellicola di qualche tempo fa: che effetto ti fa questo, ti diverte o ti spaventa?

John Waters: «Sì, ammetto che certe volte è spaventoso essere considerati rispettabili perché se vivi troppo a lungo e nessuno può fermarti… allora ti fanno grandi feste! Tutti i miei film sono stati definiti trash, pornografici e fuori contesto mentre in compenso io li considero film gioiosi ma di solito ci vogliono un paio di generazioni per far sì che ciò emerga con più evidenza».

Sei rimasto colpito dall’idea di aver anticipato una serie di volgarità e situazioni ormai dilaganti oggi?

John Waters: «È un discorso un po’ diverso: Trump, ad esempio, ha rovinato il concetto di cattivo gusto. Oggi non è più divertente ridere del cattivo gusto, stiamo vivendo in un b-movie dell’orrore dal quale non riusciamo ad uscire. Qualcuno mi ha detto che questo virus è “noioso e spaventoso allo stesso tempo”: credo che niente sia mai stato definito in questi termini. Che so, anche i miei film sono stati considerati come un virus, ma almeno come un virus felice».

Il cinema continuerà a superare la realtà oppure quest’ultima sarà sempre un passo avanti rispetto alla fantasia?

John Waters: «La cosa strana oggi è che qualunque film o romanzo che andremo a realizzare dovrà confrontarsi con il virus: dovrà prevedere la sua presenza? Davvero? Cercheremo quindi di indovinare se un film è stato girato prima di marzo 2020 per la presenza o meno delle mascherine? Onestamente chi vuole vedere un film ambientato all’epoca del virus? Quando tutto questo finirà – se finirà – saremo talmente saturi che l’ultima cosa che vorremo vedere sarà il virus sul grande schermo. Troneremo mai a quella condizione di normalità che conoscevamo? Io non credo. Sono felice di essere anziano perché se fossi giovane e fossero appena usciti i miei film in questo momento… beh, sarei infuriato».

Quando i tuoi film sono usciti sono stati oggetto di critiche feroci, poi sono diventati dei cult perché il grande pubblico li ha rivalutati: forse non avevano capito la portata rivoluzionaria del tuo cinema?

John Waters: «Ma no; all’inizio c’è stato un pubblico che ha subito capito i miei film. Erano le persone arrabbiate che non si sentivano accettate o riconosciute dalle minoranze a cui appartenevano. I gay che non andavano d’accordo con gli altri gay, i motociclisti che non andavano d’accordo con la loro comunità… però erano tutti accomunati da un forte senso dell’umorismo. I critici hanno sempre stroncato i miei film ma noi abbiamo usato tutte queste stroncature nelle nostre pubblicità usando l’umorismo, prendendoci in giro e facendo quindi dei film trash, i Gutter Film con i quali cercavo di creare un nuovo genere per le sale artistiche. Ricordo ancora la prima volta che ho imbracciato la cinepresa: era una Browning 8 mm e non sapevo dell’esistenza del montaggio. Pensavo si dovesse solo riprendere, un po’ in stile Lars Von Trier».

Puoi raccontarci qualcosa della collaborazione tra te e Johnny Depp in Cry Baby?

John Waters: «Quel film non è stato un successo al botteghino! In parte il pubblico lo ama, ma all’epoca Johnny Depp era un po’ come Justin Bieber: lavorava in 21 Jump Street, era un idolo degli adolescenti e odiava tutto questo. Fece quel film dicendo “bene, così evitiamo che lo pensino ancora”! Cry Baby lo prendeva in giro e il suo pubblico – le ragazzine in particolare – avevano capito che qualcosa non andava e quel qualcosa… ero io! Quello era per entrambi il nostro primo film hollywoodiano in grande stile ed è stato davvero divertente girarlo: per quanto di solito io sia sempre impaurito sul set, perché ti chiedi sempre “è giusta questa inquadratura? La star di turno mi lascerà di colpo?” così quando qualcuno mi chiede “ti sei divertito a girare questo film?” Io di solito rispondo “Divertito? Ma scherziamo!” Mi diverto quando il Venerdì sera mi bevo un Martini! Eppure Johnny Depp è davvero un gran bravo ragazzo e un attore straordinario, siamo rimasti amici fin da allora».

 

Quali sono stati i punti di svolta fondamentali nella tua carriera?

John Waters: «Di sicuro ci sono stati tre momenti: il primo, quando Pink Flamingos non veniva mostrato a New York; solo un cinema ci ha dato la possibilità di mostrarlo e sono venute solo 40 persone, quindi hanno detto “teniamolo solo un’altra settimana” e basta. Quando siamo ritornati c’era la fila: devo tutto a quelle 30-40 persone e al loro passaparola che mi ha permesso di cambiare tutta la mia vita. Il secondo momento è stato quando Hairspray ha vinto il Tony Award: quello era il mio cavallo di troia che è entrato nelle scuole. Infine, il terzo momento è stato quando il mio libro è entrato nella best seller list del New York Times; avevo già scritto altri libri ma non guadagnavo abbastanza, quella fu una svolta».

Sei preoccupato per il futuro del cinema? Dicono che, dopo il Covid-19, la sala sia ormai tramontata e l’unica possibilità futura sia lo streaming.

John Waters: «Questa è una conseguenza che temo perché adesso le persone sono abituate a guardare i film a casa, già i più giovani guardavano i film in modo diverso tramite devices. Tuttavia i film hanno conquistato la tv, quindi possono avere la meglio anche sul virus: ad esempio, la vostra serata d’apertura è stata la mia prima volta in una sala da quando è iniziato questo periodo di chiusure ed ero un po’ preoccupato, ma è stato bello vedere la gente ridere insieme, condividere e applaudire come un gruppo compatto».

Puoi raccontarci qualcosa di una figura cardine del tuo cinema, soprattutto nella prima parte, ovvero Divine? Com’è iniziato il vostro sodalizio e come è cresciuto con i film?

John Waters: «Divine era nel mio quartiere; sappiamo che tutti i ragazzi fanno all’inizio dei film con i loro amici, anche se i miei erano un po’ più strani della media. Divine l’ho conosciuto al liceo e none era transgender: appoggiava le battaglie di quel movimento ma non voleva essere una donna. Si vestiva così solo sul set dei miei film perché in realtà voleva essere Godzilla! Ho quindi immaginato questo mostro per spaventare gli hippie e ha funzionato! Però alla fine tendevano ad identificarlo tutti con il personaggio, e lui non voleva. Così abbiamo cambiato la sua immagine in Polyester e abbiamo ricevuto ottime critiche».

Hai utilizzato spesso le critiche negative (tipo “questo è il film più disgustoso mai realizzato”) come frasi di lancio e materiale promozionale per i tuoi film: che rapporto hai con la critica?

John Waters: «Ho letto tutte le critiche e non credo a quelle persone che dicono di non leggere le recensioni; quelle buone vanno lette due volte, quelle cattive una. Poi vanno messe da parte e non lette mai più! Le recensioni cattive sono quelle che ti ricordi di più: quando sei giovane non ti importa, vuoi solo essere notato mentre invece quando sei più anziano è diverso, ma le critiche negative non mi hanno mai fermato e certe volte posso anche accettarle».

Quand’è nata nella tua vita questa voglia di trasgredire, di sovvertire le regole a tutti i costi?

John Waters: «Da piccolo, a scuola; per me tutto ciò che si fa ha un valore politico e se si riesce a far ridere il nemico, almeno si fermerà alla fine per ascoltarti. Attraverso i miei primi film, con Divine, volevamo realizzare qualcosa di trasgressivo che avrebbe fatto impazzire i censori ma che tutti avrebbero trovato divertente allo stesso tempo; quest’idea ha funzionato meglio del previsto e ancora oggi ci sono dei sedicenni punk che guardano il film e ridono, anche se sono sconcertati. La chiave è che ogni generazione deve scoprire il lavoro del singolo per riscoprirlo».

Per te oggi cos’è trash e volgare?

John Waters: «Trump ad esempio lo è. Guardiamo la Casa Bianca com’è ridotta: sembra che ci sia entrato Jeff Koons per decorarla, ma senza conoscere la storia dell’arte. Il trash subentra quando si cerca in tutti i modi di essere volgari o violenti ma senza umorismo, senza cambiare e senza divertimento. Per me non è un granché la reality Tv; è trash e non è divertente: Strano ma vero non mi piacciono nemmeno i romanzi trash, corrispondono a qualcosa senza umorismo ma che vuole a tutti i costi essere volgare

Sapevo da sempre che sarei finito nel mondo dell’intrattenimento: io sono uno scrittore e ho scritto tutti i miei spettacoli, i miei pezzi narrativi e i miei film. Preferisco scrivere che girare e di sicuro devo tutto questo ai miei genitori – che ho ringraziato spesso nei miei romanzi – perché senza le loro regole basate sul buongusto non avrei ma potuto costruire una carriera basata sulla possibilità d’infrangere tali regole».

John, da dove nascono i tuoi curiosi personaggi?

John Waters: «Quando penso ad un film, prima di tutto penso al genere che voglio prendere in giro; poi devo avere un titolo e infine devo sapere dove vivono i personaggi. Quindi li spio nelle loro case e do loro una storia. A quel punto arriva la parte più difficile, cioè la trama; una volta un critico ha detto che “le mie trame sono solo dei fili dove asciugo il mio bucato sporco”. Beh, penso prima ai personaggi che di solito corrispondono a tutti coloro che non apparirebbero mai come protagonisti in un normale film – la ragazza grassa in Hairspray; la signora pluriomicida in La Signora Ammazzatutti etc. – e poi ogni film ha un genere diverso: Cry Baby era un musical dove si balla parecchio, poi ho fatto perfino un biopic e tanti altri. Per me è facile pensare ai personaggi, il difficile è trovare la trama! Penso sempre in quei 16 mm dalla durata di 90’, perché nessuna commedia dovrebbe mai durare di più. Non può esserci una barzelletta troppo lunga, deve avere sempre un inizio, uno svolgimento e una fine; 30’-30’ e 30’, tre atti quindi e i film devono avere più o meno lo stesso principio».

I tuoi film più provocatori sono stati girati in un periodo in cui le regole morali erano meno strette; oggi le regole invece sono più pressanti. Se lei fossi nato vent’anni fa, avresti potuto fare gli stessi film o non sarebbe stato possibile?

John Waters: «Bella domanda! È una linea sottile quella con il politicamente corretto; personalmente cerco di prendere in giro le cose che amo e non quelle che odio. Adesso siamo più liberal, ma c’è più censura in giro: oggi si tende a controllare tutto del linguaggio e in America abbiamo una situazione strana, perché ogni volta che c’è un argomento che potrebbe scatenare delle polemiche bisogna avvertire addirittura gli studenti se vogliono andarsene: si chiama Trigger Warning per mettere in dubbio i propri valori. Per me un eccesso di politicamente corretto è il motivo per cui temo che Trump possa ancora vincere, perché la gente è ancora molto arrabbiata, non può dire niente e allora voterà ancora una volta per lui. Non credo che cadrà, forse solo il virus potrà ottenere un buon risultato e farlo perdere. Dal canto mio, posso dire che sono sempre lo stesso di quando ho girato il mio primo film: ho iniziato nella fogna, e finirò felicemente nella fogna».

Ludovica Ottaviani

Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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