sabato, Luglio 20, 2024
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“La commedia racconta il paese”: intervista a Francesco Albanese, regista di Uomini da Marciapiede

Uomini da marciapiede è il titolo del film scritto, diretto e interpretato da Francesco Albanese, nelle sale dal 7 settembre grazie ad Altre Storie e Minerva Pictures.

Calcio, sesso, relazioni sentimentali e l’arte di arrangiarsi: sono solo alcuni dei temi che spesso attraversano la vita culturale, sociale e mediatica del Belpaese, tratteggiandone i contorni di un ritratto sfaccettato e anacronistico che spesso ha trovato posto sullo schermo d’argento, celebrando la realtà attraverso la lente della macchina da presa e l’occhio del cinema. In questo solco si colloca l’ultima esperienza cinematografica di Francesco Albanese, che con Uomini da Marciapiede cerca di arricchire questa lunga tradizione aggiornandola ai nostri tempi moderni, tra mondiali di calcio e una vita sempre più precaria nella quale reinventarsi diventa una costante obbligatoria, per garantire la sopravvivenza nel caos quotidiano.

E in una condizione simile si ritrovano Gabriele (interpretato dallo stesso Albanese, anche regista e sceneggiatore del film), Gennaro (Paolo Ruffini), Oscar (Herbert Ballerina) e Paco (il rapper Clementino), i quattro protagonisti del film che, per ragioni diverse, sono “ad un passo dal baratro”. Durante i mondiali di calcio scoprono che alcune donne si sentono sole e cercano compagnia. Trovano quindi il modo di guadagnare una piccola fortuna per potersi sentire di nuovo importanti per le persone che amano, senza però preoccuparsi troppo delle conseguenze. Una situazione paradossale e tragicomica che li spingerà a scoprire loro stessi da un punto di vista diverso, mettendoli di fronte a sorprese completamente inaspettate.

E per approfondire meglio le tematiche del film e il suo forte legame con una lunga tradizione – che è quella della commedia all’italiana – senza dimenticare, tra l’altro, il piacere della contaminazione (e dei riferimenti ai generi), abbiamo fatto quattro chiacchiere con lo stesso Francesco Albanese che è convinto di una verità: attraverso le commedie girate in un luogo specifico, è possibile capire molto dei vizi privati – e delle pubbliche virtù – di un posto e della sua gente.

L’arma dell’ironia per affrontare tematiche tabù

Francesco, in Uomini da Marciapiede cerchi di affrontare un tema ancora tabù come il sesso – soprattutto a pagamento – attraverso l’arma dell’ironia e, soprattutto, spostando il punto di vista della narrazione dal punto di vista maschile: sono gli uomini che diventano degli improbabili… “Pretty Women” nostrani, mossi dal bisogno di reinventarsi e sopravvivere, esattamente come accadeva in un cult dissacrante come Full Monty. Quali sono state le fonti d’ispirazione che hanno acceso la tua creatività?

«Cosa mi ha acceso no la lampadina ma… il neon dell’idea, è stata proprio una notizia che riportava che, durante manifestazioni come Europei o Mondiali di calcio, gli uomini guardano le partite tutto il tempo e le donne scendono a divertirsi – giustamente! – e tra questo divertimento c’era anche andare a gigolò, infatti c’era uno di questi ragazzi – che esercita questa “attività” – che spiegava come il loro lavoro aveva un’impennata durante questo periodo. Poi il tutto è venuto naturale, pensi ad un gruppo di improbabili gigolò da strada, squattrinati e disperati, e ti rifai ai grandi cult della commedia».

Nel film ci sono diversi temi ricorrenti che appartengono alla tradizione della commedia all’italiana: la famiglia, le relazioni, il sesso, i vizi privati (e le pubbliche virtù), la capacità di reinventarsi in situazione estreme – come accadeva ne I soliti ignoti, ad esempio – e tanti altri. Da autore, che difficoltà hai incontrato nell’aggiornare questi modelli al giorno d’oggi?

«Non è stata una grande difficoltà, perché i temi di un tempo erano e sono gli stessi di oggi. Nel meraviglioso I soliti ignoti è un contesto storico di grande crisi sociale: c’è poco lavoro, difficoltà nel guadagnare la giornata, e questo può essere sovrapponibile ad oggi; infatti lo si potrebbe girare ora, uguale, e avrebbe la stessa credibilità. Magari tranne la scena finale, dove Gassman viene assunto nel cantiere. Quella è impossibile: oggi non ti assume più nessuno, anzi…»

Uomini da Marciapiede è un film corale, ma ci sono soprattutto tre protagonisti – uno sei tu, gli altri due sono Paolo Ruffini ed Herbert Ballerina – che incarnano tre tipi di comicità completamente diversi tra loro: come li hai conciliati sul set?

«Il film è stato pensato subito che doveva essere una mescolanza di diversi tipi di comicità, però mi sono fermato a questo: non ho voluto molto provare con gli altri, ma lasciarli liberi di modellarsi addosso ciò che c’era scritto e devo dire che questo ha funzionato. Anche con Clementino, che è stata la rivelazione comica del film! Degli altri si conoscevano già benissimo le qualità, mentre di lui era tutto un salto nel buio che poi si è subito illuminato».

Commedia e contaminazioni di genere

Comicità diverse, quindi, legate a differenti regioni italiane: la commedia è, secondo te, il genere prediletto per raccontare soprattutto le contraddizioni del Belpaese?

«La commedia – credo dal primo giorno che è stato inventato il cinema – racconta meglio di tutte il paese; io dico sempre, se vai in una nazione nuova e vuoi conoscere veramente il posto, allora guarda le commedie che hanno girato e conoscerai veramente dove sei, perché nelle commedie si risalta tutto, vizi, pregi e virtù della società».

Uomini da marciapiede è una commedia ma con varie contaminazioni di genere: dall’heist movie – che strizza l’occhio a Le Iene di Tarantino – passando per il crime fino a sfumature più drammatiche e romantiche. Quale rapporto hai con i generi e, secondo te, fanno parte implicitamente del DNA del cinema italiano?

«Sì, nel film ci sono vari riferimenti a generi diversi e sono contento che sia stato notato! Ovviamente bisogna sempre trovare il giusto equilibrio per questa convivenza, appunto, di genere; forse ci siamo riusciti, perché devo dire che il pubblico – finora! – lo ha apprezzato».

Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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