lunedì, Agosto 8, 2022
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Il cattivo poeta, Sergio Castellitto: “D’Annunzio, un uomo immortalato al crepuscolo della vita”

Il cattivo poeta è l'opera prima di Gianluca Jodice con Sergio Castellitto nei panni di Gabriele d'Annunzio. Dal 20 maggio nelle sale.

Il cattivo poeta è il titolo del nuovo film che riporterà sullo schermo – sotto gli occhi degli spettatori più esigenti e curiosi – la figura di Gabriele D’Annunzio, il sommo Vate della letteratura novecentesca italiana, nei cui panni si è calato un sorprendente Sergio Castellitto (Natale in Casa CupielloIl talento del calabrone). Insieme a lui, in questa opera prima scritta e diretta da Gianluca Jodice, ci sono anche Tommaso Ragno, Clotilde Courau e il debuttante Francesco Patanè nei panni del federale Giovanni Comini, motore immobile di questa storia talmente perfetta per il grande schermo da essere… Incredibilmente vera. Come hanno raccontato i protagonisti durante la conferenza stampa di presentazione, alla quale hanno preso parte anche i produttori Matteo Rovere e Andrea Paris per Ascent Film (Groenlandia).

Il cattivo poeta porterà le persone di nuovo in sala, mentre i cinema continuano a riaprire a macchia d’olio in tutto il territorio: dal 20 maggio sarà infatti possibile ammirare l’opera in circa 200 copie, sparse in tutto il territorio. Un bel traguardo per un’opera prima ambiziosa e atipica per il mercato nostrano, come ricorda Jodice stesso:

«Ritengo che l’ambizione sia meglio della non ambizione nella vita: con questo spirito mi sono approcciato a Il cattivo poeta. Il filone nel quale cercavo di inserirmi era quello di una consuetudine precedente nel nostro cinema italiano, perché oggi le opere prime giocano di rimessa e noi non volevamo affatto. Aver esordito tardi mi dava modo di essere più sfacciato: se avessi esordito a trent’anni forse avrei fatto anch’io un film più piccolo. È stato Matteo Rovere a chiedermi se avessi intenzione di fare un biopic e D’Annunzio mi affascinava da sempre, perché immaginavo questo poeta recluso in un castello di Dracula, stretto tra donne, cocaina, ossessioni e perversioni, chiuso lì dentro per 15 anni durante i quali non ha più scritto nulla. D’Annunzio è una specie di Nosferatu che ha subito una damnatio memoriae da parte della cultura del ‘900; è un personaggio scomodo e complesso con mille vite il quale non è mai stato raccontato dal nostro cinema. E Matteo, pazzo com’è, ha approvato questo film che è stato sorvegliato da pazzi». 

Ed è proprio quel “pazzo” visionario di Matteo Rovere (Il primo re, Romulus, Carosello Carosone) a prendere la parola cercando di rispondere ad una delle domande più scomode: perché un biopic? Un genere che è molto in voga al momento, ma che sembra trovare con qualche difficoltà una posizione all’interno della scena cinematografica italiana odierna:

«Il cattivo poeta è un film ambizioso che rientra in quel tipo di cinema realizzato, in modo orgoglioso, in Italia – e da molto tempo – raccontando personaggi importanti della nostra cultura, rendendo le loro storie universali ed esportandole anche all’estero. Qui abbiamo un poeta, che ha caratterizzato la cultura del periodo, influenzandola profondamente: d’Annunzio è stato una prima rockstar, un influencer capace di smuovere le folle senza però l’ausilio dei social network. Ma è stato anche un personaggio asfaltato dopo il ventennio, ricondotto nella storia solo ad una forma di legami e rapporti con il fascismo. Nel film, invece, si vede la realtà, anche perché tutto quello che viene raccontato è accaduto realmente. Gianluca ha fatto sulla sceneggiatura un lavoro di grande recupero filologico ed eziologico, ricostruendo i dialoghi a partire dai veri scritti di D’Annunzio: per cui, le parole che nel film vengono pronunciate da Castellitto, sono state resocontate a partire da originali, come se il letterato fosse ancora tra noi. Gianluca ha restituito così un film filologico, accanto a un intrattenimento che getta uno sguardo unico su un personaggio storico. 

In quanto Groenlandia e Ascent Film abbiamo portato avanti un discorso che considera il period un genere a sé stante, impegnato in una conversazione completamento sganciata dal contemporaneo: in Italia fino a 10 anni fa si voleva proporre dei linguaggi e codici diversi. In fin dei conti siamo in un paese fertile di storie e vogliamo raccontare proprio le nostre storie, al di là del presente, perché si possono cercare tante realtà e verità diverse per l’estero in un paese ricco di storia e di storie come il nostro. Storie che cercano nel nostro passato e che ci ricordano in quale tessuto siamo cresciuti».

Spetta a Jodice raccontare come ha lavorato sul testo, svelando nei dettagli la preziosa ricerca eziologia che ha condotto mentre ricostruiva le fonti. Una ricerca che gli ha permesso di conoscere sempre più a fondo la figura di D’Annunzio, che ha definito come “l’unico ad essere un anti-italiano e un arci-italiano contemporaneamente”, ma anche un “cattivo poeta”, visto il titolo del film. Un riferimento ad una definizione che dà di se stesso d’Annunzio in una lettera, nella quale dice: “io sono un cattivo poeta, mi occupo di tendaggi, quadri e cornici” (parafrasando). Come rivela il regista:

«Mi piaceva questo titolo, perché aveva una sfumatura ironica e affettuosa che ben assorbe l’etichetta di cattivo poeta e maestro che gli è sempre stata data in vita”. Per quanto riguarda, invece, il processo di scrittura della sceneggiatura, sono partito da un libro storico scritto da un giornalista e che raccoglie tutti i documenti e le lettere tra Comini e Starace, uno dei segretari del partito Fascista. A partire da questo testo abbiamo ricostruito le battute di Francesco nel film; mentre per D’Annunzio, le linee di dialogo pronunciate da Sergio spesso erano figlie di dialoghi o scritti che ci ha lasciato l’autore stesso in altre occasioni».

il cattivo poeta
Ph. Credit: @Paolo Ciriello

Ed è Sergio Castellitto il grande mattatore, l’attore poliedrico e trasformista che si cala nei panni aulici ma decadenti, sfrontati ma malinconici e crepuscolari del Vate, a raccontare così il processo che ha seguito per interpretare il ruolo nel migliore dei modi:

«Per prima cosa, ho tagliato i capelli. Ho tolto tutto, conferendo al gesto non solo un significato legato all’artigianato (sul set) e all’identificazione, ma come atto di generosità verso quest’uomo. Se pensi a D’Annunzio, pensi subito al suo cranio: io dovevo offrirlo con la sua nudità, un cranio vuoto ma pieno di pericolosità, crudeltà, fantasia e creatività. Qui il Vate viene immortalato nella parte finale del corridoio della vita dell’uomo e nell’incontro con il controcampo ideale, che è la giovinezza, incarnata da un giovane che ha più futuro che passato (al suo contrario). Io, pur amando la storia e il periodo in cui è ambientata mi avvalgo delle parole di un noto architetto: “se la casa è la geografia dell’anima”, il Vittoriale è lo specchio limpido di D’Annunzio, un deposito di antiquariato, un luogo nel quale solo l’archeologia ci insegna qualcosa sul futuro, mentre il passato è un luogo che ci svela ciò che è stato. E Gabriele D’Annunzio è stato un uomo capace di flirtare con la morte, la decadenza, l’opulenza e ha fatto sì che un luogo riflettesse la sua personalità. Di solito si inventa anche quando si imita: succede sempre, anche quando si “ruba”. Sul set del film Il cattivo poeta, per noi il gioco è stato quello di non avere paura della grandezza del personaggio trattato, né di temere la sua pericolosità. Io mi confronto con un personaggio pensando sempre che sia stato inventato, scritto, nato sulla carta e dalla mente di uno sceneggiatore anche quando credi di dover ricostruire ciò che è già esistito. 

D’Annunzio è stato molto amato in vita: oggi sarebbe paragonabile a una rockstar, ad un genio a 360 gradi pur essendo un uomo odiato e maledetto anche dopo la sua morte, soprattutto nel dopoguerra. Il dono che ti fa il cinema è questa storia, l’opportunità di confermare la sua genialità che lo assimila ad un’altra figura come quella di Pier Paolo Pasolini: due uomini antitetici, completamente diversi tra loro, ma entrambi erano due poeti soldati nei quali la vita, la morte e la rabbia erano incarnate nei loro colpi. Insieme a Curzio Malaparte – fascista della prima ora, poi critico e polemico del regime – rappresentano tre figure che compongono la possibilità di rileggere l’intelletto italiano in un altro modo, purché non si venga criticati sul piano ideologico. Il nostro “cattivo poeta” D’Annunzio mostra come il potere sia sempre stato accarezzato da artisti, che si sono sempre fatti accarezzare a loro volta quando serviva, da Mecenate in poi. Da un punto di vista ideale l’artista dovrebbe essere sempre contro chi comanda, ma spesso gli artisti hanno accarezzato i potenti durante le dittature e perfino nelle nostre democrazie zoppicanti perché… il velluto fa sempre piacere». 

E Gianluca Jodice, ricollegandosi alle parole di Castellitto sulla sua performance all’interna dell’economia del film, ha aggiunto: «C’era una partitura di luoghi, stanze e movimenti ne Il cattivo poeta. Sergio ha costruito dei meravigliosi picchi di improvvisazione che andavano a sorprendere un binario già scritto e preparato, perfino ben puntellato; e questo succede perché l’improvvisazione dentro ad una gabbia ben strutturata funziona sempre». 

Ma è anche Francesco Patanè a raccontare l’approccio che ha avuto con il personaggio, raccontando com’è approdato al set de Il cattivo poeta e quale approccio ha scelto di seguire per la sua interpretazione: «Io invece mi sono documentato al contrario: ho cercato di dimenticare prima di arrivare sul set, dimenticando ciò che sapevo sul letterato Gabriele D’Annunzio in generale. Giovanni Comini arriva al Vittoriale e sa ciò che tutti sanno di D’Annunzio, ma non ha mai letto nulla del Vate. Ecco, anch’io ho cercato di liberarmi delle informazioni scolastiche e delle mie opinioni; in tal modo mi sono calato nei panni di un giovane che arriva di fronte ad un grande personaggio e prova quel mix di soggezione e voglia di rubare. 

Mi immagino Comini come un giovane ingenuo e fiducioso, che accetta di combattere una guerra credendo fermamente in cosa porterà quel conflitto al paese, riponendo quindi una fiducia totale negli ideali genuini perché si finisce per credere alle promesse e alle lusinghe di un futuro migliore. Così Giovanni abbraccia gli ideali ma poi incontra D’Annunzio, che gli apre gli occhi su una situazione e inizia a vedere le cose a 360 gradi: la sfida più difficile è stata quella di raccontare il cambio di rotta e la presa di coscienza nel giovane, come pure di mostrare quella capacità di rimanere aperti ad ascoltare l’altro. Un vero rischio, perché se si crede tanto in qualcosa ma si accetta di cambiare idea… ci si ritrova davanti ad una scelta che avrà delle conseguenze che si ripercuoteranno nella vita. Bisogna sempre avere il coraggio di andare fino in fondo e cambiare idea».

Guarda il trailer ufficiale de Il cattivo poeta

Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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