I Predatori, Pietro Castellitto: “Mi sento più un regista che un attore”

scritto da: Ludovica Ottaviani


Immagine di copertina: @Matteo Vieille

I Predatori è l’esordio dietro la macchina da presa di Pietro Castellitto, figlio d’arte ed enfant prodige che si cala nella triplice veste di regista, sceneggiatore e attore per realizzare una commedia cinica e disincantata, un’opera intrisa d’umorismo nero frutto di un’attenta riflessione che parte dal proprio mondo interiore investendo la realtà fenomenica circostante: questo è quello che racconta Castellitto durante la presentazione del film, che uscirà nelle sale il prossimo 22 ottobre in 250 copie dopo una presentazione nella sezione Alice nella Città a RomaFF15 e il premio – per la miglior sceneggiatura – ricevuto durante l’ultima edizione di Venezia 77.

Castellitto ricorda la nascita dell’idea alla base del film, ricordando perfettamente il momento in cui ha deciso di prendere in mano il suo “destino” professionale, dopo aver superato una battuta d’arresto causata dalle difficoltà riscontrate come attore. Frustrazione e rabbia, quindi, che il regista ha deciso di esorcizzare attraverso l’arma potente della scrittura:

«La frustrazione è il motore immobile del film: è dichiarata fin da subito, a partire dalle prime inquadrature che mostrano varie frustrazioni in ogni loro sfumatura. Quando ho iniziato a scrivere I Predatori non vivevo un buon periodo come attore, così ho investito le mie energie per scrivere il film, imbarcandomi in un’operazione che richiede molto tempo. Lo sceneggiatore e il regista sono due ruoli difficili da conciliare con quello d’attore, ecco perché ho deciso di dedicarmi solo a questa causa: sentivo che il mestiere d’attore mi stava stretto e ho iniziato a scrivere I Predatori pensando semplicemente di montarlo in modo facile, e invece… le cose spesso si rivelano più complicate del previsto! È incredibile, ma alla fine ho fatto il film perché ho ricominciato a fare l’attore, strano ma vero. In media tutti sono attori che diventano registi: al contrario, forse nasco più regista e sceneggiatore che altro, perché per me la scrittura è tutto. Io prima di scrivere non ero bravo come attore, quindi solo scrivendo sono riuscito a comprendermi meglio; sono stati anni di profonda crescita e come conseguenza sono cresciuto anche come interprete proprio quando la mia carriera attraversava un complesso periodo di transizione che non mi faceva sentire soddisfatto.

A 22 anni ho scritto la sceneggiatura de I Predatori: senza polemizzare, spesso si parla delle differenze – e delle difficoltà – che intercorrono tra l’Italia e il resto del mondo. Negli altri paesi ci sono più possibilità, è vero, ma ad esempio Xavier Dolan parlava male in più di una occasione dei produttori canadesi e americani dimostrando che “ogni mondo è paese”. In Italia un giovane che vuole fare un film non può non notare come quest’ultimi finiscano per somigliarsi un po’ tutti: la soglia di originalità è molto bassa, in Italia ci sono pregiudizi e troppi difetti che tendiamo a tramandare e anche le regole tecniche che spesso vengono imposte per me sono folli: non so perché ce le tramandiamo, come se fossero delle regole d’oro assolute!  

Se la frustrazione è stato il motore immobile che mi ha spinto a scrivere I Predatori, non è stato da meno anche un altro aspetto legato all’idea di speranza: nel film tutti sono, allo stesso tempo, prede e predatori. Forse i più giovani sono in assoluto le vittime più pure della storia, quelli che non predano nessun altro, gli unici. Il mio personaggio, Federico, ha un buon 35% di Pietro e alcuni aspetti del mio carattere lo rendono il più autobiografico tra quelli che ho scritto, anche se nella finzione si trasforma in un giovane in precario equilibrio tra gentilezza, nervosismo ed irascibilità».

Oltre quindi a sentimenti come frustrazione e rabbia, Castellitto tira in ballo per I Predatori anche la speranza: una presenza che aleggia nel film – come il senso d’incalzante tragedia – ma che non è facile da avvistare, nascosta com’è dai comportamenti maniacali, eccessivi e politicamente scorretti dei personaggi che si muovono sullo schermo. Personaggi, quelli che compongono i Pavone e i Vismara, che prendono spunto a partire da un’attenta osservazione della realtà prima di essere modificati dall’immaginazione iperattiva del regista-sceneggiatore, attento fin da subito ad un aspetto fondamentale: la scelta del cast. Perché Castellitto, nonostante la poca esperienza dietro la macchina da presa, sa benissimo che il volto giusto al posto giusto può fare la differenza, cambiando le sorti di un film:

«La speranza è nella libertà e non tanto nella felicità, che è più un concetto “da impiegati” mentre la libertà invece è più affine agli artisti. Le due famiglie del film lottano entrambe per essere libere, eppure c’è una “minacciosa” presenza sinistra che invade prima la famiglia dei proletari, innescando delle situazioni paradossali e deflagranti, fino ad invadere quella più borghese. Quindi il percorso verso la libertà nel primo caso si compie mentre nel secondo no, ci prova solo Federico ma alla fine diventa pazzo – e follemente succube di Nietzsche – dimostrando come ogni personaggio viva nella speranza di rompere l’inerzia della propria vita.

i predatori

Ph. Credit: @Matteo Vieille

A 22 anni ho scritto I Predatori, e nel frattempo sono passati diversi anni: la struttura narrativa è rimasta quella originale, senza modifiche, inclusi i personaggi che avevo creato in un primo momento. Nel corso del tempo ho fatto più un lavoro incentrato sul togliere tutto, creando così una sorta di “contenitore” che ho cercato di costruire per esprimere più cose possibili: credevo – e credo tuttora – che le opere prime siano dei testamenti e che servano proprio per questo, per inserire al loro interno alcuni eventi che nello specifico mi sono successi nel corso degli anni, raccogliendoli e fissandoli nero su bianco. Lo spirito ironico che vedete era già mio, era presente fin dall’inizio e aveva a che fare con gli ambienti variegati che ho frequentato; mentre crescevo, percepivo un mare enorme di contraddizioni e mi sembrava normale fare un film che mescolasse insieme tanto i generi quanto i mondi. Questa è la mia prima sceneggiatura, ma ne ho scritte altre 3 – facciamo due e mezzo – e durante il lockdown ho cercato di terminare un libro che avevo iniziato a scrivere in tempi non sospetti. 

Devo ammettere che la direzione degli attori è uno degli aspetti a cui tengo di più. Mi sono reso conto che, se gli attori funzionano e fanno qualcosa di mai visto sul grande schermo, tutto diventa nuovo inclusa – che so – la scenografia, la fotografia; tutti i dettagli iniziano a contare più dei movimenti di macchina. Una recitazione diversa cambia tutto e, per I Predatori, l’idea è sempre stata quella di scegliere gli attori giusti per i personaggi giusti, anche a costo di coinvolgere attori inediti capaci di regalare performance… inedite: quando penso a chi potrebbe ricoprire dei ruoli mi vengono sempre in mente molti nomi, poi però divento molto selettivo quando arriva il momento dei provini, ragionando sempre in modo tale da svincolarmi dai soliti nomi noti».

Per I Predatori, il suo debutto, Castellitto ha preferito correre dei rischi artistici rompendo alcuni schemi e delle convenzioni fin troppo assodate nel cinema italiano; non solo per quanto riguarda la scelta degli attori, ma anche dal punto di vista della scrittura. La sua volontà è sempre stata quella di raccontare semplicemente dei mondi che ha vissuto, nei quali si è mosso e che ha spiato a distanza; mescolare tutti questi elementi insieme ha portato alla nascita dei Vismara e dei Pavone, così ricchi di sfumature e idiosincrasie. Ma vedendo il film (qui la nostra recensione) sorge spontanea una domanda: chi sono i predatori e quali le prede delle quali vanno a caccia?

«Ogni singolo personaggio del film è un predatore» risponde Pietro Castellitto «ci sono degli elementi ricorrenti che ritornano in entrambe le famiglie, ma in una risultano più dirompenti. Qualcosa stravolge la loro vita, quella stessa entità che poi andrà ad aleggiare anche sull’altra famiglia – quella borghese – facendo presagire l’avvento di altre tragedie. Le differenti idee politiche che si possono adottare sono casuali e dipendono solo dalle vicende subite e vissute; nel caso specifico, mostrare un’intera famiglia – e dei personaggi – fascisti rappresenta anche una provocazione all’interno del sistema del cinema italiano: il mio non è un film sulla redenzione politica, i protagonisti avrebbero perso forza e intensità mutando i loro atteggiamenti nel corso della narrazione. La famiglia fascista è “colorata”, proletaria, pronta a restare unita davanti ad eventi drammaticamente drastici che li mettono subito in contrapposizione rispetto ai borghesi, sulle cui teste aleggia ancora una tragedia che non è arrivata ma solo preannunciata».

Non solo I Predatori, ma anche l’uscita di Freaks Out diretto da Gabriele Mainetti e la serie targata Sky incentrata sulla figura di Francesco Totti: sembra essere un periodo positivo per Pietro Castellitto, tanto come regista-sceneggiatore che come attore, lontano da quelle incertezze che lo hanno però spinto a scrivere – e a realizzare – la sua opera prima. Come sta vivendo questo momento? Sicuramente con lucidità ed estro artistico:

«Per quanto riguarda il momento che sto vivendo, tra I Predatori, Speravo de Morì Prima (la serie su Francesco Totti, NdA), Freaks Out beh… è tutto molto disorientante: so benissimo che se avessi avuto successo come attore, I Predatori non sarebbe mai esistito; la mia opera prima è animata da sentimenti autentici, da una voglia di raccontare una storia specifica, quella storia che nasce dalla rabbia. Se le cose scorrono troppo bene la rabbia rischia di diventare stupida, bisogna quindi diventare bravi a rimettersi nelle condizioni ideali per poter “soffrire” di nuovo e creare, vivendo quella che per me è una vera e propria altalena».

Guarda il trailer ufficiale de I Predatori:


Ludovica Ottaviani

Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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