Hammamet: Amelio, Favino e quel cinema che suscita domande

scritto da: Ludovica Ottaviani

Hammamet è il titolo dell’atteso ritorno di Gianni Amelio dietro la macchina da presa. A distanza di qualche anno dal precedente successo ottenuto con La Tenerezza, il regista si prepara ad affrontare un argomento spinoso come la revisione storico-politica attraverso, però, la parabola umana del titanico protagonista: al centro della vicenda, infatti, troviamo il personaggio di Bettino Craxi, controversa figura politica che ha segnato la storia italiana del XX Secolo, vittima recente di una progressiva damnatio memoriae. Nel film, oltre a Pierfrancesco Favino nei panni di Craxi, ci sono anche Livia Rossi, Luca Filippi, Renato Carpentieri, Claudia Gerini, Silvia Cohen, Omero Antonutti, Giuseppe Cederna e Roberto De Francesco.

In uscita l’8 Gennaio in oltre 400 copie, Hammamet è di sicuro uno dei titoli più attesi del nuovo anno appena iniziato. E il regista Amelio, insieme al protagonista Pierfrancesco Favino, ha approfittato della conferenza stampa di presentazione per dialogare, a due voci, sul film e sul processo creativo che ha portato entrambi a lasciarsi coinvolgere in questa avventura cinematografica, mettendo sempre in primo piano il lato umano piuttosto che le chiacchiere, le riflessioni politiche o i giudizi legati a un’epoca che sembra così lontana, eppure è quanto mai incredibilmente vicina a oggi. Ad iniziare la conversazione è stato lo stesso Amelio:

«L’idea alla base di Hammamet mi venne in mente durante un pranzo con gli stessi produttori de La Tenerezza: Agostino Saccà mi offrì un film incentrato sulla figura di Cavour e sul rapporto che intercorreva tra quest’ultimo e sua figlia; a quel punto mi scattò un’idea valida per un altro film, perché in fondo non potevamo parlare del rapporto tra Craxi e sua figlia Stefania? Purtroppo mi hanno preso sul serio e lì è nato il film. Personalmente non considero Craxi una star della politica degli anni ’80 o, addirittura, una super-star: per me è solo un politico sul quale è calato un silenzio assordante e forse ingiusto.

Le opinioni si esprimono anche quando sono in disaccordo con la maggioranza, si può anche criticare in modo corretto e non fazioso; poi, sul piano personale, ho voluto fare un film incentrato sul Craxi della fine del secolo scorso, raccontando la sua lunga agonia di uomo politico che ha perso il potere e si avvia verso la morte nel corso degli ultimi 6-7 mesi della sua vita. Anche i riferimenti cinematografici inseriti all’interno del film sono fondamentali perché indicano quel concetto del passato che ritorna sempre, nel caso specifico, nella vita del presidente, esule nel suo eremo e immortalato mentre coltiva rabbia, rancori, rimorsi e desideri, macerato fino all’ultimo dall’autodistruzione morirà nel gennaio 2000 in Tunisia. Certo, se fosse stato operato da un’altra parte si sarebbe potuto salvare. Questo fa riflettere su quanto il suo personaggio sia stato, in verità, quello di un uomo che è andato verso la morte fissandola negli occhi. Nel film non ho quindi raccontato una superstar ma l’uomo “Bettino”, prima di diventare l’icona Craxi.

Senza Pierfrancesco Favino Hammamet non sarebbe mai nato: non l’avrei mai fatto e sfido comunque chiunque altro a trovare un altro attore così, che potesse interpretare il presidente come l’ha fatto favino. Ci siamo serviti del trucco ma lo abbiamo combattuto allo stesso tempo, perché secondo me spesso se non è alimentato da qualcosa che viene dall’interno dell’attore, si trasforma prontamente in una mera trappola.»

Credit: Claudio Iannone

È in questo momento che interviene per la prima volta Favino stesso, aggiungendo qualche dettaglio in più soprattutto sulla costruzione del personaggio e sull’approccio che hanno adottato:

Pierfrancesco Favino: «Spesso però è proprio il trucco che permette quell’effetto finale, e lo permette grazie alla resa altissima sulla scena. Abbiamo lavorato insieme con i truccatori affinché il trucco fosse la chiave per… dimenticarsi dell’esistenza stessa del trucco; e quando si ha questa possibilità e la produzione si fida, nonostante sia molto dispendioso, tutto finisce per funzionare alla perfezione. Ogni giorno affrontavo 5 ore e mezza quotidiane di trucco e, quando finivamo e indossavo le sopracciglia con gli occhiali come ultima “tappa”, proprio come accade nel teatro giapponese varcavo una soglia verso l’ignoto e toccavo qualcosa di intimo che spesso si ha paura di toccare senza la maschera, sempre secondo gli insegnamenti teatrali.»

Gianni Amelio: «Mi ricordi a tal proposito un aneddoto su Orson Wells, che cercava sempre di modificare il suo naso perché in quel modo si calava sempre nel personaggio di turno e non era mai sé stesso: gli bastava una piccola modifica sulla faccia.»

Pierfrancesco Favino: «La cosa interessante nell’approcciarmi ad Hammamet è legata soprattutto al fatto che, le terminologie specifiche utilizzate, prendono dei significati in base al punto di vista dalle quali si guarda; io ad esempio non conoscevo il Craxi uomo, quello del privato. L’ho sempre visto da un altro punto di vista e da attore cerco di capire proprio quest’ultimo, calandomi in quei panni perché non sono né un politico né un magistrato. Per prepararmi al meglio ho visto tutto il materiale video disponibile: molto materiale l’ho cercato ma tanto me lo ha fornito Gianni e tanti elementi sono legati soprattutto all’ultima fase della sua vita. Da solo però ho cercato di vedere anche cosa c’era prima, perché ciò mi ha dato la sensazione netta di cosa gli stesse accadendo fisicamente in vecchiaia ma anche al ruolo della leadership che aveva in precedenza, e quest’ultima era data non solo dalla funzione che ricoprivano questi politici ma anche dalla capacità di saperla tenere; la leadership ha un peso e all’epoca c’era uno scacchiere internazionale più complesso a livello mondiale.

Una delle possibilità del mio mestiere è quella di toccare aspetti che, anche per un discorso d’età, ancora non ho avuto modo di toccare: nel caso di Hammamet, per esempio, il concetto di eredità dei padri ai figli. Questo film si basa soprattutto sul rapporto padre-figlia e ho sentito, mentre lo stavamo facendo, che stavamo toccando la fine di una generazione di uomini di maschi che avevano un’emotività molto complessa: erano uomini figli di un’epoca in cui mostrarla era sintomo di debolezza e allora mi sono domandato “se hai la paternità anche di un altro aspetto, non solo la tua famiglia ma anche l’Italia (come nel caso di Craxi), che succede?” Non si può dire che non amasse il suo paese ma non do giudizi politici; mi limito a parlare di questo senso paternità, secondo me lo ha sentito molto e quella leadership lascia molto da solo al comando. Questa emozione mi ha colto molto di sorpresa e, proprio con quelle emozioni, ho empatizzato con l’umanità difficile di questo uomo e con coloro che l’hanno subita da vicino, tipo i figli, anche se penso che alcuni aspetti possano essere stati solo frutto di errori di calcolo, ma non posso giudicare assolutamente.»

Amelio riprende poi la discussione relativa ad Hammamet e, in particolare, gli aspetti che riguardano alcune scelte specifiche compiute in fase di scrittura, come quella di cambiare i nomi modificando la realtà o, per meglio dire, adattandola alle esigenze narrative:

Gianni Amelio: «Ci sono dei personaggi che mettono in moto una storia e anch’io avevo bisogno, in fase di scrittura, di un antagonista da contrapporre a Craxi per creare del conflitto, pur essendo incentrato il film sugli ultimi mesi di vita di un leader prossimo al crepuscolo. Il mio antagonista l’ho individuato nella figura di Fausto, il figlio del fidato Vincenzo, una persona quasi “di famiglia” col quale si istaura una specie di continuo duello giocato sulla tensione.

Il personaggio di Craxi, che nel film non viene mai chiamato per nome, non è né un latitante né un esule; perché il primo è qualcuno che viene cercato dalla legge ma è difficile da rintracciare: di un latitante non si conosce il domicilio, al contrario di Craxi si conosceva il numero di telefono e dove si trovava, con la gente che andava e veniva da casa sua. Ma non è nemmeno un esilio quello che ha vissuto, visto che pesavano su di lui condanne passate in giudicato, in contumacia diciamo, perché non si era mai presentato davanti al tribunale italiano tantomeno davanti a quello tunisino: in un paese che non prevede l’estradizione, affrontare un processo sarebbe stato solo inutile e dannoso. Tutti si aspettavano che si presentasse davanti a un tribunale italiano alla fine, ma il suo orgoglio e la presunzione di essere sempre nel giusto l’hanno fatto perdere, considerando che era convinto di dover essere giudicato dal parlamento non dal tribunale: attraverso Hammamet non voglio fornire giudizi morali, etici, politici o soluzioni: tutto ciò che voglio, ma soprattutto che un film deve, è suscitare delle domande e non fornire delle risposte.

Per quanto riguarda la questione dei nomi, quest’ultimi ho deciso di non farli perché si conoscono troppo, sono ben noti, così si è scelto di creare alcuni personaggi “a tavolino”, assemblati mettendo insieme l’ispirazione proveniente da più di un personaggio realmente esistito. Non ho voluto fare una cronaca, piuttosto ho cercato di sollevare lo sguardo poco più in alto, considerando che non credo sia necessario inserire i veri nomi delle persone coinvolte. Ho comunque avuto la fortuna di conoscere, durante la lavorazione, sia la vedova di Craxi che i figli Stefania e Bobo.

Un aspetto fondamentale che emerge in Hammamet, a prescindere dalla politica o dalla revisione storica, è l’importanza del rapporto tra padri e figli: un elemento fondamentale che ha influenzato anche Favino mentre entrava progressivamente nel personaggio e nei suoi tormenti, portando il film ad un livello incredibile. Il cinema, secondo me, va oltre le polemiche e mette sempre in scena i sentimenti, non le baruffe, non i pro e i contro della storia e della società

Guarda il trailer ufficiale di Hammamet

Ludovica Ottaviani

Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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