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Giuseppe Fiorello racconta Stranizza d’amuri, esordio alla regia nel segno del ricordo e dell’impegno sociale

Giuseppe Fiorello racconta Stranizza d'amuri, il suo esordio alla regia di un lungometraggio, ispirato al delitto di Giarre. Dal 23 marzo al cinema.

Giuseppe “Beppe” Fiorello è un volto noto al grande pubblico, che è entrato nelle case degli italiani grazie al grandissimo successo dei prodotti mainstream targati Rai, tra fiction e film tv, dimostrando quanto l’esperienza e il duro lavoro siano fondamentali per crescere – dal punto di vista professionale – trovando, infine, anche il coraggio di sfidare i propri limiti.

E l’attore lo ha dimostrando debuttando, dietro la macchina da presa, con il suo primo lungometraggio intitolato Stranizza d’amuri, uscito nelle sale il 23 marzo grazie a BimDistribuzione: nel titolo, un omaggio all’omonima canzone di Franco Battiato – colonna sonora ideale della storia raccontata attraverso le immagini – mentre nei contenuti l’attore/regista siciliano (autore del soggetto insieme agli sceneggiatori Andrea Cedrola e Carlo Salsa) si ispira alla storia vera di Giorgio Agatino Giammona e Antonio Galatola, le due giovani vittime del delitto di Giarre, un terribile duplice omicidio commesso il 31 ottobre 1980 nella provincia di Catania.

Il film, interpretato sul grande schermo da Gabriele Pizzurro, Samuel Segreto, Simona Malato, Enrico Roccaforte, Fabrizia Sacchi, Antonio De Matteo (visto di recente in Piano Piano di Nicola Prosatore e nella serie Mari Fuori) e Manuel Bono, ha rappresentato per Giuseppe Fiorello un profondo “investimento emotivo”, considerando che ha accarezzato l’idea alla base del soggetto per bene dodici anni prima di decidere, in un momento particolare della propria esistenza – in cui aveva bisogno di un cambiamento radicale – di investire il proprio tempo calandosi in un ruolo inedito: quello del regista.

«La scintilla per Stranizza d’amuri è nata dopo aver letto un articolo di cronaca, scoperto per puro caso tredici anni», racconta l’attore, «e che celebrava il trentennale del delitto di Giarre. Mi colpì talmente tanto, come se… se mi fosse scattato un senso di colpa improvviso, perché non me avevo mai sentito parlare nel corso della mia gioventù. Da siciliano, mi sono sentito co-responsabile di quella mentalità che ha contribuito ad insabbiare quella storia: così ho maturato la decisione di girare questo film da regista, perché per necessità dovevo stare – esattamente come la figura richiede – un passo indietro, tanto quanto l’attore che, invece, è costretto ad essere ben cento passi dentro la storia. E per scrivere proprio quest’ultima ho iniziato una ricerca anche di genere, muovendomi nei territori dell’investigativo senza mai trovare una verità su quel delitto.

I corpi ritrovati dei due giovani adolescenti avevano due colpi in testa, un bigliettino accanto e una pistola ancora fumante. Ma mi sono reso conto, quasi subito, che questo approccio non portava da nessuna parte, se non verso una visione fuorviante, annacquata dalla bugia che si continua a raccontare legata al delitto, ovvero che si sia trattato in realtà di un omicidio/suicidio. Così, per raccontare nel migliore dei modi Stranizza d’amuri, ho scelto con coraggio la mia immaginazione e una poetica ben specifica dal punto di vista estetico: ho immaginato un’estate di due ragazzi che si incontrano e scontrano decidendo, infine, di fare un percorso insieme, concretizzando in tal modo – insieme agli sceneggiatori – il desiderio di realizzare il mio sogno».

Scavare nei ricordi per costruire il presente

La scintilla per Stranizza d’amuri è stata la lettura di un articolo di giornale; ma che impatto ha sortito quel ricordo, quella notizia, nel presente di Giuseppe Fiorello e anche nella nostra realtà contingente, che spesso ci limitiamo ad attraversare in maniera distratta?

«Per Stranizza d’Amuri ho preso in prestito la mia visione dei ricordi, scavando nella mia adolescenza. Nella vita di ognuno di noi c’è un tratto divino che è l’adolescenza, e ho proprio cercato di instillare in uno dei due protagonisti dei caratteri tratti dalla mia. Durante quel momento speciale e unico ci si ama da amici, pur non essendo omosessuali in alcuni casi; ci si ama con una purezza per la quale non c’è bisogno del sesso, fino ad arrivare alle sfumature dell’amore fisico, degli abbracci e dei baci. Per quanto riguarda la considerazione dei diritti e dell’immaginario LGBTQ+ noi siamo arretrati rispetto, ad esempio, agli adolescenti che si parlano e amano in modo diverso; quando i miei figli ascoltano le notizie su bullismo e discriminazione legata agli omosessuali non riescono a farsene una ragione, perché se ne parla come se fosse “un’altra cosa”, qualcosa di diverso, quando quel tipo di amore è incluso nella sfera dell’umanità, nell’essere una persona che ne ama un’altra. La politica spesso parla dei diritti e della loro difesa ma poi non applica le leggi, e quest’ultime – nate per proteggere – non ci vorrebbero in un mondo perfetto, proprio come i dibattiti politici; non servirebbero nemmeno delle leggi nate per difendere le persone in un mondo ideale, perché di fondo non ci vuole coraggio per amarsi. Bisognerebbe solo amarsi per amarsi, con amore e niente più. Se si è costretti ad amare con coraggio vuol dire che c’è dell’odio in agguato.

In veste di regista, ho scelto scientemente di non girare il film nella stessa Giarre per non rischiare di turbare la serenità di qualcuno che magari, oggi, sta ancora soffrendo per le sofferenze e il peso delle scelte compiute in passato. Non volevo fare dell’arte su un dramma realmente accaduto, non era proprio mia intenzione considerando che parliamo di un delitto ancora irrisolto: dopo il terribile fatto di cronaca, infatti, fu avviata un’indagine che portò anche ad un sospettato – il nipote dodicenne di una delle due vittime – che si era addossato la colpa, prima di dichiararsi innocente ritrattando. A quel punto le indagini si spiaggiarono, perché questa scelta “lavava” meglio le coscienze collettive e le varie responsabilità, ma la scena del delitto parlava fin troppo chiaramente.

Tornando a noi, siamo stati vicino a Giarre, a girare, ma mi sentivo più tranquillo nelle zone limitrofe, come per non disturbare il passato. In Stranizza d’amuri c’è tutta la mia timidezza adolescenziale; ma c’è anche la mia terra, che conoscevo bene e sapevo come parlava. Conosco profondamente la mentalità del posto, la Sicilia, e la questione legata all’omertà e alla paura di non capire un amore. Speravo proprio di fare un film su un “come eravamo”, però poi mi sono reso conto di un aspetto: che la questione trattata si ripete nel tempo, non si è cristallizzata in un momento del passato e basta. Attraverso Stranizza d’amuri non voglio dare dei messaggi, ma vorrei solo che ognuno vivesse la propria emozione in modo libero. L’ambizione era quella di fare un inno all’amore e alla libertà, mostrando anche come spesso il tema della discriminazione si consumi proprio a partire tra le quattro mura domestiche».

Tra passato e presente per aprire le porte al futuro

C’è una frase pronunciata da Franco Battiato – e ricordata dal compositore della colonna sonora di Stranizza d’amuri, Giovanni Caccamo – che sembra calzare a pennello per Giuseppe Fiorello e questa sua nuova avventura da regista: “avrai un’unica strada per rimanere un uomo e un artista libero: scardinare la tua arte da ogni fine”. E Giuseppe ha sempre avuto le idee ben chiare su come procedere per raccontare la storia alla base del film, collocandola soprattutto in un presente bulimico di emozioni veloci, consumate facendo binge watching sulle piattaforme in streaming:

«Ho sempre puntato prima alla storia e poi al suo destino», ha rivelato l’attore/regista. «Condividere il film in una sala cinematografica è una bellissima esperienza, totalmente diversa dalla tv che è più distratta e meno focalizzata; forse adesso è anche esasperata, oggi a tratti la sento patologica, pronta a crearmi dipendenza. Lo confesso, non mi piace e non mi piace vederla con la dipendenza da binge watching: è proprio come la cocaina, prima l’euforia massiccia e il giorno dopo il down totale e non è una bella sensazione. Vedere così la televisione si rivela controproducente per la salute; quando si fa tardi per vedere una serie e poterne solo parlare con gli altri, perché è di tendenza, non per la sua storia quindi ma soltanto per farlo sapere agli altri… è deleterio. Così non rimane nessun tipo di emozione. Se tornassi indietro, oggi punterei più al cinema che alla tv. Ne ho fatta tanta soprattutto negli anni ’90-2000 e sono arrivato fino a poco fa a girare ma… al giorno d’oggi è davvero troppo. E poi, chi gira sul set lo sa bene, il ritmo della serialità è spesso devastante e serrato, con il risultato di non generare nessun tipo di qualità, quando invece il nostro mestiere ha bisogno di molto tempo per crescere e svilupparsi.

Per quanto riguarda invece la collocazione temporale specifica di Stranizza d’amuri, ho chiesto esplicitamente agli sceneggiatori di scrivere questa storia intimista basata sulle mie suggestioni e i miei ricordi e poi di poggiarla in un momento universale della storia collettiva italiana; quest’idea mi venne in mente dopo aver visto Roma, di Alfonso Cuaron, che in un’intervista aveva detto di aver scavato nel personale, dicendo che quella storia mostrata sullo schermo era soprattutto la sua e che aveva scelto di ambientarla mentre nel suo paese c’era una rivoluzione civile, un momento quindi fondamentale dal punto di vista storico. Nel mio caso, ho scelto di ambientare Stranizza d’amuri mentre l’Italia era nel pieno di un boom positivo: siamo nel 1982, l’anno di un grande picco economico e sociale. L’Italia vince i mondiali, si festeggia e si gioisce distraendosi però in tal modo dal tragico epilogo a cui andarono incontro i due giovani protagonisti del delitto di Giarre.

E poi, non posso non parlare del titolo del film, preso in prestito da una canzone omonima del maestro Franco Battiato: Stranizza d’amuri parla di un amore travagliato, della fatica di due persone di incontrarsi durante la guerra, non potendo vivere liberamente il loro sentimento. Battiato è stato la colonna sonora della mia adolescenza: ho consumato La voce del padrone e Summer on a solitary beach, e ho tramandato anche ai miei figli questa tradizione. Infatti, quando andiamo in auto da Catania a Noto, ascoltiamo in loop la musica di Battiato, che non poteva non essere presente all’interno del mio primo film da regista, proprio perché sentivo così naturale la sua partecipazione e molte delle sue canzoni mi hanno suggerito delle suggestioni, delle immagini e delle atmosfere che ho cercato di “spiegare” agli sceneggiatori, per poter scrivere così infine Stranizza d’amuri».

Guarda il trailer ufficiale di Stranizza d’amuri 

Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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