I fratelli D’Innocenzo: “Come il cinema ha salvato la nostra vita”

scritto da: Ludovica Ottaviani


Immagine di copertina: @Elisabetta Villa

I fratelli D’Innocenzo – Damiano e Fabio – sono i veri enfants prodiges del cinema italiano: giovani e già lanciatissimi, soprattutto dopo la vittoria dell’Orso d’Argento per la Miglior Sceneggiatura a Berlino 2020 con il loro ultimo film Favolacce, opera seconda che segue il debutto avvenuto con La Terra dell’Abbastanza. Due ragazzi giovani e determinati, con una visione del cinema e della loro poetica cinematografica ben definita e strutturata, come hanno potuto dimostrare durante uno degli Incontri Ravvicinati della Festa del Cinema di Roma moderato da Alberto Crespi: un incontro che si è svolto tra analisi delle loro opere, conversazioni sul ruolo fondamentale della fotografia e la loro passione per un certo tipo di cinema, che non sempre concilia il gusto di entrambi i gemelli.

Ad aprire “le danze” sono state alcune clip tratte dai loro film, che hanno permesso ai gemelli di riflettere sul valore della loro esperienza e del legame che li connette, da sempre, alla settima arte:

«Abbiamo scritto Favolacce due anni prima di scrivere La Terra dell’Abbastanza: non a caso, ha un approccio più rabbioso, legato a ciò che avevamo vissuto nella nostra adolescenza. Il secondo invece era più sereno, come se la rabbia che provavamo nel frattempo si fosse consumata. Con Favolacce abbiamo cercato di dare una nostra risposta alla vita, però – per una serie di motivi, soprattutto legati alla produzione cinematografica – La Terra dell’Abbastanza è stato il nostro primo film distribuito in sala.

Nel film che ha vinto a Berlino 2020, Favolacce, tutto era fortemente legato all’atmosfera: volevamo una sorta di sintesi tra ipnosi e stallo, una situazione che si vive in quelle province e capace di trasformare quella storia in una vera e propria favola nera. Un lasciarsi andare però pieno di rancore, con un tocco di infantilismo. Siamo contenti sia stata un’opera seconda perché come esordio non sarebbe stata la stessa cosa; al nostro debutto eravamo all’oscuro di molti elementi della cinematografia e ora che stiamo lavorando al nostro terzo film e ad una serie tv per Sky sappiamo che è importante avere la stessa curiosità e senso di scoperta che si ha con la prima opera, ma con una maggior consapevolezza.

Quando iniziamo a lavorare su un film, il nostro punto di partenza è sempre la sceneggiatura. In La Terra dell’Abbastanza volevamo che tutto fosse immortalato da lontano, in modo che si scoprisse quanto si è piccoli rispetto al resto del mondo. Qualsiasi cosa si stia vivendo, siamo tutti un punto minuscolo dell’universo, e volevamo che questa sensazione fosse atroce, costellata da lunghi tempi morti. Spesso nel cinema crime si predilige l’azione e l’adrenalina, ma se invece si vede una situazione apparentemente normale e statica è più interessante vederla da lontano, per mostrare la scena nel suo insieme e abbracciarla con uno sguardo più ampio; siamo dell’idea che, in apertura di un film, non tutto deve accadere subito: bisogna prima di tutto percepire la sensazione che stia per accadere qualcosa, ma che sia necessario aspettare del tempo prima che succeda».

Nonostante la loro giovane età e solo due opere all’attivo, i fratelli D’Innocenzo hanno già avuto modo di dirigere sul grande schermo un attore come Elio Germano, giovani e promettenti leve come Andrea Carpenzano e infine tanti giovanissimi protagonisti dello loro storie di periferia, infanzia sospesa e realtà che s’insinua tra le pieghe del sogno e del desiderio. Riguardo alle scene più intense ed emotive, quanto alla direzione degli attori, i fratelli D’Innocenzo hanno dichiarato:

«Le scene emotive non sono mai così complicate da recitare. Ad esempio, il pianto di un attore non è mai difficile: è il percorso che ti fa arrivare a quel pianto ad esserlo, i momenti precedenti, i respiri e i sospiri che poi sono i più complessi da immortalare. Da parte del regista ci vuole anche un certo pudore per non chiedere niente all’attore: noi di solito forniamo solo delle indicazioni, anche perché quando hai dei grandi attori devi affidarti sempre alla loro sensibilità. Quando riguardiamo certe scene, pensiamo sempre allo sforzo degli attori che noi lasciamo molto liberi: Elio Germano, ad esempio, è un attore che lavora molto con il corpo. In quelle clip che abbiamo visto ha dovuto raggiungere quell’esaurimento, non l’ha recitato. Noi diamo tanta libertà agli attori però vogliamo anche che loro si mettano a nudo davanti agli occhi meccanici delle nostre macchine da presa.

Per quanto riguarda i bambini, invece, è tutto un altro discorso: di solito sul set lavorano spesso con l’actor coach, una figura al quale noi ci siamo opposti fin da subito perché impone un filtro. I bambini non hanno mai letto la sceneggiatura in Favolacce, gli dicevamo giorno per giorno ciò che dovevano fare, anche le scene più drammatiche. E loro le hanno sempre capite, hanno sentito che c’era del marcio negli adulti e nei genitori rappresentati sullo schermo: avere il filtro dell’actor coach sarebbe stato diverso, avrebbe reso tutto meno naturale».

Dopo una breve – ma interessante – digressione sul loro progetto fotografico intitolato Farmacia Notturna, una raccolta fotografica che dimostra il loro amore verso l’arte della fotografia, i fratelli D’Innocenzo hanno affermato che «(…) da quelle immagini si capisce tanto di quello che ci interessa e che cerchiamo di immortalare. Ad esempio il nostro modo fi osservare la vita e gli esseri umani, oppure la ricerca di quelle piccole verità invisibili che spesso sono celate davanti ai nostri occhi. L’esistenza di tutti è piena di misteri: se qualcosa colpisce e non si riesce a decifrarla, bisogna immortalarla e portarla con sé. Magari quell’immagine ti ha posto delle domande alle quali un giorno, portando quella foto con te, potrai trovare una risposta. Noi andiamo sempre a cercare quei dettagli intensi che poi tentiamo di trasmettere nei film».

E a proposito di film, i fratelli D’Innocenzo svelano finalmente al pubblico presente in sala quali sono stati i film, ma soprattutto gli autori, che tanto li hanno influenzati e continuano ad influenzare la loro produzione cinematografica, partendo proprio dai primi film che hanno visto: Damiano, ad esempio, cita titoli come Space Jam e Titanic, oltre alla versione in VHS di The Outsider di Francis Ford Coppola. Tutti stimoli essenziali che li hanno spinti a scrivere sceneggiature, e che continuano ad ispirarli. Proprio per riconfermare i loro modelli, hanno selezionato alcune clip tratte da Taxi Driver e Il Posto di Ermanno Olmi, che i fratelli D’Innocenzo hanno così commentato:

«In Taxi Driver ci piace il fatto che parli di un reduce del Vietnam che soffre d’insonnia, che fa il tassista e che vive una vita apparentemente tranquilla, sopportabile in qualche modo. Quindi cosa lo porta a diventare ciò che diventerà? L’incontro con una donna, non la guerra. La necessità di una connessione, di un contatto umano può spesso portare a qualcosa di straordinario ma anche a conseguenze terribili. Tutto parte dagli incontri che, secondo noi, sono il centro del mondo: ogni cosa scaturisce da due esseri umani che si conoscono e la vita di uno dei due può subire un corto circuito. In entrambe le clip che abbiamo presentato ci sono un uomo e una donna che simulano dei modi diversi di stare al mondo: quattro personaggi molto diversi tra loro, particolari e dotati di una sensibilità differente. Nella sceneggiatura di queste scene sembra che non accada nulla, ma in realtà c’è tutto, questi due momenti precedono tutto ciò che succederà anticipandolo».

Tra i registi ai quali si ispirano, i fratelli D’Innocenzo citano tanto Billy Wilder (per Damiano) quanto Rainer Werner Fassbinder per Fabio: gusti diversi, ma visioni uniche della poetica cinematografia, soprattutto quando quest’ultima si sposa con la personalissima visione – e percezione – della realtà che hanno i due gemelli:

«Nel cinema degli altri ci affascina ciò che c’è da scoprire. Noi siamo ancora spettatori e lo saremo sempre. I film hanno salvato la nostra vita in maniera totalizzante e il motivo per cui vogliamo essere registi è perché sappiamo l’incidenza che i film possono avere sulle persone, sull’animo degli essere umani. Per noi non esistono contrapposizioni tra film diversi o cinema diversi, sono tutte esperienze, indistintamente. A volte vedendo un film è come se si imparasse qualcosa di nuovo su esperienze di vita che non si sono ancora vissute ma che, in qualche modo, sembra di aver già provato proprio grazie alla visione del film di turno.

Ad esempio, per quanto riguarda la cinematografia di Fassbinder, c’è il merito di aver realizzato film variegati, sospesi tra successi e fallimenti, e di aver sempre continuato a girare senza mai fermarsi. Quello che mi affascina di questo maestro del cinema è il genere che ha sempre trattato, il melodramma, la storia d’amore. Nel nostro prossimo film tratteremo anche noi una love story, un genere che personalmente ci piace. Per quanto riguarda i film Wilder, invece, uno dei nostri preferiti è L’appartamento: il più visto, nonché quello che ci ha salvato più volte la vita. I suoi sono film completi, dotati di sceneggiature perfette, non cambieresti nulla. Wilder si prendeva cura degli spettatori, non esagerava mai e non era mai eccessivo nel suo stile».


Ludovica Ottaviani

Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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