HomeIntervisteEmanuela Fanelli presenta la serie Peccato: «Ho immaginato il mio fallimento»

Emanuela Fanelli presenta la serie Peccato: «Ho immaginato il mio fallimento»

Emanuela Fanelli presenta Peccato, la nuova serie in arrivo su HBO Max. Una surreale mockumentary comedy in cui si parla di successo, fallimento e paura del futuro.

Presentata in anteprima all’83esima Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Fuori Concorso – Series, Peccato è la nuova serie ideata e interpretata da Emanuela Fanelli, diretta da Valerio Vestoso e scritta dalla stessa Fanelli insieme a Vestoso e Giulio Somazzi. La serie, prodotta da Be Water Film con la partecipazione di HBO Max e la collaborazione di Rai Cinema, arriverà sulla piattaforma di streaming a partire dal 2 ottobre.

Al centro del progetto c’è un’idea tanto semplice quanto paradossale: immaginare Emanuela Fanelli nel futuro, ormai lontanissima dal momento di successo che sta vivendo oggi. Un futuro ambientato nel 2049, nel quale l’attrice si trova a fare i conti con una carriera ormai al tramonto e con una vita personale non necessariamente all’altezza delle aspettative. Il risultato è un finto documentario costruito attraverso un’ironia surreale e spesso spietata, nel quale Fanelli interpreta una versione distorta e insieme sorprendentemente umana di se stessa.

Ridere del fallimento

L’idea di Peccato nasce anche dall’osservazione di un fenomeno molto contemporaneo: i documentari dedicati alle persone ancora in vita e alle loro carriere, spesso costruiti come celebrazioni di un percorso di successo. Fanelli ha scelto di ribaltare completamente questa prospettiva. «Mi divertiva raccontare un fallimento puro», ha spiegato durante l’incontro stampa veneziano, immaginando per la propria protagonista non una consacrazione, ma un vero e proprio tracollo professionale.

La serie diventa così anche una sorta di assicurazione narrativa contro il futuro: se un giorno qualcosa dovesse andare storto, Fanelli potrà dire di averlo già previsto. È proprio da qui che nasce il concetto delle «mani avanti», che attraversa l’intero progetto: non soltanto la carriera, ma anche i rapporti personali vengono osservati attraverso la paura che qualcosa possa finire proprio quando sembra andare meglio.

L’obiettivo, però, non è soltanto ridere del fallimento. Dietro l’egocentrismo, la mitomania e le contraddizioni della protagonista c’è infatti una dimensione più malinconica. Fanelli vorrebbe che lo spettatore, dopo aver riso delle sue disavventure, arrivasse quasi inaspettatamente a provare tenerezza per questa donna.

Peccato. Foto di Francesca Cassaro

Che valore ha il successo?

In uno dei passaggi più interessanti dell’incontro, si è discusso proprio del rapporto dell’attrice con il successo arrivato negli ultimi anni. Emanuela Fanelli ha raccontato di aver iniziato a recitare molto presto, a teatro, e di aver attraversato un percorso professionale lungo prima di ottenere i riconoscimenti che hanno cambiato rapidamente la percezione del suo lavoro. Proprio quando tutto ha cominciato a funzionare, però, ha avvertito un rischio: lasciare che il mestiere finisse per definire la propria identità.

Il riferimento ai David di Donatello vinti dall’attrice (per i film Siccità di Paolo Virzì e C’è ancora domani di Paola Cortellesi) diventa in questo senso particolarmente significativo. Fanelli ha spiegato che, se dieci anni prima le avessero detto che avrebbe conquistato quei riconoscimenti, probabilmente avrebbe attribuito loro un’importanza ancora maggiore di quella che hanno avuto realmente nella sua vita. Non perché non li consideri importanti, ma perché oggi sente di riuscire a collocarli nella giusta prospettiva.

Il successo, secondo Fanelli, non può diventare il metro attraverso cui misurare il proprio valore o la propria felicità. «Se sono una persona che ha un valore, questo valore deve esistere anche al di fuori del mio mestiere», ha spiegato, rivendicando una distinzione netta tra il lavoro che ama e ciò che realmente dà significato alla sua vita. È una consapevolezza che sembra riflettersi direttamente nella protagonista di Peccato, una donna che nel corso della storia arriva a chiedersi se quella che sta vivendo sia davvero la vita che desiderava.

Giocare con la propria immagine pubblica

Per raccontare questo mondo, Emanuela Fanelli e gli autori hanno scelto di coinvolgere numerose personalità del cinema e della televisione, chiamate a interpretare versioni deformate e surreali di se stesse. Tra i nomi citati durante la conferenza ci sono Antonio Ricci, Tulio Solenghi, Ferzan Özpetek, Paola Cortellesi e numerosi altri personaggi che hanno accettato di giocare con la propria immagine pubblica.

Particolarmente significativo è il coinvolgimento di Antonio Ricci, che non soltanto ha prestato Striscia la notizia alla produzione, ma compare anche all’interno della serie. Secondo Fanelli, non si è trattato di un’operazione basata sulla provocazione dall’alto verso il basso: tutti i protagonisti sono stati coinvolti nello stesso gioco. La comicità di Peccato nasce infatti dalla possibilità di ridere insieme dei propri cliché, delle proprie debolezze e persino delle proprie miserie.

È un tipo di umorismo che Fanelli ha ricondotto anche alla tradizione del Trio formato da Massimo Lopez, Anna Marchesini e Tullio Solenghi, fondamentale per la sua formazione comica. Proprio Solenghi rappresenta uno degli incontri più significativi per Fanelli, che ha raccontato con particolare gratitudine la sua partecipazione al progetto.

Tra le trovate più sorprendenti della serie c’è anche quella legata a Paola Cortellesi, che nel futuro immaginato da Peccato ricopre un ruolo decisamente inatteso: quello di Presidente della Repubblica. L’idea nasce dalla libertà concessa dall’ambientazione futuristica: il 2049 ha permesso agli autori di inventare un mondo nel quale anche le coordinate del presente potevano essere completamente ribaltate.

Lo stesso vale per altri elementi volutamente assurdi della serie, costruita attraverso una mitologia personale nella quale anche figure popolarissime come il Gabibbo vengono inserite in situazioni completamente lontane dall’immaginario abituale. È proprio questo contrasto tra icone riconoscibili e situazioni improbabili a costituire uno dei motori comici della serie.

Peccato. Foto di Francesca Cassaro

Nessun limite alla creatività 

Un’altra curiosità emersa durante l’incontro riguarda il personaggio interpretato da Valerio Mastandrea, che nella serie parla con un accento veneto. La scelta non nasce da un preciso riferimento biografico o da una persona realmente esistita. Gli autori volevano semplicemente cambiare musicalità rispetto alla forte presenza romana del progetto e sperimentare con un accento differente.

Emanuela Fanelli ha scherzato anche sulla prova di Mastandrea, sostenendo che il suo veneto sia «decisamente più convincente del romano di Geppi Cucciari». La storia personale raccontata nella serie, compreso il rapporto con il marito e l’ambientazione veneta, è invece completamente inventata.

Un altro tema molto interessante affrontato dagli autori riguarda infine la libertà creativa. Vestoso e Fanelli hanno spiegato di aver cercato, durante la scrittura, di non porsi immediatamente dei limiti. Prima si scrive ciò che si vuole davvero raccontare, poi eventualmente ci si interroga sulla necessità di ridimensionarlo. È un principio che ha permesso alla serie di evitare deliberatamente alcune formule considerate ormai ricorrenti nella commedia contemporanea delle piattaforme.

Il finto documentario diventa così uno strumento per uscire dagli schemi, mentre il mondo dello spettacolo rappresenta soltanto il punto di partenza per parlare di qualcosa di più universale: il momento in cui una persona si ferma e si chiede se la vita che ha costruito corrisponda davvero a quella che desiderava.

Una grottesca caricatura del presente

Anche la trasformazione fisica di Emanuela Fanelli per la serie ha suscitato inevitabilmente domande. L’attrice arriva infatti nella serie molto invecchiata e si è presentata al Lido interpretando la stessa versione anziana della protagonista. Fanelli ha chiarito di non aver voluto lanciare alcun messaggio sull’accettazione delle rughe o sull’invecchiamento.

La scelta nasce semplicemente dalla natura della serie: se Peccato è un finto documentario sulla vita futura della protagonista, allora era necessario che fosse proprio lei, nella sua versione anziana, a presentarsi al pubblico. Giocare con il proprio aspetto diventa così un ulteriore modo per smontare la solennità del red carpet e dell’immagine dell’attrice, senza trasformare la questione in una battaglia ideologica.

Ecco allora che Peccato sembra nascere proprio dalla volontà di Emanuela Fanelli di fare ciò che meglio conosce: ridere di se stessa. Ma dietro l’ironia, il successo trasformato in fallimento e il futuro immaginato come una grottesca caricatura del presente si nasconde una domanda molto più seria: quanto del nostro valore dipende davvero da ciò che facciamo, e quanto invece dalla vita che esiste al di fuori del lavoro? La risposta, almeno per ora, è affidata alla protagonista di una storia che preferisce immaginare in anticipo il proprio fallimento piuttosto che prendersi troppo sul serio davanti al successo.

Stefano Terracina
Stefano Terracina
Cresciuto a pane, latte e Il Mago di Oz | Film del cuore: Titanic | Il più grande regista: Stanley Kubrick | Attore preferito: Michael Fassbender | La citazione più bella: "Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile." (A Beautiful Mind)

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