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Danny Boyle presenta 28 anni dopo: «Il virus si è evoluto. E anche l’umanità»

Le parole del regista britannico Danny Boyle alla presentazione romana di 28 anni dopo, primo capitolo di una nuova trilogia post-apocalittica. Nelle sale italiane dal 18 giugno.

Sono passati ventitré anni da quando Danny Boyle, con 28 giorni dopo, raccontò al mondo di una Londra deserta, spettrale e sradicata, percorsa da un Cillian Murphy confuso, in cerca di sopravvissuti. Quel paesaggio post-apocalittico, nel tempo, è diventato profezia, e con 28 anni dopo il regista britannico riporta sul grande schermo un mondo piegato da un virus che, nel frattempo, ha mutato la propria natura insieme all’uomo.

Scritto da Alex Garland e interpretato da Jodie Comer, Ralph Fiennes, Aaron Taylor-Johnson e dal sorprendente esordiente Alfie Williams, il nuovo capitolo è il primo tassello di una trilogia già in lavorazione, capace di riflettere sui traumi collettivi più recenti – pandemia, Brexit, rabbia sociale – senza dimenticare l’elemento fondante del genere: il brivido. Il film è stato presentato in anteprima alla stampa italiana durante una conferenza al Cinema Barberini di Roma, dove Boyle ha raccontato genesi, ambizioni e implicazioni politiche di un’opera che mescola orrore e attualità con lucidità disarmante.

Un mondo che guarda indietro

La storia si apre in un’isola battuta dal vento, dove una comunità sopravvive seguendo riti e regole arcaiche, aggrappata a un’Inghilterra mitizzata, quella degli anni ’50: ruoli di genere granitici, virilità imposta, affetti taciuti in nome della disciplina. È qui che cresce Spike (Williams), giovanissimo protagonista, il cui rito di passaggio consiste nell’imitare il padre, nel replicarne la traiettoria, nel diventare ciò che la comunità si aspetta da lui. Ma è la sua deviazione da quel percorso scritto, la sua ribellione gentile ma irrevocabile, a cambiare il senso stesso del film.

«La comunità vuole che il ragazzo diventi ciò che ci si aspetta. Ma lui prende un’altra strada. È un film sul progresso, sulla disobbedienza necessaria», racconta Boyle. E in quell’atto di emancipazione, in quel rifiuto della nostalgia come valore, il film si fa racconto universale: sulla crescita, sulla memoria, sull’urgenza di liberarsi da un passato che, invece di proteggerci, rischia di soffocarci.

Danny Boyle sul set di 28 anni dopo. Foto di Miya Mizuno

Tra la pandemia e la rabbia

Durante l’incontro con la stampa, Boyle non ha nascosto quanto gli eventi recenti abbiano influenzato la scrittura del film. «Dopo il Covid, non si può più vivere perennemente nella paura. Le persone si abituano, decidono di rischiare, smettono di proteggersi come prima. Anche il virus, nel film, si adatta: si organizza, muta, sviluppa nuove strategie di sopravvivenza. Come noi», racconta. Così gli infetti diventano tribù, emergono gli Alpha, mutano persino nel modo in cui consumano energia: corrono meno, aspettano di più. Sono diventati più intelligenti. Più simili, forse, a noi.

E sulla scelta – già nel 2002 – di chiamare “rabbia” l’agente infettivo, Boyle riflette con una lucidità che attraversa il tempo: «All’epoca pensavamo alla rabbia da traffico. Oggi è la nostra modalità di default. Scompare la frustrazione, non c’è più spazio per il dubbio: tutto scatta immediatamente. Credo che la colpa sia della tecnologia, che ci ha resi onnipotenti in apparenza, ma estremamente fragili nella sostanza. Ci ha illusi di essere il centro del mondo, e ora non sappiamo più da che parte guardarlo».

Il fascino oscuro dell’horror

Boyle si conferma autore capace di coniugare inquietudine e affetto, azione e intimità, disastro e possibilità. Se 28 giorni dopo aveva il merito di portare il genere zombie su un territorio più realistico, 28 anni dopo ne espande i confini, mescolando generi e stati d’animo, per interrogarsi su cosa rimanga dell’umano dopo due decenni di sopravvivenza. «Come nel primo film, anche qui c’è una famiglia. Ma stavolta è una famiglia ferita, spezzata, che tenta di ritrovare un equilibrio», spiega Boyle. Il viaggio di Spike, sostenuto dalla madre e opposto alla figura paterna, è un percorso di emancipazione interiore prima ancora che geografica.

Il regista ammette di aver lavorato con tecnologie leggere, flessibili, mobili: «Abbiamo usato droni, iPhone, telecamere da dare agli attori. Aaron Taylor-Johnson correva tenendo la camera in mano. La maggior parte di quel girato era inutilizzabile, ma in certi attimi si sprigionava qualcosa di autentico. Non cercavamo la perfezione, ma la sua incrinatura. Volevamo cogliere la verità dentro la finzione».

Danny Boyle sul set di 28 anni dopo. Foto di Miya Mizuno

Una nuova trilogia, un’altra infezione

Con 28 anni dopo, Boyle inaugura un nuovo ciclo narrativo: il secondo capitolo è già stato girato, il terzo in fase di finanziamento. Ma ogni film, ci tiene a specificare, sarà autonomo. Una trilogia, sì, ma più esistenziale che narrativa. Al centro non solo infetti e sopravvissuti, ma anche un’intera visione del mondo: quella di un’umanità che cerca di credere ancora in qualcosa.

«Viviamo in un mondo senza figure credibili. Mancano i riferimenti, mancano i punti fermi. Io credo ancora nella BBC, perché è libera, non ha azionisti, non appartiene a nessuno. Verifica tutto, anche le immagini più sospette. È una forma di resistenza. Non ribelle, ma silenziosa, metodica», dice Boyle, sottolineando il ruolo dell’informazione come ultimo baluardo contro l’entropia del reale. E quando gli si chiede dove trovi ancora lo slancio per raccontare storie così cupe, risponde senza esitazioni: «Io sono un curioso. E la curiosità, al contrario della rabbia, non ha cura. È una condanna felice. E finché ne sarò affetto, continuerò a fare film».

Guarda il trailer ufficiale di 28 anni dopo

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