Immagine di copertina: @Elisabetta Villa
Sul fatto che Damien Chazelle nutrisse una vera e propria passione/venerazione per il musical non si avevano certo dubbi. Non stupisce quindi che il regista premio Oscar per La La Land abbia scelto proprio il genere che rese celebri Fred Astaire e Ginger Rogers come leitmotiv per la sua partecipazione alla Festa del Cinema di Roma. Un incontro, quello con Chazelle, che avrebbe dovuto svolgersi dal vivo ma che, causa Pandemia, si è tramutato in un interessante dialogo a distanza con il direttore della Festa Antonio Monda, con il regista americano collegato dalla propria abitazione d’oltreoceano.
Così, più che parlare dei suoi film, Damien Chazelle ha raccontato della loro (implicita) genesi, ripercorrendo la storia di un amore, quello per gli musical, sbocciato tardi – il regista aveva già 18 anni – ma che lo ha segnato profondamente sia come spettatore che come (futuro) regista cinematografico. Già, ma quali sono i film che hanno maggiormente influenzato quello che ad oggi è considerato uno dei più brillanti autori del cinema contemporaneo? Tra classici divenuti veri e propri film di culto e film invece (purtroppo) misconosciuti dal grande pubblico, andiamo a scoprirli uno per uno.
West Side Story (1961) di Robert Wise
Il primo riferimento è a West Side Story di Robert Wise, sorta di rilettura in chiave musical della tragedia shakesperiana Romeo e Giulietta ambientata a New York, nell’Upper West Side degli anni ’50. Un film che Chazelle ha ammesso di amare molto (e di averlo oltretutto rivisto al cinema poco tempo prima di iniziare le riprese di La la land) nonostante i suoi limiti a livello drammaturgico (d’altronde già evidenziati all’epoca dell’uscita dall’arcigna critica del “The New Yorker” Paulina Kael).
Il riferimento al film di Wise è però anche l’occasione per Monda e Damien Chazelle di riflettere sull’annunciato remake firmato da Steven Spielberg, il quale ha anche prodotto il terzo film di Chazelle: il magnifico First Man – Il primo uomo. Se Chazelle non si è sbilanciato sulla possibile riuscita o meno del film di Spielberg – ammettendo di aver visto solo qualche video relativo ad alcune coreografie che verranno utilizzate -, ha comunque sostenuto di intravedere delle potenzialità nella nuova versione del musical firmato da Arthur Laurents, Leonard Bernstein e Stephen Sondheim: «Credo ci sia margine per una nuova versione, specie lavorando sul cast e su location per essere più fedeli al testo di partenza. Attori ispanici e più vicini all’età dei personaggi». La morale? Lasciamo a Spielberg il beneficio del dubbio.
Les Parapluies de Cherbourg (1964) di Charles Demy
Il secondo musical scelto da Chazelle in questa sua personale retrospettiva è un capolavoro del cinema francese che in pochi avranno visto: Les parapluies de Cherbourg di Charles Demy. Si tratta del film della svolta per il regista americano. Il film di Demy, infatti, è stato per Chazelle un vero e proprio colpo di fulmine. Si può dire che l’amore nei confronti del musical sia nato proprio dopo la visione del suddetto film: «Questo film l’ho visto per la prima volta tipo a 18 o 19 anni e penso sia il film più importante della mia vita da cinefilo. Non ero un fan dei musical prima di vederlo».
L’opera di Demy, che si inserisce pienamente nel rinnovato clima proposto dalla Nouvelle Vague francese a partire dalla fine degli anni ’50, ha segnato così profondamente Damien Chazelle da essere stato determinante anche nel concepimento di La la land, come ammesso dallo stesso regista. A cominciare dall’uso dell’artificio cinematografico per ricreare non una realtà straordinaria, ma una realtà talmente ordinaria: «Nei miei primi anni di cinefilia guardavo Hitchcock, quello mi piaceva! I musical erano una follia per me. E poi Les Parapluies de Cherbourg è così ordinario! I musical erano così esagerati, fondati sullo spettacolo, ma la versione francese, cioè la storia di due persone che cantano di aprire una pompa di benzina!».
Incontriamoci a Saint Louis (1944) di Vincent Minelli
Quando si parla di musical non può mancare il riferimento a uno dei suoi maestri indiscussi: Vincent Minelli, secondo regista preferito da Chazelle dopo Charles Demy. Curioso che il regista di Un amicano a Parigi sia tirato in ballo nella conversazione per uno dei suoi film meno convenzionali (e dall’approccio francese, secondo lo stesso Chazelle), ovvero Incontriamoci a Saint Louis. Si tratta del terzo film del regista, interpretato da quella che poi diventerà sua moglie: Judy Garland.
Il motivo per cui Chazelle ha scelto questo film anziché altri più famosi è presto detto: anche in questo caso si racconta una storia ordinaria, quella di una famiglia americana borghese di inizio ‘900. Ma Chazelle non si è limitato a discutere circa la trama, facendo riferimento anche ad alcune componenti estetiche: «Minelli è famoso più che altro per il suo uso del colore, per come lo rende un personaggio dei suoi film, in modi che nessun altro ha fatto dopo di lui, ma penso che come gli altri maestri di Hollywood sia innanzitutto un maestro del movimento. La fluidità di come la camera si muove dentro e fuori in questa coreografia complicata è pazzesco, e il primo stacco arriva dopo tantissimo tempo ma non te ne accorgi».
Spettacolo di varietà (1953) di Vincent Minelli
Ma, dati i numerosi musical da lui girati, Minelli viene chiamato in causa anche per un’altra opera, questa volta tra le sue più famose ed apprezzate, Spettacolo di varietà. Si tratta di uno dei grandi classici con protagonista il duo Fred Astaire-Ginger Rogers, interpreti che rappresentarono essi stessi la quintessenza del genere.
Riguardo a questa seconda opera citati di Minelli, Chazelle ha evidenziato quella che secondo lui è una delle qualità principali di ogni buon musical che si rispetti: «Il ballo dovrebbe essere inseparabile dalla camminata di un personaggio e dal suo linguaggio del corpo. Persone diverse ballano in modi diversi così che non hai mai l’impressione che un coreografo sia sceso dal cielo e abbia fatto danzare tutti». Nel caso specifico del film di Minelli, il riferimento è ad una sequenza in cui il camminare di Astaire e Rogers si tramuta repentinamente ma non bruscamente in una vera e propria danza.
Cantando sotto la pioggia (1952) di Stanley Donen
Impossibile, anche per Damien Chazelle, riflettere sul musical senza citare uno dei capisaldi del genere, quel Cantando sotto la pioggia di Stanley Donen che ha trasformato il suo interprete, Gene Kelly, in una vera e propria icona e che ha ispirato il regista di La la land per il suo prossimo film: naturalmente un musical, ambientato (guarda caso) nel momento storico del passaggio dal cinema muto a quello sonoro.
Come Astaire e Rogers, anche Gene Kelly è uno dei volti più rappresentativi del genere, tanto che Chazelle più che un attore lo ha definito una sorta di co-autore dei film da lui interpretati. Mascolino e atletico, secondo Chazelle, Kelly è: «Sempre riuscito a spingere in avanti quel che si può fare con il ballo, sempre un passo avanti agli altri con invenzioni incredibili». Kelly, quindi, ha portato il musical, a livello coreografico, laddove non si pensava neanche potesse arrivare (trasportandone la dinamicità anche in film non appartenenti al genere: si pensi, ad esempio, a I tre moschettieri di George Sidney, dove l’attore interpreta D’Artagnan).
Ed infine, La la land (2017) di Damien Chazelle
Come risaputo, la musica ha sempre recitato un ruolo da protagonista nella vita (artistica e non) di Chazelle. Fin da adolescente il suo sogno era quello di diventare musicista, salvo poi “accontentarsi” di fare il regista cinematografico. Non è un caso che il suo primo lungometraggio, Whiplash, racconti la storia di un giovane batterista in cerca di successo e che la sua prima esperienza nella serialità televisiva abbia combaciato con la serie Neflix The Eddy, in cui si raccontano le vicissitudini di diversi personaggi che ruotano intorno a un locale jazz parigino.
La la land, però, ha rappresentato per il suo autore il sogno di una vita. Un sogno raggiunto con difficoltà, prima di tutto perché si trattava di riesumare un genere ormai molto e sepolto, e poi perché si trattava di un’opera ex novo, pensata esclusivamente per il grande schermo: «Prima di La La Land c’erano stati dei musical che avevano funzionato ma erano basati su show di Broadway, non erano originali. La cosa difficile era fargli accettare un musical con musica scritta dal mio coinquilino al college. Per questo ci è voluto un po’ per metterlo in piedi».
Eppure, La La Land è riuscito nell’impresa di imporsi grazie alla capacità di Chazelle di non scimmiottare i capolavori del passato, ma di proporre una storia (in verità, molto classica) capace di riflettere sui cliché tipici del genere, non cercando di riportarne in scena i fasti ma testimoniando l’ironica (e talvolta amara) consapevolezza di non poter far altro che omaggiare il musical e la sua storia in maniera (volutamente) maldestra: vedere per credere l’imperfetto stile di ballo proposto (anche in questo caso volutamente) da Ryan Gosling e Emma Stone. Ed è proprio questa esibita consapevolezza ad aver fatto del film uno dei migliori musical di sempre e di Chazelle un regista straordinario. In attesa che il prossimo film ci faccia entusiasmare quanto quelli che l’hanno preceduto.


