Curon: presentata alla stampa la nuova serie originale italiana Netflix

scritto da: Ludovica Ottaviani

Curon è il suggestivo titolo della nuova serie originale Netflix Italia: dopo aver esplorato il crime con Suburra, le luci e le ombre dell’adolescenza con Baby e Summertime, oltre che il fantasy in Luna Nera, questa volta è il turno del thriller soprannaturale con venature horror, anche se ricondurre questo nuovo prodotto ad un’etichetta è un’impresa praticamente impossibile.

La serie, disponibile a partire dal 10 giugno, verrà distribuita in circa 190 paesi: un vero successo per Netflix e soprattutto per una serie italiana al 100%, che approderà sulla famosa piattaforma VOD grazie anche agli sforzi congiunti con Indiana Production. Una grande soddisfazione che genera, inevitabilmente, ansia e attesa crescente, come ci hanno raccontato durante la conferenza stampa il cast e la crew (sceneggiatori, registi e produttori) narrando nel dettaglio la nascita e lo sviluppo di questa suggestiva, enigmatica, complessa nuova avventura dal sapore pioneristico.

A causa della crisi sanitaria da COVID-19 non è stato possibile realizzare un evento di lancio dal vivo per la serie, ma solo un incontro in streaming: ciò dimostra come il Coronavirus abbia lasciato ancora una volta tracce profonde nel tessuto della nostra industria audiovisiva, spingendo tutti i comparti coinvolti nel progetto a dedicare il prodotto finale proprio alle vittime della terribile pandemia, per non dimenticare e per ricordare anche che posti come Curon, paese trentino realmente esistente e set naturale ideale per la serie, vivono principalmente di turismo.

Ad aprire le danze della conferenza su Curon è stato il cast, guidato dalle attrici Valeria Bilello e Anna Ferzetti:

Valeria Bilello: «Le luci e le ombre di Anna, il mio personaggio, hanno a che fare con la matrice dell’istinto, del coraggio e della determinazione: grazie a queste scappa da Curon e porta avanti una gravidanza inattesa. Poi sono queste stesse motivazioni che la riportano nel paese mettendo tutto a rischio, però le sue vere contraddizioni sono nel rapporto con i figli: li ha voluti ma, allo stesso tempo, non sa essere genitore al 100%; il loro è un rapporto quasi tra tre fratelli perché è una donna irrisolta e molto giovane. Lavorare con Netflix è stato un vero e proprio ritorno, perché anni fa partecipai ad una produzione internazionale arrivando in corsa durante la seconda stagione; qui invece, con Curon, si tratta di un’esperienza più interessante grazie anche al mio coinvolgimento a partire dal pilot, una partecipazione che dà soddisfazione. Pensate che non volevo nemmeno fare il provino per il progetto, poi però per fortuna sono stata convinta da Fabio Mollo (regista della serie, NdR)

Prima di passare la parola alla Ferzetti, intervengono però quelli che sono i due giovani “protagonisti” della serie: perché, per quanto si tratti di un racconto corale, i due gemelli di Anna interpretati da Margherita Morchio e Federico Russo sono il vero motore immobile della serie, coloro che innescano molti dei dispositivi narrativi nascosti dagli autori nella drammaturgia della serie.

Margherita Morchio: «Daria, il mio personaggio, sembra una ragazza aggressiva e prepotente perché si vuole mostrare come una donna alfa, pronta a marchiare il territorio; ma allo stesso tempo vive in simbiosi con il fratello Mauro. I due sono opposti ma complementari: quando gli serve una spalla, una roccia per non crollare, si aggrappa a lui quando attraversa questi momenti di profonda fragilità. Bisogna avere il tempo e la voglia di conoscere il personaggio perché indossa una corazza molto spesso. Lavorare con Netflix per noi che siamo così giovani, e già partiamo con questi numeri, è pura follia; poi raccontare una storia simile a quella di Curon, così nuova, è molto bello e sapere di essere la prima serie di questo genere in Italia mi rende ancora più orgogliosa

Federico Russo: «Mauro, il mio personaggio, ha diversi aspetti legati alla sua sordità, e questi sono legati alla sua indiscussa centralità all’interno della serie. Nonostante il suo problema e il suo essere nerd non è un personaggio chiuso, insieme a registi e sceneggiatori volevamo ricreare le suggestioni del Phoenix di The Village, silenzioso ma coraggioso: più che di ombre, con Mauro si può parlare della sua paura di perdere la madre e la sorella. È un’esperienza molto strana quella con Netflix, con un tocco internazionale che ci ha spinto a fare mesi di prova per entrare nelle parti, e poi stunt, effetti speciali e tutto il resto. Davvero una bella esperienza, indimenticabile.»

Anna Ferzetti: «Il mio personaggio, Klara, usa le sue energie per tenere insieme la famiglia ed è inserita nella comunità; è una donna rispettata che ha un forte senso di appartenenza, è generosa e poi è una professoressa, quindi pensa agli altri e ai figli; tiene molto all’educazione e ha paura dell’abbandono, per questo subisce l’autorità del marito che ha paura di perdere. Il ritorno a Curon di Anna spezza quel fragile equilibrio che ha creato e la spinge a confrontarsi con le luci del suo passato. Lavorare sul set è stato splendido, sognavo da tanto di lavorare con Netflix ed è importante, per noi in Italia, essere esportati all’estero con i nostri prodotti; è stato fondamentale inoltre vivere lì, a Curon, nel luogo stesso: entrare in quel ritmo, calarmi in una realtà così diversa. Perché la vera difficoltà è entrare – e non è facile – in quei ritmi e poi riuscire a lasciarli, perché lì tutto è più rallentato, il senso del tempo cambia e ti cambia.»

A prendere la parola sono, infine, i due attori che affiancano le protagoniste, ovvero Luca Lionello e Alessandro Tedeschi:

Luca Lionello: «Thomas, il mio personaggio, è un essere umano ed è proprio una contraddizione che cammina. Però ciò che mi ha colpito è la profondità del sentimento paterno che prova, e certe cose nella realtà non si capiscono; quindi proprio per questo motivo ho approfittato di questa occasione per fare uno studio interiore. Lavorare con Netflix e Indiana è un grande privilegio, perché entrambe le realtà amano ciò che fanno e ci hanno messo in condizioni clamorose pur di farci lavorare nel migliore dei modi; hanno un tocco particolarissimo e poi, lavorare nella natura, dà una grandissima energia al di là del luogo mitico nel quale ci trovavamo – Curon con il suo campanile avvolto nel mistero – e il bosco è qualcosa di vivo e davvero potente.

Ad esempio, quando recito, mi illudo di diventare il personaggio che interpreto; cerco di ambientarmi nel luogo, una cosa molto utile come del resto lo sono i riferimenti di partenza: con Curon è qualcosa di nuovo, un racconto così innovativo anche per il tipo di genere che non credo abbia grandissimi precedenti soprattutto in Italia. Quindi ho dimenticato gli infiniti riferimenti cercando di trovare una chiave di lettura diversa, per quanto io sia molto affezionato, che so, a film come i Goonies, Stand By Me o altri dove la storia vive nell’adolescenza e poi in un’ipotetica maturità successiva. Mi sono ispirato piuttosto ai personaggi di John Wayne e Clint Eastwood, quei personaggi silenziosi, eroi e anti-eroi Western silenziosi che si muovono però sulle montagne. Le montagne raccontano tante cose, le persone del luogo amano molto il loro territorio e lo tengono come un fiore all’occhiello sono duri e severi ma sotto sotto hanno un grande cuore pronto ad essere donato agli altri.»

Alessandro Tedeschi: «Il mio personaggio, Albert, apparentemente sembra avere più aspetti negativi che altro; è una persona divisa in due dove le sue responsabilità si contrappongono ai suoi desideri, che rappresentano poi le sue ombre e sono collocati nel suo passato. Nel presente, vuole fare qualcosa di superbo per rivivere il suo passato, ma il presente finisce per essere trascurato passando dalla famiglia alla comunità senza dimenticare i figli: quando c’è un passato ingombrante, il futuro diventa incerto. Io avevo già fatto Lo Spietato con Netflix e siamo di nuovo in un baratro di luce: si fa questo lavoro anche per essere ammirati, amati ed essere visti da milioni di persone in tutto il mondo.

È un appagamento del desiderio e una delle molle per cui abbiamo scelto questo lavoro. Poi Netflix permette di lavorare in un modo come noi in Italia non siamo abituati, ad esempio pigiando il tasto della spietatezza sulla scena. Albert è l’eroe tragico della serie che cerca delle risposte per l’intero arco di Curon ma non ha mai certezza che ciò che cerca è giusto, prima di scoprire cose di sé che magari non vorrebbe scoprire; per amore della verità è disposto ad andare fino in fondo, addirittura cerca di mettere la sua famiglia e i suoi figli al riparo da sé stesso.»

Dopo il cast, a prendere la parola sono i comparti tecnici, rappresentati in ordine dal nutrito team di sceneggiatori (Ezio Abbate, Giovanni Galassi, Ivano Fachin, Tommaso Matano), dai due registi Fabio Mollo e Lyda Patitucci e infine dal produttore – per Indiana Production – Daniel Campos Pavoncelli e infine dal delegato Netflix Ilaria Castiglioni.

«Con Curon tutto è nato quando noi sceneggiatori siamo stati contattati per scrivere un prodotto nuovo targato Netflix che avesse un’atmosfera esoterica, paranormale, e subito avevamo in mente come location ideale Curon: siamo approdati lì fisicamente, e questo è importante per noi scrittori sia da un punto di vista visivo che per quanto riguarda il tema, che abbiamo subito individuato nella doppiezza – il paese nuovo e il paese vecchio; l’idea sommersa come il campanile, la doppia identità culturale italiana e tedesca etc. – infine dopo otto mesi abbiamo realizzato la sceneggiatura definitiva, un piccolo grande record per la serialità nostrana.

Curon è una serie dall’identità particolare: è un horror thriller, un coming of age, una dramedy con sfumature supernatural etc. ha un’identità democratica che ognuno può definire e per noi la difficoltà di catalogarla ha rappresentato una vera scommessa, perché nessuno di noi quattro sceneggiatori aveva mai scritto un horror, quindi la posta in palio era davvero molto alta. Così nella fase di scrittura siamo partiti da una leggenda spettrale – le campane fantasma del vecchio campanile sommerso di Curon – senza però mai perdere di vista il cuore, il sentimento e l’umanità, quei lati drammatici che non volevamo mai mettere da parte finendo così per fonderli in un’avventura dal respiro più ampio, considerando che la nostra finalità era realizzare un racconto vicino alla nostra cultura, lontano dal tranello del fascino di altre narrazioni internazionali. Volevamo tradurre tutto su scala globale restando specifici ma non campanilisti, globali senza essere generici.

I temi cari al thriller horror si sono persi nella serialità italiana odierna: un tempo c’erano anche gli sceneggiati tv che avevano questo taglio, ma noi non ci siamo ispirati a niente di tutto questo. Avevamo in mente piuttosto gli horror più recenti ribattezzati quality horror come Hereditary, Babadook oppure It Follows, oltre a degli importanti riferimenti letterari – Stephen King, Kurt Vonnegut – i quali spesso nelle loro opere partono da un assunto surreale per poi svilupparlo in maniera realistica. E questo aspetto era la nostra stella polare: raccontare delle tematiche più adulte che possano appassionare e coinvolgere tutti, però vissute da protagonisti prettamente adolescenti che affrontano notevoli difficoltà.

Raccontare – sia in scrittura che in regia – le contraddizioni dell’adolescenza (come accade in Curon) è qualcosa di molto presente nelle piattaforme VOD di oggi, ma si sta trasformando in un terreno scivoloso perché rischia di essere una rappresentazione poco profonda e più forzata; noi, per fortuna, abbiamo trovato subito i personaggi e i loro conflitti. Noi sceneggiatori, come spettatori del genere mistery horror e supernatural, lo amiamo ed ammiriamo; ma come autori la vera sfida che si cerca di raccogliere è quella calare tutto nella realtà italiana, facendo anche da apripista con un prototipo a tutti gli effetti. Se noi riuscissimo ad aprire il racconto seriale – come sta, del resto, facendo Netflix – ad altri generi potremmo non solo aprire l’identità del nostro paese all’estero ma anche ad altre modalità di narrazione, creando ulteriormente nuovi autori.»

Opinioni che vengono condivise anche dai registi Fabio Mollo e Lyda Patitucci, che si sono ritrovati a condividere entrambi la macchina da presa:

«Quando abbiamo iniziato a girare Curon sentivamo che il luogo – e soprattutto il lago con il campanile sommerso – aveva già un ruolo chiave nel dramma: questa natura duplice era presente ovunque, riconducendo quindi il discorso al fatto che ognuno di noi ha a che fare, prima o poi, con la parte nascosta di sé e che non vogliamo far emergere, spesso è legata ad un istinto animale e non risponde alle classiche regole buono/cattivo quanto, piuttosto, ad un innato istinto di sopravvivenza. La nostra volontà era poi quella di tradurre in immagini questo costante dialogo tra uomo e natura.

Il paesaggio naturale è stata una presenza fondamentale, nonché l’attore più ingombrante della serie, perché girare sui luoghi naturali è un privilegio le difficoltà che si incontrano sono incalcolabili, tra gli imprevisti naturali e i tempi che automaticamente finiscono per dilatarsi. Abbiamo cercato, noi due, di far collaborare le nostre regie così diverse e i nostri stili riconoscibili, perché siamo due persone diverse ma compatibili e con un percorso lavorativo – e personale – diverso alle spalle; ci siamo messi completamente a disposizione della storia e siamo stati tra i primi e migliori alleati della produzione nel perseguire una comunanza di intenti ed obiettivi.

Il luogo, la storia, le leggende che circolano e la natura che le accoglie sono il perno e il cuore pulsante nei luoghi mettere in scena un immaginario di pulsioni e paure che tutti abbiamo, ma che diventano reali perché immersi in un certo tipo di atmosfera. L’anima più naturale di ognuno di noi viene ingabbiata dall’uomo stesso, che poi finisce per ribellarsi – come la natura, appunto – chiedendo di essere ascoltata e assecondata. Pur girando quasi tutto in esterno abbiamo usufruito degli effetti speciali che sono, secondo noi, l’essenza stessa del cinema: perché la Settima Arte è un trucco, e così abbiamo mescolato le tecniche tra loro, come gli effetti visivi digitali con delle trovate sceniche naturali

Guarda il trailer ufficiale di Curon

Ludovica Ottaviani

Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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