Comedians è il titolo dell’atteso ritorno di Gabriele Salvatores dietro la macchina da presa. A due anni di distanza da Tutto il mio folle amore, il regista si allontana dalle atmosfere delle sue opere più recenti tornando al passato, ai film che ne hanno consacrato la fama (come Turné, 1990) ma soprattutto alle atmosfere degli esordi teatrali: opere come Kamikazen – Ultima notte a Milano (1987) ben riflettono la formazione del regista, fondatore del Teatro dell’Elfo a Milano.
E proprio al 1985 risale il primo adattamento di Comedians, una pièce scritta nel 1975 dall’inglese Trevor Griffiths: se nel cast dell’epoca comparivano volti pressoché sconosciuti come Paolo Rossi, Claudio Bisio, Gigio Alberti e Silvio Orlando, in questa nuova versione cinematografica del 2021 a ricoprire i ruoli originali troviamo Ale e Franz, Natalino Balasso, Demetra Bellina, Marco Benadei, Elena Callegari, Aram Kian, Walter Leonardi, Giulio Pranno, Vincenzo Zampa e Chistian De Sica.
E tutto il cast – capitanato dal regista – ha presentato alla stampa questa ultima fatica prodotta da Indiana Production e Rai Cinema che verrà distribuita nelle sale italiane, grazie a 01 Distribution, a partire dal 10 giugno in 250 copie. Se l’esistenza di Salvatores si è legata in più di un’occasione, a doppio filo, con l’opera di Griffiths, da meno non sono gli altri: molti hanno esperienze condivise sul palcoscenico o direttamente davanti all’asta del microfono, come monologhisti; altri hanno addirittura diviso la gavetta, ritrovandosi nei ruoli di allievi e docenti, come raccontano Ale e Franz nei confronti di Natalino Balasso che perfino nel film è il loro insegnante. E ogni attore ha cercato di passare in rassegna, nel breve tempo a disposizione, il proprio rapporto con la comicità e con la tradizione umoristica, ripercorrendo le tappe fondamentali di un percorso professionale e di vita:
Vincenzo Zampa: «Il mio percorso da attore è iniziato dalla comicità, dalle serate di cabaret nei locali. E la cosa più bella che ho ritrovato nel film è proprio la grandiosa umanità che accomuna tutti i personaggi: il mio, ad esempio, è Michele Cacace, un muratore pugliese di 38 anni che si è trasferito al nord per trovare una vita migliore, un po’ com’è successo anche a me nella vita. Il periodo Covid, durante il quale abbiamo girato, ci ha permesso di “far gruppo” sul set, di legare molto proprio come accade a teatro, instaurando dinamiche da compagnia».
A prendere successivamente la parola è Giulio Pranno, giovanissima promessa – vista recentemente anche nel thriller Sky Original Security – scoperta proprio da Salvatores stesso nel suo precedente Tutto il mio folle amore:
«Zappa, il mio personaggio, incarna alla perfezione il lato oscuro della comicità: è un personaggio inquieto, che riflette il lato più tormentato e disadattato che gli altri non mostrano, dimostrandosi decisamente diverso, particolare e complesso. Il rapporto con gli altri si è costruito giorno dopo giorno sul set, passando il tempo insieme e sentendomi progressivamente sempre più tranquillo; tutto questo anche grazie alla presenza di Salvatores, perché mi fido del lavoro di Gabriele e mi abbandono sempre alle sue idee, mettendomi nelle sue mani».
Walter Leonardi: «Io nasco come comico a fianco a Paolo Rossi – a teatro – e a Serena Dandini; il mio personaggio è più un metalmeccanico che un comico, uno che accetta il compromesso pur di cambiare vita. Non lo giudicherei per questa scelta, perché lo ammette candidamente: ha bisogno di un lavoro e la decisione che compie non è quella di tradire, quanto di giocarsi la propria chance. All’inizio non amavo molto le battute originali del testo di Griffiths, poi però più andavamo avanti con le riprese più… mi rendevo conto che potevamo tenerle tutte, così come erano nel testo teatrale originale. Prima di girare, proprio come succede in una compagnia, abbiamo dedicato due settimane alle prove ed è un aspetto molto particolare per un film, perché di solito non si finisce tutti chiusi in una stanza, nei panni dei propri personaggi: è stata un’esperienza davvero insolita».
Marco Benadei: «Io vengo dal mondo del teatro, del cabaret del Teatro dell’Elfo ma non dal mondo delle serate nei locali. Samuele “Sam” Verona, il mio personaggio, rappresenta pienamente l’individualismo anti-sociale che permea la nostra società; è un eterno insoddisfatto del proprio lavoro e della propria vita, un uomo che cerca il successo come pure l’emancipazione sociale attraverso lo sfavillante mondo della fama e della TV. Ma allo stesso tempo è un uomo terribilmente spaventato, e per costruirlo ho cercato proprio di lavorare sulla mia paura mentre ero sul set, una paura che lui trasforma in arroganza, rabbia e costante difesa».
Ale e Franz non hanno bisogno di presentazioni: sono due comici di qualità, due cabarettisti che hanno attraversato gli ultimi anni della comicità nostrana con il loro elegante senso dell’umorismo, creando un delicato equilibrio e una sinergia che hanno riproposto anche in Comedians, calandosi nei panni di due fratelli:
Ale: «I fratelli Marri sono il prototipo del fallimento umano e professionale, e quando li conosciamo nel film sono entrambi sulla soglia di un nuovo fallimento clamoroso, incoraggiato e messo sulla buona strada dal loro mentore Eddie Barni – Balasso – che permette loro di creare una crepa sempre più insanabile tra i due personaggi, tutto in nome di un successo effimero da inseguire».
Franz: «L’espetto più divertente è che sia io che Ale abbiamo iniziato il nostro percorso comico con un laboratorio tenuto da Natalino Balasso, dopo esserci incontrati in una compagnia amatoriale citata spesso da Paolo Rossi perfino nel film Kamikazen… diretto da Salvatores! Un vero cortocircuito».
Se nei panni di Eddie Barni, comico laconico e schivo, si cala un inedito Natalino Balasso, in quelli cinici e dissacranti del “divo” Bernardo Celli troviamo un Christian De Sica in gran forma, pronto a portare la propria esperienza di vita in un personaggio diverso da lui ma che sembra conoscere molto bene:
Natalino Balasso: «Io e De Sica interpretiamo due insegnanti moooolto diversi tra loro: il mio è un “buono”, uno che cerca di trasmettere la moralità del comico. Quando parlavamo con Salvatores del personaggio, gli dicevo che secondo me Eddie parlava come me, diceva le mie stesse cose! In Comedians io insegno loro a capire quando si entra in campo con le battute giuste, cercando di far capire loro il vero motivo qual è, quando ci si ritrova su un palco, indagando le cause e il motivo giusto che porta qualcuno ad esibirsi».
Christian De Sica: «Barni e Celli sono due personaggi completamente diversi. Celli è un esaminatore pragmatico – più che cinico – un uomo che sa bene cosa vuole, come ottenerlo e dove vuole arrivare. Io e Salvatores non avevamo mai lavorato insieme: si vede che aveva bisogno di un guitto nazional popolare, ha pensato a me insieme ai produttori e invece… ha trovato un attore drammatico (ride). Ho lavorato con tanti registi nel corso della mia carriera, ma il clima che si è creato in quei pochi giorni è stato pazzesco: Gabriele è come un bravo genitore, ha una leggerezza e una gentilezza sul set… un attore si sente tranquillo nelle sue mani, e poi ha un’eleganza incredibile. Sono tutti bravi ed eccellenti nel film, ma Comedians ha la grande classe di Salvatores, un regista che ha ancora il coraggio di fare un film artisticamente di questo calibro, a tratti quasi severo e difficile; poi, pensare che uscirà in estate e dopo il Covid… per quanto riguarda il mio personaggio, Celli, posso solo aggiungere che in parte ho seguito la stessa strada – nella mia vita – che Bernardo mostra ai ragazzi di Eddie».

Dopo gli attori, tocca a Gabriele Salvatores illustrare il film e i motivi che lo hanno spinto, ancora una volta, a sperimentare e a confrontarsi con qualcosa di totalmente diverso rispetto alla sua filmografia: un “mondo” che ben conosce ma nuovo, un film particolare che rappresenta una prova e una vera sfida anche per un regista premiato come lui.
Gabriele Salvatores: «Comedians è un film sul comico, non comico: quando abbiamo fatto lo spettacolo teatrale nel 1985, gli attori che vi presero parte poi diventarono volti conosciuti, ma quando si sono incontrati per la prima volta, tra di loro, non si conoscevano per niente: così ho creato una squadra di calcio chiamata, non a caso, Comedians, iscrivendola ai tornei ARCI a Milano. Immaginate, giocare a calcio in inverno… non ho osato replicare la stessa soluzione anche adesso! Mi vengono in mente le parole di Truffaut, che – parafrasando – diceva che quando hai un buon cast, hai circa l’80% del film pronto, soprattutto quando hai un testo come questo. Sugli attori bisogna scegliere molto bene, anche perché passiamo tanta vita con delle persone con cui lavoriamo e, con l’età, le caramelle diminuiscono… e non vale la pena di perdere tempo con persone che non ci piacciono. Con alcuni di loro avevamo già lavorato insieme, alcuni lo avevano già fatto tra di loro e in alcuni casi addirittura no: forse solo Giulio era davvero l’elemento che non conosceva nessuno degli altri. Quando portammo in scena Comedians nel 1985, eravamo giovani, anarchici e affamati e avevamo usato tante improvvisazioni: rileggendolo 21 anni dopo, ho scoperto il lato oscuro e la parte più malinconica, nonché riflessiva, della comicità, perché è una piccola parte di umanità quella che vediamo sullo schermo e che deve fare i conti con la vita.
È un testo più attuale di quello che pensavo, infatti è stato ribaltato rispetto allo spettacolo originale: qui mi sono concentrato su un metodo usato anche da Clint Eastwood in film come Gran Torino e Million Dollar Baby, quando ha provato prima il film con gli attori e il direttore della fotografia, così quando è andato a girare ci ha messo 5 settimane e basta. Noi ne abbiamo impiegate 4, con 2 settimane di prova, ma a quel punto quando arrivi sul set sai già tutto: gli attori sanno come muoversi con due macchine da presa e con due operatori che non si inquadravano mai; io mi sono inserito senza farmi vedere da loro, e in 4 settimane abbiamo girato tutto. È un metodo che mi piacerebbe riutilizzare per il mio prossimo film, ma ci sono così tante location diverse che mi sembra impossibile. Gli attori italiani hanno un vizio: passare velocemente da un film all’altro, il che rende impossibile provare prima. Ma facendo le prove nascono tante idee e tanti rapporti.
Il tema del mio prossimo film sarà sul tempo che passa: una riflessione amara, soprattutto quando ho realizzato che i vecchi attori del primo spettacolo di Comedians non potevano portarlo in scena di nuovo, interpretando i “giovani leoni”: la comicità è cambiata dalla fine degli anni ’80-’90, perché si è sdoganato il politicamente scorretto che per certe cose è un bene, ma per altre… siamo andati oltre. Oggi dire una cosa gentile ti fa accusare di essere buonista, bisogna essere per forza cattivi, haters; invece, un po’ come accade per la scena politica nostrana, ci sarebbe bisogno di meno protagonisti e più figure paterne, come i personaggi interpretati da Natalino e Christian. Si può essere o non essere d’accordo con loro, ma almeno prendono una posizione».
Alla luce di Comedians, sorge spontanea una domanda: una riflessione sulla comicità. Cos’è, a tutti gli effetti, il comico? Salvatores ha provato a rispondere parafrasando Umberto Eco:
«Quando si parla di comicità, mi viene sempre in mente un pensiero di Umberto eco. Se si mette una sedia nel mezzo di una stanza, quella è la tragedia, perché non cambierà niente e tutto è già accaduto. Ma se qualcuno inizia a segare una gamba della sedia, beh… potrebbe accadere qualcosa. Ecco, la comicità è aspettare che cambi qualcosa, che succeda l’imprevisto».
Franz: «C’è un limite nella comicità, ed è legato alla sensibilità; c’è poi una barriera tra lo scherzare tra amici e la responsabilità che si ha, ad esempio, su un palco: una battuta si può raccontare tra amici, ma davanti ad altri occhi indiscreti magari si finisce anche per vergognarsi; non bisogna mai pronunciare una battuta per far ridere ad ogni costo, abbiamo sempre evitato certi argomenti insieme ad Ale».
Ale: «Secondo me sono sempre più importanti le intenzioni: ad esempio, la mia può essere quella di denigrare chi è offensivo verso qualcun altro, ma non offendere qualcuno in prima persona».
Natalino Balasso: «Penso che ci sia un problema culturale in atto. Oggi c’è sempre meno gente che capisce l’ironia: bisogna avere intelligenza e metterla in campo. Se c’è una comicità offensiva, bisogna ricordarsi sempre che le intenzioni sono importanti e che se diventano sbagliate… allora è un vero problema. Quando le parole vengono usate per farsi due risate alle spalle di qualcuno è sempre un problema».
Ma Comedians non è solo un sul comico e sulla comicità: ci sono tanti temi diversi che attraversano l’opera di Griffiths, animando le intenzioni dei vari personaggi che si muovono – nel caso del film – davanti alla macchina da presa. A tal proposito, Gabriele Salvatores ha aggiunto:
«Ad esempio, un altro dei temi cardine è quello che attraversa l’eterna dicotomia tra bravura e successo: l’uomo si adatta a tutto, anche troppo, ed è vero. Ma il vero problema è il successo, soprattutto se pensiamo ad una linea di dialogo del film nella quale Eddie/Balasso dice a Cacace che essere ricchi e famosi più che bravi non è un buon obiettivo; per quanto Cacace ammetta di non disdegnare soldi e successo, Barni gli ricorda che non si può diventare bravi dopo aver avuto successo. O lo si è, o no. Nella mia carriera ho sempre cercato di mettermi alla prova, provando a cambiare sempre tipo di film per imparare qualcosa di nuovo ogni volta; quando si fa sempre la stessa cosa ci si avvicina presto alla fine: ci vogliono l’ansia, la paura e la voglia di fare cose nuove di continuo, pur di non morire e continuare a stimolarsi per trovare nuove sfide che funzionino. Come diceva Miles Davis: “suona con i più giovani, sempre” che è un buon mondo per tenersi in allenamento, mettersi alla prova e anche in difficoltà.
Rileggendo Comedians a distanza di anni, l’ho trovato quanto mai attuale. Così, quando è arrivato il momento di scegliere le musiche, mi sono orientato su due canzoni di Tom Waits che parlano di cani randagi, di persone ai margini della società: servivano per creare un’atmosfera, insieme alla pioggia incessante, carica di tensione che poi dovrebbe crescere durante il film. Sempre sul discorso legato all’attualità, devo ammettere che alcuni temi che ho trovato non li avevo nemmeno intravisti nel 1985: ad esempio, il rapporto tra padre e figlio che anima la relazione tra Balasso e Pranno, che è un giovane figlio che contesta un padre che non gli fa passare nemmeno un errore; oppure il discorso sull’odio, sulla voglia di apparire, di avere successo ad ogni costo per non essere persi in un’umanità di “cani randagi”: ma nella vita non è necessario che tuti siamo sullo stesso palco, facendoci vedere per forza: non è il destino di tutti.
E, in ultima battuta, Salvatores ha espresso un suo personalissimo pensiero sul cinema e sulla condizione delle sale: una riflessione lucida e carica di sperare e fiducia, che proviene dallo stesso regista che ha firmato il documentario Fuori era primavera, incentrato sugli italiani colti di sorpresa dall’arrivo del terribile lockdown del 2020:
«Per me è importante uscire adesso con Comedians, perché la carriera mi è andata bene e questo è il mio modo per dire al cinema che deve andare avanti, che le sale sono aperte. E che non chiuderanno mai, perché sono quel luogo dove passare due ore senza essere per forza interattivi se non attraverso le emozioni, abbandonandosi a quest’ultime; solo così la realtà si sospende per un attimo, mentre quando si è nelle proprie case è ancora troppo presente, difficile da lasciare fuori dalla porta».


