lunedì, Settembre 20, 2021
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Anna, Niccolò Ammaniti: “Leggere ci permette di sapere e ricordare”

Anna è la nuova serie Sky Original creata e diretta da Niccolò Ammaniti. Tutti gli episodi saranno disponibili dal 23 aprile su Sky e NOW.

Anna è il titolo della nuova serie che riporta alla ribalta la figura di Niccolò Ammaniti, prolifico scrittore italiano che negli anni ’90 (con il fenomeno letterario dei “cannibali”) diede nuova linfa vitale al pulp nostrano, mostrando fin da subito – attraverso i suoi romanzi – un’attrazione costante per la narrazione e per il racconto continuo di nuove storie, spesso contaminate dal linguaggio e dai codici del genere.

Non è stata da meno la sua prima esperienza targata Sky con Il Miracolo, della quale aveva curato la sceneggiatura insieme a Francesca Manieri (Il primo reWe Are Who We Are); a distanza di anni i due tornano a collaborare insieme per scrivere Anna, con Ammaniti pronto ad approdare anche dietro la macchina da presa. La serie, prodotta da Sky Original, Wildside (società del gruppo Fremantle) in coproduzione con ARTE France, The New Life Company e KwaïDal, sarà disponibile dal 23 aprile su Sky e NOW con tutti gli episodi.

Ed è proprio il regista-scrittore a presentare la sua ultima creatura audiovisiva durante la conferenza stampa, alla quale hanno partecipato anche la co-sceneggiatrice Manieri, Nicola Maccanico per Sky, Mario Gianani (CEO Wildside) e il cast artistico capitanato dalla giovanissima Giulia Dragotto – debuttante quattordicenne nei panni della protagonista Anna – dal piccolo Alessandro Pecorella e poi da Elena Lietti, Roberta Mattei (Non Essere Cattivo; Veloce Come il Vento), Giovanni Mavilla e Clara Tramontano. Un incontro virtuale che si è aperto con le parole di Nicola Maccanico, che ha voluto ribadire il profondo legame che intercorre tra Sky e le produzioni originali più sperimentali e sofisticate del panorama odierno:

«Sono davvero molto orgoglioso di essere qui, perché proporre una serie di questa qualità e altezza non è mai banale: è infatti figlia di un percorso intrapreso da Sky sulla serialità televisiva che deve essere tanto “larga”, diciamo “sviluppata in larghezza”, quanto in lunghezza; ed è proprio il caso di Anna e dell’universalità della storia che racconta, e che va oltre la narrazione convenzionale. Niccolò ha il dono di raccontare storie che non sembrano universali ma lo sono, per via delle persone che ne sono protagoniste, delle relazioni umane mostrate e di come vengono raccontate le emozioni nell’arco narrativo dei vari episodi. Poi per noi si è aggiunto un altro elemento d’interesse per raccontare questa storia, ovvero il racconto dei grandi e dei piccoli, una narrazione più complessa che mette in scena un mondo nel quale i piccoli sono costretti a crescere in modo più veloce».

Gli fa eco anche Gianani della Wildside: «Questa è la nostra seconda collaborazione con la coppia lavorativa Ammaniti-Manieri dopo il successo de Il Miracolo; per noi anche quella è stata una sfida per via del genere poco trattato in Italia ma Niccolò è uno dei pochi che sa come riscrivere le regole di un genere e, da autori, hanno lavorato su una serie piena di distopia; diciamo su una serie che è più vera e ambientata in un luogo molto più reale nonostante le distopie presenti, che di solito vengono calate in altre ambientazioni. Avevamo poi tutti un’enorme fiducia nei confronti di Niccolò come regista, perché ha un alto tasso di immaginazione e di fantasia che le serie di valore cercano. Ammaniti non si accontenta della sua fama di scrittore, ma cerca costantemente di mettere tutto in discussione per non accontentarsi di inseguire dei meri algoritmi, che dovrebbero condizionare il gusto degli spettatori: a quest’ultimi viene chiesto di spezzare questa catena dalla quale siamo ormai condizionati».

Sull’onda delle parole di Maccanico e Gianani, spetta ad Ammaniti il compito di presentare Anna che è a tutti gli effetti una sua creatura, sotto ogni aspetto; una creatura che ha avuto una lunga gestazione non indifferente, interrotta addirittura dall’avvento repentino del Covid-19 che ha stravolto i piani del mondo, creando – nel caso specifico della serie – un cortocircuito comunicativo tra realtà e finzione, visto che si parla di un mondo (reale) colpito da una sinistra epidemia virale, “la Rossa”, che uccide gli adulti risparmiando i bambini, unici padroni di un mondo post-apocalittico ormai alla deriva:

«Confesso che, dopo aver chiuso il romanzo omonimo Anna, ho continuato a pensare per tanto tempo alla sua storia. Nel libro mi ero concentrato solo sulla protagonista omonima e immaginavo come avrebbe potuto affrontare il futuro superando i limiti stessi di quella strana esistenza; poi ho immaginato altre storie, così dissi al mio editore che volevo aggiungerne altre, costruendo per ogni personaggio un passato specifico, ma non sapevo come svilupparli. Così, quando furono acquistati i diritti di sfruttamento, suggerii di sviluppare di più i personaggi e, quando si è trattato di dover scegliere il regista, ho deciso di mettermi in gioco io stesso perché volevo vedere se la mia storia poteva incarnarsi nei bambini che hanno lavorato con noi, corrispondendo a quella che era la mia immaginazione.

Anna ha avuto una gestazione lunga e una scrittura ancor più lunga: la prima bozza è stata scritta precedentemente a Il Miracolo; ci abbiamo lavorato a lungo con Francesca, poi abbiamo fatto un lunghissimo giro on the road in Sicilia perché dovevamo immaginare i posti, i luoghi che caratterizzavano un mondo post pandemico, con una natura che si riprendeva gli spazi in una realtà abitata solo da bambini. La ricerca delle location è stato un periodo lunghissimo, ma ancor più lungo lo è stato il casting; così, quando siamo partiti non ci sembrava vero: è stata una serie lunga e faticosa e avevo paura di non farcela fisicamente, visto che ci siamo mossi tra la Sicilia, il Lazio e la Toscana per le riprese. Temevo di non farcela fisicamente, immaginate quando poi ha fatto irruzione all’improvviso il Covid… all’inizio non avevamo focalizzato la gravità della situazione, poi siamo scivolati nel lockdown senza sapere se potevamo continuare o meno.

Mi sono impressionato di fronte a questo inquietante cortocircuito tra realtà e finzione, soprattutto perché io – che ho alle spalle studi in biologia – ho immaginato lo sviluppo di questa malattia virale presente nel romanzo e chiamata “La Rossa”, che compare sulla pelle con delle chiazze rosse; all’inizio non trovavo molte similitudini con l’epidemia di Covid, poi la realtà ha fatto irruzione. Per me immaginare un’epidemia virale è stato solo un escamotage narrativo: volevo analizzare le difficoltà dei rapporti che intercorrono tra adulti e bambini/adolescenti, e avevo bisogno di un espediente. Ma non poteva trattarsi di un terremoto o di una meteora: avevo bisogno di una “catastrofe selettiva” come un virus retroattivo che colpiva solo in età adulta. Non avrei mai immaginato niente di simile nella realtà».

Superando gli ostacoli che la realtà ha posto lungo il cammino di Anna, Ammaniti è riuscito a costruire un racconto visivo coerente con la sua immaginazione, calandosi in panni per lui nuovi ed inediti come quelli del regista; una figura capace non solo di organizzare un set e delle riprese, ma soprattutto di rappresentare un punto di riferimento per i suoi attori sulla scena, a maggior ragione quando sono dei giovanissimi. Nel caso specifico della serie, il cast artistico è composto soprattutto da pre-adolescenti al loro debutto davanti la macchina da presa, coadiuvati da pochissimi adulti. Per Ammaniti che tipo di esperienza è stata quella sul set?

«Anna, per me, rappresentava una vera e propria scommessa che andava oltre, perché quando ho visto i film tratti dai miei romanzi – diretti da maestri del cinema come Gabriele Salvatores e Bernardo Bertolucci – assistevo però sempre alla visione nei panni di uno spettatore che aveva una distanza di sicurezza, e inevitabilmente continuavo a pensare ogni volta: “potrò mai vedere il film perfetto per le mie storie?”. Per forza di cose, l’unico modo per vederlo era mettersi in gioco in prima persona. Non ne ero certo all’inizio e nemmeno durante le riprese; solo durante il montaggio ho capito che, nella serie, c’era lo stesso tono fantastico dei miei libri e mi sono sentito sollevato, perché temevo di non saper frammentare la narrazione in inquadrature, che è poi l’aspetto più difficile per uno scrittore alle prime armi come regista. Come references, mi sono ispirato soprattutto ad un quadro di Brueghel con dei bambini che, in piazza, facevano i “giochi degli adulti” con espressioni terribilmente serie e corrucciate; inoltre mi sono lasciato guidare dal perfezionismo spasmodico di Mel Gibson in Apocalypto per tutti gli aspetti visivi della narrazione. Sarà che da piccolo ero un bambino che si poneva sempre tante domande, cercando di trovare dei modi creativi per evadere dalla realtà contingente: presumo che sia nata in quel momento la mia fascinazione per raccontare le storie».

(ph. credit Greta De Lazzaris)

Anna è un curioso coming of age generazionale con sfumature tipiche della fantascienza: dalla distopia alla realtà post-apocalittica, è una giovane ragazza selvaggia e determinata a traghettare l’umanità intera fuori dall’oscurità, fin nel cuore del futuro. Com’è stato per Niccolò Ammaniti e Francesca Manieri conciliare questi aspetti tipicamente “di genere” con quelli legati, invece, al tradizionale passaggio dall’età adolescenziale a quella adulta?

Francesca Manieri: «Nel romanzo, Anna è un piccolo personaggio che percorre, in un piccolo arco di tempo, tante stazioni della vita: è madre, moglie, vedova e perfino moritura… sulla falsariga, la serie sfrutta il coming of age perché è una stazione ineluttabile dell’esistere e vale per tutte le età; la ferita dell’adolescenza ha sempre a che fare con la morte – in senso metaforico – e vale per tutti gli esseri umani, anche se qui è ancora più evidente».

Niccolò Ammaniti: «Si parla infatti di morte della maturità, perché quando si cresce ci perdiamo l’infanzia; perdiamo il gioco, la fantasia (per fortuna, non tutta) e l’ho sempre avvertita come una morte effettiva. Anna rappresenta questo: si varca un confine e dopo c’è il nulla. Ecco perché ricordare ciò che siamo stati nella nostra infanzia e poi nella nostra adolescenza, mentre entriamo nel mondo degli adulti, è importante e fondamentale. Qui nella serie tutto è amplificato da una morte effettiva che sopraggiunge e aleggia sui destini dei protagonisti».

Per concludere la conferenza, parlando di memoria e ricordo non si può pensare alla nostra società, a tratti appiattita e lanciata lungo un’inquietante strada caratterizzata dall’oblio della memoria: quant’è importante, invece, secondo Niccolò Ammaniti ricordare?

«Onestamente, faccio fatica a dare un senso e una morale alle mie storie. Quella di Anna ruota intorno a quanto conta il passato per immaginare un futuro, prima di riflettere su cosa lasciamo ai nostri figli. Il mondo dei bambini che metto in scena ha una memoria bassa di quello che è stato “prima”, perché erano tutti troppo piccoli per ricordare e non hanno memoria del passato. L’unica che ha memoria è proprio Anna, per via del libro delle istruzioni che la madre le lascia, dicendole di continuare a leggere. Perché leggere è fondamentale per permetterci di continuare a sapere e a ricordare; poi dobbiamo ricordare ciò che siamo stati ai nostri figli, portando così avanti una tradizione con anche attraverso un semplice quaderno, che si trasforma in una potente metafora della parola, nella quale coesistono passato, presente e futuro».

Guarda il trailer ufficiale di Anna

Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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