domenica, Luglio 21, 2024
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Amusia: Marescotti Ruspoli racconta il suo sogno tra musica, coming of age e incomunicabilità

Marescotti Ruspoli ci parla di Amusia, il suo debutto alla regia con Carlotta Gamba, Maurizio Lombardi e Fanny Ardant. Dal 27 aprile nelle sale.

La vera difficoltà, nel cinema italiano odierno, è forse proprio quella di trovare una voce unica e inconfondibile, un timbro caratteristico e personale che – esattamente come per gli strumenti musicali – possa permettere ai giovani talenti di emergere attraverso le loro scelte creative e gli sguardi, inediti, degli occhi meccanici delle proprie macchine da presa. Il “nuovo” sta avanzando – anche se con una certa difficoltà – dimostrando quanto sia forte la volontà di rivoluzionare il mercato, passo dopo passo, costruendo una nuova drammaturgia (per immagini) del presente, in grado di catturare le nuove tendenze immortalandole tramite istantanee lucide, filtrate dallo sguardo particolare del cinema.

E Amusia, il film che segna il debutto del regista Marescotti Ruspoli con un lungometraggio, rappresenta esattamente questa spinta propulsiva verso il futuro, pur essendo incentrato, però, su una lucida analisi dei tempi odierni e delle loro idiosincrasie divise tra incomunicabilità, difficoltà relazionali e laconiche solitudini raccontate con la leggerezza di un’opera prima atipica e dal respiro internazionale, personale e ben rappresentativa dello spirito – eclettico e profondo – dello stesso Marescotti, come è emerso nel corso di una generosa intervista incentrata tanto sulle singole sfumature di Amusia quanto sull’arte in generale e sui prossimi scenari che attendono le sale cinematografiche.

Marescotti, Amusia parte dalle premesse scientifiche – e dalle conseguenze – di un disturbo neurologico per poi raccontare altro. Si può dire che hai utilizzato il racconto di un malessere patologico per narrare un male di vivere più profondo e laconico, legato all’incomunicabilità?

«Sì, certamente sì. Possiamo dire che l’amusia non solo mi ha intrigato in quanto patologia, ma personalmente – da grande appassionato di musica – non potevo non approfondire quel discorso legato, appunto, alla musica quanto alla sua assenza. Si tratta comunque di un pretesto per raccontare uno stato d’animo che è proprio di tutti noi, quello del disagio, del senso di incompatibilità, mentre siamo impegnati a cercare di capire dov’è che apparteniamo, in che modo e in che forma. L’incompatibilità, quindi, ma anche l’incomunicabilità sono gli elementi che poi sono alla base della sceneggiatura di questo film che, per certi versi, sfrutta proprio il disturbo neurologico come un pretesto, con l’interesse a voler approfondire questi aspetti clinici attraverso degli stati d’animo che sono molto comuni e appartengono a tutti».

Nel film l’uso del sonoro è importante, proprio perché l’alternarsi di rumori e suoni restituisce il punto di vista di Livia, la protagonista. I suoni distorti che percepisce la ragazza possono essere definiti perturbanti, in termini freudiani, perché appartengono alla realtà ma la restituiscono – agli occhi e alle orecchie degli spettatori – palesemente distorta?

«Le distorsioni sonore che le persone affette da amusia percepiscono sono soggettive e non oggettive; questo permetteva a me e al sound designer Matteo Bendinelli di dare una certa interpretazione a quello che Livia percepisce. È stata una ricerca piuttosto intensa e complicata, perché non è mai stata portata avanti nell’ambito stesso della malattia, quindi era importante essere scientifici ma, allo stesso tempo, capaci di trovare una forma che fosse precisa, sì, ma cinematograficamente funzionale. E il risultato è quello che si sente nel film e che mostra un prolungamento dello stato d’animo di Livia, perché in base a come lei si sente percepisce questi suoni e riesce, così, a convivere con loro in maniera diversa».

In Amusia c’è una frase molto interessante, pronunciata dal padre di Livia, interpretato dall’attore Maurizio Lombardi (1994; Rapiniamo il duce, NdR): “Chiunque sarebbe infelice senza musica”. Quanto sono state importanti le scelte legate alla colonna sonora del film, visto il riferimento all’amusia e all’uso dei suoni?

«La musica è stata importante perché ci convivo quotidianamente e tantissime volte ascolto canzoni che penso possano ispirarmi; questa scelta è stata anche uno dei motivi per cui ho deciso di non dare un taglio drammatico a questo film, perché era possibile raccontare questa patologia in maniera drammatica e, allo stesso tempo, grigia, senza inserire nessuna traccia della musica stessa. No, non era questo il film che volevo fare: la mia volontà era quella, innanzitutto, di non dare un taglio drammatico anche perché ho sviluppato il film durante il Covid, e quindi ero già sazio di tragedie che accadevano intorno a me; in più, volevo fare un film che fosse speranzoso e, a dispetto del titolo, musicale e anche colorato. Per questo ho deciso di inserire Livia e la sua patologia all’interno del mondo di Lucio che è, al contrario, un mondo musicale, ottimo per poter lavorare sulla colonna sonora. Da amante della musica, facendo fatica ad immaginarne un film privo».

Parlando proprio di generi… pensando ad Amusia è, in effetti, impossibile pensarlo come un film drammatico, ma non è neanche una commedia sentimentale, va oltre tutto questo: forse è a tutti gli effetti un coming of age?

«Certo, potrebbe esserlo! Che poi, secondo me, i film cercano sempre di ricreare la vita degli esseri umani e la vita reale è composta proprio da… generi: può essere infatti comica, drammatica, ma anche un horror, fantasiosa… secondo me racchiusi nell’esistenza di ogni individuo ci sono tanti generi e, cercando di riproporre sullo schermo le esistenze di due persone – anzi, di quattro – questi personaggi finiscono per attraversare degli stati d’animo che possono appartenere ad un genere piuttosto che ad un altro. Oltre al coming of age, c’è un altro genere presente su larga scala nel mercato anglo-americano, il dramedy – che è una crasi tra drammatico e commedia – che calza a pennello per Amusia, anche se mi riesce difficile pensarlo in termini di genere».

È un discorso molto interessante quello legato alla necessità, da parte dell’industria audiovisiva odierna, di ricondurre tutto sotto delle determinate etichette, forse più in termini commerciali legati ad un intrattenimento popolare grazie al quale è più facile vendere un prodotto, perché ben riconoscibile.

«Esattamente. E penso proprio che la capacità di sfuggire a forme, modelli e canoni ben definiti del genere potrebbe essere anche uno dei problemi del cinema odierno, che ha invece la tendenza di etichettare, di costringersi a rimanere dentro quelle etichette specifiche e questo spesso può rappresentare un tetto alle libertà creative degli stessi autori».

Il cinema e l’arte devono essere inclusive

Il cinema è scrittura per immagini, e le tue raccontano molto bene il microcosmo di ogni personaggio attraverso la scelta di ogni singola inquadratura. Mi ha colpito molto, ad esempio, il contrasto tra gli ambienti claustrofobici “chiusi” e i totali dei paesaggi all’aperto dall’ampio respiro, sospesi tra la provincia, il mare e l’architettura razionalista. Puoi dirci qualcosa in più riguardo alle scelte estetiche di Amusia?

«Prima di spiegarti le scelte estetiche, ti dico cosa penso in generale sugli ambienti, i costumi, il trucco e il parrucco nel cinema, che fornisce tantissimi mezzi e reparti che lo compongono e che servono a comunicare il messaggio del regista, perché non c’è solamente l’attore e anche altri aspetti sono fondamentali, ad esempio la musica, la sceneggiatura etc. Tutti questi elementi, se sfruttati bene, possono comunicare qualcosa. Tornando invece ad Amusia, gli spazi claustrofobici vogliono proprio comunicare questo senso di oppressione, di chiusura, questa difficoltà di comunicazione che li attraversa a differenza di tutti gli spazi aperti, nei quali trionfa invece la libertà e la volontà di comunicare attraverso gli ambienti ma anche i colori. Secondo me il cinema può parlare attraverso tutti i suoi reparti, non solamente quelli che sono ovvi.

Per quanto riguarda invece le scelte legate all’ambientazione, io sono un grosso appassionato di architettura e fotografia: anche mio padre è fotografo e, come mia madre – che è una persona estremamente creativa – sono un appassionato anche dei colori: ho ereditato da lei questo senso particolare, come dimostra l’attenzione che mette nel curare il giardino della nostra casa in Toscana. Per l’architettura, invece, quando stavo iniziando a scegliere dove ambientare Amusia, per caso – o forse no? – un giorno mi sono imbattuto in un libro di Luigi Ghirri, Viaggio in Italia, che ho in casa da quando sono piccolo. Luigi Ghirri era un grandissimo fotografo italiano e, tra le tante foto, ne scattò una al cimitero di San Cataldo dopo la nevicata; vedendola, ho subito pensato: “questa foto ha il potere di affascinare, di mostrare qualcosa di reale sotto una luce surreale” e quindi poteva diventare benissimo una delle ambientazioni interessanti per il film, perché sapevo che la cosa più reale che volevo raccontare erano i sentimenti, non era importante per me collocarlo territorialmente, anche perché è una tendenza tipica dei film italiani dalla quale volevo distaccarmi.

Quindi, prima ho compiuto una ricerca certosina da solo, mentre scrivevo la sceneggiatura, convincendomi che potevo farcela. E quando è arrivato il momento di parlare con il direttore della fotografia Luca Bigazzi dell’estetica del film, avevo le idee molto chiare: volevo conferire ad Amusia un’ambientazione – per quanto riguarda soprattutto il mondo del personaggio di Lucio – surreale e sospesa, come se tutto fosse un po’ un sogno che i protagonisti fanno, e non si sa se è reale o no, come pure se il loro è un viaggio che compiono di fatto oppure se è, infine, solo sognato, calando il tutto in un’ambientazione pre-tecnologica fuori dal tempo, sospesa e anacronistica».

Amusia è un film di solitudini che si incontrano e si riconoscono: Lucio e Livia, ma anche gli stessi genitori della ragazza. Quanto hanno fatto la differenza le scelte casting e come hai lavorato, sul set, con gli attori Carlotta Gamba, Giampiero De Concilio, Maurizio Lombardi e Fanny Ardant?

«Il casting è stato fondamentale per i due attori protagonisti perché, essendo importanti i due personaggi ed essendo io stesso alle prese con il mio primo film e un budget piccolo, con un tempo ridotto di riprese, era fondamentale scegliere gli attori giusti. Non potevamo scegliere degli attori giovani già affermati; non potevamo permetterceli e dovevamo quindi scommettere su due attori pur avendo un margine di rischio molto basso. Quando mi sono imbattuto in Carlotta, ho avuto un vero e proprio colpo di fulmine: somigliava terribilmente al personaggio che avevo scritto, esteticamente era la ragazza giusta che somigliava a Livia. Aveva appena finito di girare America Latina ed era pressoché sconosciuta. Giampiero, invece, lo conoscevo già: la fortuna ha voluto che venisse a fare il provino nello slot precedente a quello di Carlotta, lui ha invaso lo spazio con la sua energia e quando ho fatto entrare anche lei… con perspicacia e intelligenza, ha captato subito la temperatura di Giampiero, creando quella particolare sinergia.

Per quanto riguarda Maurizio e Fanny… dirigerli è facile, sono talmente bravi e generosi quanto umili che ti vengono incontro loro, e se capiscono bene cos’è che vuoi ti rassicurano senza dirti niente: puoi sentire la loro fiducia nei tuoi confronti, ed è un aspetto che ti distende immediatamente i nervi, facendoti lavorare meglio. Ho consegnato agli attori i personaggi che ho scritto, che sono diventati loro e non più miei, e ogni tanto durante le riprese mi bloccavo per osservare quanto li avessero fatti propri, migliorandoli rispetto a come erano sulla carta».

Il film è uscito nelle sale il 27 aprile e lo stai accompagnando in giro per l’Italia per promuoverlo. Secondo te, è in questo tipo di iniziative che si annida la possibilità di riportare il pubblico in sala, garantendo un futuro per il cinema italiano?

«Non lo so se questa modalità sarà il futuro delle sale, ma io spero veramente che abbiano un futuro perché non c’è cinema senza sala; non esiste il cinema con la C maiuscola senza questa realtà, e ci dobbiamo tutti applicare per rigenerare la sala cinematografica, migliorando sotto tutti gli aspetti. Ad esempio in tanti stanno adottando questo sistema di presentare il film con regista e attori, per avere una risposta più importante da parte del pubblico che deve anche riabituarsi a questo tipo di routine, tornando fisicamente nei luoghi, provando quella curiosità verso il cinema. Ma la distribuzione deve essere brava a distribuire più prodotti o comunque a farsi sentire e vedere di più, quindi serve soprattutto diversità.

Andando in giro per l’Italia, mi sto rendendo conto che forse il vero critico è quello spettatore che si ferma dopo aver visto il film con me, pronunciando una frase bellissima che ho sentito più volte: “non so spiegarti perché, ma ho amato questo film”. E in quel “non so spiegarti perché” c’è la critica più bella che un regista possa ricevere, perché vuol dire che si è riusciti ad arrivare in quelle profondità dell’inconscio di una persona che non sa spiegarti bene il perché, forse non possiede il linguaggio dei giornalisti o dei critici cinematografici ma, semplicemente, possiede un’anima, un cuore e attraverso il cinema – o l’arte in generale – c’è quindi la possibilità di toccare quelle corde smuovendole. E il contatto con il pubblico dopo queste presentazioni riempie anche me di felicità, perché si riesce a percepire l’effetto che ha avuto il film in sala: io sono uno spettatore, conosco la bellezza di andare al cinema a vedere i film insieme ad altre persone, e so che tornerò presto ad esserlo. Per me il cinema e l’arte devono essere inclusive».

A proposito di sogni – e mi torna in mente l’edificio dove vive Lucio, sormontato dalla scritta “sogni” – c’è una linea di dialogo molto interessante – tra le tante – presente nel film, nella quale Lucio esclama “cos’hanno di male i sogni?” e Livia replica: “Distraggono dalla realtà”. Tu, Marescotti, con quale punto di vista sei d’accordo?

«Mi ritrovo con il punto di vista di Lucio, altrimenti non sarei mai riuscito a realizzare questo film».

Guarda il trailer ufficiale di Amusia

Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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