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Arrival: nelle sale lo sci-fi atipico di Denis Villeneuve

Il cinema ha sempre trovato accattivante il tema del diverso, dell’Altro proveniente da un altro pianeta che approda sulla nostra Terra, una presenza portatrice di messaggi benevoli direttamente da una galassia lontana lontana ma anche di minacciosi intenti mortiferi, riducendosi così ad un inquietante pericolo fluttuante sulle nostre teste, come un’astronave in fase d’atterraggio.

La settima arte si è nutrita di quest’immaginario sci–fi popolato da cliché più o meno convenzionali, cercando di rinnovare – ogni volta – i codici del genere attraverso interpretazioni legate all’immaginario della catastrofe (strettamente americano) o alla filosofia teoretica, mescolando profonde riflessioni sulla natura umana e i rapporti tra persone con uno sguardo rivolto alla terra e uno lanciato direttamente nel cuore del futuro, nello spazio più rarefatto, remoto e misterioso.

Spesso gli spunti di partenza per registi e sceneggiatori sono venuti direttamente dalla narrativa, con le opere di scrittori come Philip K. Dick, Isaac Asimov, Arthur C. Clarke, H. G. Wells e tanti altri; come nel caso del regista canadese Denis Villeneuve (già alle prese con il sequel del cult Blade Runner) che si diletta con il racconto thriller sci–fi di Ted Chiang “Storie della Tua Vita (Stories of Your Life)” per la sua ultima fatica, intitolata Arrival.

Arrival recensione del nuovo film di Denis Villeneuve

Focalizzando l’attenzione sull’esperta di linguistica Louise Banks (Amy Adams), madre che ha da poco perso la figlioletta dopo una lunga malattia, il lungometraggio racconta lo sbarco di dodici astronavi aliene a forma di inquietanti monoliti in altrettanti luoghi sparsi in tutto il mondo. Preoccupati per l’arrivo degli “ospiti inattesi” e sconosciuti, i governi cercano di scongiurare il rischio di un conflitto coinvolgendo gli scienziati più eminenti, e tra questi figurano anche la Banks e il fisico teorico Ian Donnelly (Jeremy Renner), supervisionati dal colonnello Weber (Forest Whitaker). La finalità è quella di scoprire le loro vere intenzioni – se sono pacifiche o meno – e provare a stabilire un contatto con l’evoluta civiltà dello spazio, che comincia ad instaurare un dialogo con gli scienziati inviando degli strani messaggi nella loro lingua.

Come si evince dalla sinossi, Arrival si allontana decisamente dai toni epici e patinati da blockbuster caotico tipicamente “a stelle e strisce”, con tanto di battaglie tra umani e alieni (visti come invasori violenti e sgraditi, come mostrano spesso i film di Roland Emmerich o parodie pop come il Mars Attacks! ad opera di Tim Burton): la finalità di Villeneuve e dello sceneggiatore Eric Heisserer è, piuttosto, quella di affrontare temi più universali ed impegnati – come i concetti astratti di tempo, maternità, amore, linguaggio e comunicazione – attraverso i codici tipici di un genere come la fantascienza.

Partendo dalle suggestioni provenienti dal romanzo di Chiang (pubblicato nel 1998 e vincitore dello Sturgeon Award nel 1999 e del prestigioso Nebula Award nel 2000), Heisserer – sotto la supervisione di Villeneuve stesso – ha iniziato a sviluppare il progetto dell’adattamento cinematografico fin da quando non era ancora un professionista affermato tanto da persuadere gli sceneggiatori delle proprie abilità ma soprattutto della bontà della propria storia, a base di alieni, madre in lutto e relatività linguistica.

Solo dopo aver “militato” tra le file degli sceneggiatori horror dietro remake e sequel come La Cosa o la saga di Nightmare, lo sceneggiatore statunitense è riuscito a trovare i finanziamenti giusti per il film, ipotizzando già in partenza (insieme ai produttori e al regista) la presenza di Amy Adams nel cast, l’unica attrice – secondo loro – in grado di conferire lo spessore e la carica drammatica giusti al personaggi della scienziata Louise, affascinata e rapita dai messaggi che gli alieni vogliono comunicare attraverso il loro misterioso linguaggio apparentemente incodificabile.

Ovviamente tra le suggestioni estetico–visive e filosofiche alle quali si rifà il regista canadese è impossibile non citare quel misterioso monolito che già Stanley Kubrick aveva palesato nel suo misterioso capolavoro 2001 Odissea nello Spazio, un remoto e silenzioso testimone dello spazio siderale così simile alla silhouette delle astronavi messe in scena in Arrival; un’altra citazione che è possibile cogliere, rispetto al contesto cinematografico sci-fi più recente, è quella volontà da parte di alcuni autori di voler superare i rigidi confini codificati del genere avventurandosi in disquisizioni più profonde di natura filosofica e teoretica, come l’Alfonso Cuarón di Gravity o il Christopher Nolan di Interstellar.

È importante ricordare, ad esempio, che il film di Villeneuve si muove a partire da una solida base scientifica che risponde al nome di “Ipotesi di Saphir–Whorf”: prendendo il nome dai due antropologi che l’hanno teorizzata pur essendo meglio conosciuta come “Ipotesi della relatività linguistica”, la teoria afferma che lo sviluppo cognitivo di ciascun essere umano è influenzato dalla lingua che parla, quindi se portata alle sue estreme conseguenze (come si può vedere nel film) può confermare che il modo di esprimersi, in sintesi, determina anche il modo di pensare.

Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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