mercoledì, Settembre 28, 2022
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Venezia 79: Florian Zeller presenta il dramma The Son, con Hugh Jackman e Laura Dern

A Venezia 79, il regista Florian Zeller ha presentato il suo nuovo film The Son, dramma con protagonisti Hugh Jackman, Laura Dern e Vanessa Kirby.

The Son sbarca a Venezia 79: Florian Zeller, regista e autore teatrale, dopo il successo di The Father – Nulla è come sembra, adatta per il grande schermo un’alttra sua pièce trovando in Hugh Jackman, Laura Dern, Vanessa Kirby, Zen McGrath, Hugh Quarshie e Anthony Hopkins i protagonisti ideali per questa struggente storia basata su “traiettorie emotive” interrotte, che cerca di accendere i riflettori sulla salute mentale – e sull’importanza che quest’ultima riveste nel nostro quotidiano – attraverso la storia di un travagliato divorzio tra due coniugi, alle prese con le difficoltà provate dal figlio adolescente.

Un’opera complessa presentata, in Concorso, dal cast al completo e, ovviamente, dallo stesso Zeller che ha così raccontato le origini di questo progetto. «Ho scritto questa pièce diversi anni fa», ha confessato il regista, «ed è la storia più importante che io abbia mai raccontato, perché è molto personale non tanto per i personaggi o per le situazioni mostrate ma per le emozioni che sono presenti al suo interno, e che spesso si agitano anche nelle famiglie più insospettabili. Non volevo fare un film per condividere le mie emozioni, anche perché spesso non è sufficiente parlare di noi stessi in teatro: quando ho visto live, dopo ogni replica, la risposta positiva del pubblico – che mi raccontava le proprie storie – ho capito che fare The Son era una questione urgente e necessaria, soprattutto per mettere a proprio agio le persone nei confronti del tema della salute mentale, che è ancora troppo legata ai sensi di colpa e alla vergogna; girarlo, è stato un modo per aprire un dibattito».

Il film, adattato dalle assi del palcoscenico alla superficie dello schermo d’argento, è stato oggetto di un cambio di location: dalla Francia – prima scelta per l’opera teatrale – agli Stati Uniti, alla Grande Mela, perché secondo Zeller: «New York è un crocevia dove si possono incontrare persone provenienti da qualsiasi parte del mondo: era questo l’aspetto più importante che volevo raccontare, più della semplice narrazione di una storia specifica. Gli eventi che si susseguono nel film potrebbero accadere a chiunque, per questo motivo siamo partiti da una specifica storia particolare per poi trovarle un risvolto universale».

The Son mette in scena un dilemma che condividiamo tutti nel mondo, perché ognuno di noi vorrebbe prendere sempre la decisione giusta nonostante le difficoltà. E tutto diventa più difficile quando si diventa genitori, e spesso ci si ritrova a confrontarsi con un senso di impotenza causato dall’incertezza legata ad una decisione sbagliata. Un altro tema, quello della fallibilità – e fragilità – umana ma soprattutto genitoriale, che ha toccato da vicino i vari protagonisti, soprattutto Hugh Jackman:

«Non ho visto la pièce teatrale di Florian, ma appena ho letto la sceneggiatura ho provato una sorta di fuoco, di strana sensazione che mi suggeriva che quello era il ruolo giusto per me in questo specifico momento della mia vita. Avrei fatto qualunque cosa per avere quella parte: così ho contattato Florian, cercando di propormi e di rincorrere quel personaggio per ottenerlo ad ogni costo. In The Son interpreto un padre – mentre nei panni del mio c’è Anthony Hopkins, un attore che ammiro e al quale mi ispiro – che è un uomo che ci ricorda sempre quanto tutti noi, in fin dei conti, siamo ancora figli e figlie di qualcuno, condizionati dal nostro passato che finisce per influenzare il presente.

C’è una battuta, in The Son, che amo moltissimo: “l’amore non è sempre sufficiente” e credo proprio che identifichi i personaggi che fanno parte di questo film, che amano tantissimo ma si sentono incapaci di esprimerlo. Tutti noi abbiamo bisogno di molto di più di una madre, di un padre, di un villaggio, degli amici, di una comunità, di insegnanti e così via; nella vita tante persone ci influenzano e ci guidano, ed è così doloroso vedere, nel film, come siamo isolati soprattutto quando parliamo di malattie mentali. C’è quel senso di colpa e di vergogna che aleggia su quest’ultime, mentre invece dovremmo imparare tutti a condividere e mostrare il nostro lato più vulnerabile di fronte agli altri, soprattutto di fronte ai nostri cari, per poter innescare un dialogo e un dibattito sul tema della salute mentale, che è importante e non dobbiamo assolutamente affrontare da soli, ma dobbiamo imparare a parlarne e a saperne di più».

In un film come The Son, nel quale si parla di un malessere esistenziale più profondo, difficile da identificare e tradurre attraverso il linguaggio del cinema, la regia acquista un ruolo preponderante, cercando di rappresentare l’invisibile e l’immaginario attraverso gli sguardi dei suoi protagonisti, i primi piani e i camera look che sembrano occhieggiare al cinema di Stanley Kubrick, ma anche all’essenza stessa del progetto del regista, che ha così commentato queste scelte:

«Nel film tutto è determinato dagli sguardi», aggiunge Zeller davanti alla stampa di Venezia 79, «che permettono di vedere i collegamenti invisibili che li legano tra di loro. Non volevo limitarmi a raccontare la storia di un divorzio, ma approfondire le questioni legate alla salute mentale. Quest’ultime sono sempre molto difficili da mettere in scena, perché c’è una parte psicologica che non vediamo; io volevo spiegare l’origine di tutto questo. In fin dei conti, ognuno di noi non conosce forse delle persone che hanno tutto per essere felici, ma devono affrontare comunque un grandissimo dolore? È una cosa che non si può spiegare del tutto, così rimane un mistero. E io volevo catturarlo: volevo immortalare ciò che non riusciamo a capire e quella frustrazione che deriva dal non sapere esattamente qual è la fonte».

Ma a Venezia 79 sono arrivate anche le due protagoniste femminili del film, Laura Dern (Storia di un matrimonio) e Vanessa Kirby (Pieces of a Woman), che hanno così riassunto l’esperienza sul set:

«Siamo usciti tutti dalla pandemia, e sappiamo che questa situazione ha portato a una crisi della salute mentale che investe e coinvolge tutti», ha dichiarato la Dern. «Credo che una delle parti più dolorose di questo viaggio sia la scoperta che ci sentiamo impotenti e soli, proviamo vergogna e non abbiamo le risposte giuste. Ma, in verità, possiamo rivolgerci a tante persone che hanno già affrontato queste vicende e che forse ci possono dare delle idee basandosi su quello che hanno già passato. Ma come in questo momento, vogliamo sentire la comunità, farne parte e continuare a parlare della salute mentale sentendoci meno soli soprattutto nel momento delle decisioni critiche, che sono comunque parte della crescita».

«Florian è un maestro nella comunicazione di ciò che non viene detto, di tutto quello che riguarda l’inconscio e le dinamiche che si creano», ha spiegato la Kirby. «Gran parte delle scene che vediamo avviene nelle loro menti e vengono messe in luce – e mostrate – molte esperienze interne ai personaggi, che avvengono nella loro psiche. Per questo The Son cattura ciò che viene represso, immortalando molto non detto. Personalmente sono ispirata dal cinema che chiede di farci domande e mi piacciono quelle domande che solo raramente trovano risposte; quando ho letto la sceneggiatura di Florian sapevo che ci stava ponendo dei quesiti, per capire quale sarebbe stato il nostro comportamento in una situazione così importante e conflittuale. Ciascun personaggio ha, in sé, quella lotta interna e quell’incapacità di esprimere le sensazioni che prova, questo perché a Zeller piace entrare nei meandri più oscuri del nostro essere. Le domande che fa le rivolgo anch’io a me stessa, ma quando vedo che a formularle è qualcun altro mi sento subito meno sola, accompagnata da altri essere umani nella mia stessa condizione emotiva».

The Son arriverà prossimamente nelle sale italiane.

Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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