Tenet: guardare al futuro, ma tendere una mano verso il passato

scritto da: Diego Battistini

Nonostante le sale cinematografiche fossero (quasi tutte) aperte ormai da settimane, ricorderemo probabilmente il 26 Agosto come il giorno del primo vero tentativo di un ritorno alla normalità dell’industria cinematografica. Questo perché all’apertura delle sale si è aggiunto un elemento imprescindibile per invogliare il pubblico a pagare il biglietto: una prima visione di un certo livello. Tenet di Christopher Nolan (qui la recensione) non è certamente il salvatore dell’industria cinematografica; si è però ritrovato suo malgrado a recitarne la parte. In fondo, era un po’ quello che agognava il suo regista. Nei mesi precedenti all’uscita, Nolan si era speso più di una volta per cercare di cambiare il trend (a suo parere malsano) di una distribuzione che continuava a rinviare progressivamente l’uscita dei film di mese in mese. Per non parlare poi di chi – che il dio del cinema li fulmini! – aveva persino preferito lo streaming alla sala (ogni riferimento alla Disney e “all’affaire Mulan non è casuale).

Quello che potremmo definire “l’effetto Tenet” non ha tardato a manifestarsi. Spettatori e critici hanno da subito cominciato ad esprimere sui social o sulle testate giornalistiche i propri pareri su un film giunto in sala con l’epiteto di “incomprensibile”: termine chiamato in causa sia in un’accezione negativa, naturalmente dai suoi detrattori, che in una positiva (chi l’ha detto che un film deve spiegare tutto per filo e per segno?). C’è chi ha definito Nolan un genio e il film un capolavoro, chi ha messo in evidenza le qualità del regista ma i limiti della sua ultima opera, chi invece ha bocciato in toto l’operazione riconsiderando anche la presunta bravura del suo autore. Non staremo però qui a riflettere criticamente sul film in quanto tale – cosa per altro già fatta sul nostro sito, dove è possibile anche trovare un’utile guida per raccapezzarsi post-visione – ma proveremo ad allargare lo sguardo sull’opera, nonché ad osservarla da un punto di vista differente rispetto a quello abituale.

tenet

Un punto di vista differente

Chi scrive non può fregiarsi del titolo di “critico cinematografico”, ma crede fermamente che criticare un’opera non significhi meramente giudicarla, ma dialogare con essa e il proprio autore. Spesso anche gli stessi critici se ne dimenticano, e allora diviene più importante dire se Tenet è bello o brutto, anziché contestualizzare l’operazione, considerarla sulla base della poetica del suo autore e – perché no? – anche in relazione alla storia del cinema e alla storia dell’estetica cinematografica. La complessità del film di Nolan, la sua stratificazione di elementi narrativi e semantici, impongono al recensore di adottare un doppio atteggiamento nei confronti della pellicola e, di conseguenza, di intavolare con essa un doppio discorso: uno relativo alla riuscita filmica dell’operazione, l’altro invece alla sua densità a livello concettuale.

Se il primo, molto debitore del proprio gusto personale, “impone” di dare un giudizio, il secondo invece rende liberi di planare sul film senza mere finalità, andando a sviscerarne la natura, gli obiettivi, le ambizioni, i significati, gli elementi fascinatori. Detto ciò, partiamo da una constatazione (difficilmente opinabile): Tenet è un grande film. Lo è sotto diversi punti di vista: si tratta di un blockbuster costato 200 milioni di dollari; Nolan, da sempre restio all’uso della CGI, ha optato per scelte “old style” come far schiantare un vero aereo contro un hangar, o girare il loco in varie parti del mondo (compresa l’italiana Amalfi); la spettacolarità di alcune scene lascia a bocca aperta ed è testimonianza di un lavoro certosino non solo da parte dello stesso regista, ma anche dell’intera produzione.

Che piaccia o meno, Nolan sta scrivendo una pagina importante della storia del cinema. Un autore nato e cresciuto all’interno del cinema di genere che è riuscito però a nobilitarlo e, al contempo, a nobilitarsi attraverso di esso; un regista capace di far dialogare la spettacolarità con l’autorialità. Per questo motivo è stato – erroneamente – paragonato a Stanley Kubrick, che rimane chiaramente inarrivabile (e ha avuto un’idea di cinema diversa, specie a livello estetico, rispetto a quella di Nolan); anche se a ben vedere almeno un punto in comune tra i due c’è: l’indipendenza creativa. Ad oggi, Nolan è forse l’unico regista a livello mondiale a cui le produzioni si permettono di lasciare (letteralmente) carta bianca. E se è vero che i suoi film sono sempre stati campioni d’incassi (per la serie: con lui si va sul sicuro), è altrettanto vero che per presentarsi dai finanziatori con una sceneggiatura come quella di Tenet ci vuole coraggio; così come un’altrettanta dose ce ne vuole per tirare fuori i soldi.

Tenet: un’operazione coraggiosa

Il film non è contraddistinto da una narrazione lineare, anzi in certi momenti la comprensione del racconto – specie relativamente a quanto sta accadendo hic et nunc – è difficoltosa (vedere per credere l’elaborata e cervellotica sequenza finale). Molti detrattori di Nolan hanno fatto perno su questo aspetto per criticare negativamente l’operazione. Una riflessione che certamente ci può stare, specie se si guarda il film da una ben precisa prospettiva, ma la critica insegna che un’opera si può osservare da angolazioni diverse. È quanto per esempio fa Gianni Canova quando invita a guardare a Tenet come a un rompicapo, a un cruciverba. Un’intuizione che tiene conto anche dell’oggetto che ha ispirato Nolan, ovvero il cosiddetto “Quadrato del Sator”, la celebre lapide di origine latina contenente queste misteriose parole (che formano un palindromo): SATOR, AREPO, TENET, OPERA, ROTAS.

L’osservazione di Canova è sicuramente puntuale e pone l’accento su un aspetto centrale del film, ma non siamo sicuri che sia il più importante. Dopo tutto, siamo davvero certi che Tenet debba essere risolto? A riprova di ciò è giusto sottolineare l’evidente semplicità del film da un punto di vista narrativo, così sconcertante anche per il modo in cui interpreta (banalmente, è il caso di dire) l’epigramma latino d’ispirazione (che, per la cronaca, gli studiosi ancora non sono riusciti a decifrare): SATOR, nel film il magnate russo (Kenneth Branagh) che vuole mettere fine al mondo, AREPO TENET OPERA, ovvero tiene l’opera del falsario Arepo, grazie alla quale controlla la bistrattata moglie (Elizabeth Debicki), oltretutto amante del falsario, ROTAS dove se non nel caveau situato presso l’aeroporto di Oslo, di proprietà dell’omonima società? Fin qui tutto lineare, qualcuno dirà… anche troppo, ci sarebbe da aggiungere. Poi, è vero che ci sono i doppi movimenti (avanti e indietro nel tempo) a ingarbugliare le cose, ma anche in questo caso il gioco di stile di Nolan sembra voler richiamare la nostra attenzione verso altro. Ma su cosa, di preciso?

Un indizio ce lo offre lo stesso autore quasi all’inizio del film, quando una scienziata (Clémence Poésy) mostra per la prima volta al protagonista (John David Washington) dei proiettili ad entropia invertita. Di fronte a quegli oggetti che viaggiano in senso contrario, ovvero a ritroso nel tempo, l’agente della CIA è chiaramente attonito (come noi spettatori, d’altronde, che siamo portati ad identificarci in lui), così la scienziata lo esorta a non stare troppo a ragionare sopra quella stranezza, dicendo: “Non cercare di capire, sentilo”.

È a tutti gli effetti un suggerimento metodologico per cercare di “entrare” dentro il film, quasi esserne parte. Così, mentre tutti siamo andati al cinema con l’obiettivo di riuscire a capire più del nostro amico o conoscente (per poi magari rinfacciarglielo), il film stesso ci dice che il nostro tentativo probabilmente è uno sforzo inutile. Bisogna lasciarsi guidare, invece, da un’opera che palesa fin da subito ciò che vuole essere: una magia. E questo certamente non stupisce, dato che Nolan può considerarsi uno dei pochi prestigiatori del cinema contemporaneo, e probabilmente non è un caso che sia anche l’autore del bellissimo The Prestige, film purtroppo spesso sottovalutato forse perché penalizzato dall’uscita: tra i primi due capitoli del Cavaliere Oscuro.

Nolan, il prestigiatore…

Proprio nel film del 2006 con protagonisti Hugh Jackman e Christian Bale, la voce fuori campo di Michael Caine (attore feticcio di Nolan) recitava: “Ora state cercando il segreto ma non lo troverete, perché in realtà non state davvero guardando. Voi non volete saperlo. Voi volete essere ingannati”. L’accettazione dell’inganno, quindi, è alla base di ogni illusione. La magia funziona finché lo spettatore non si pone la domanda “Come avrà fatto?” e non cerca di capire quale meccanismo – questo sì, reale – si cela dietro il numero del mago. È lo stesso atteggiamento che si dovrebbe assumere nei confronti dell’ultimo film di Nolan. Tenet è un numero di prestidigitazione, ed è portatore di un rigoroso estremismo estetico capace di farne non solo la quintessenza dell’evoluzione del cinema del suo autore, ma al contempo anche un manifesto.

Il direttore di FilmTV, Giulio Sangiorgio, ha osservato che l’ultima opera di Nolan parla una lingua nuova che la proietta nel (possibile) futuro del cinema, senza dimenticarsi però di ciò che l’ha preceduta. È come se Tenet adottasse quella “manovra a tenaglia” che descrive nell’ultima – spettacolare – sequenza del film: guarda al futuro, ma tende una mano verso il passato. Per quanto mai marcato, il citazionismo fa spesso capolino nel cinema dell’autore britannico. Pensiamo ad Inception, ad esempio, e al riferimento a Quarto potere di Orson Welles: da una parte la girandola, dall’altra la slitta “Rosebund”. Anche in Tenet lo spettatore attento e cinefilo può trovare omaggi rivolti ad altre (vecchie) pellicole: il possibile collegamento con La jetée di Chris Marker, dove si racconta di una catastrofe nucleare e ritroviamo anche il tema del viaggio nel tempo (il corto dell’autore francese ha oltretutto ispirato L’esercito delle 12 scimmie di Terry Gilliam); ma anche il riferimento al classico di Micheal Curtiz Casablanca, ravvisabile nell’ultimo scambio di battute tra il protagonista e il collega Neal (Robert Pattinson).

Ma non si tratta solo di questo. Il dialogo con il cinema del passato, infatti, arriva fino a un “confronto” con le origini della Settima Arte. Abbiamo parlato di magia relativamente al film e abbiamo definito Nolan un prestigiatore; potremmo aggiungere che questa ossessione verso la spettacolarità “fine a se stessa” (espressione che in questo contesto non ha alcuna accezione negativa) è debitrice proprio del primigenio cinema delle attrazioni. C’è molto della poetica di Georges Méliès nell’ultimo film di Nolan: specie nel privilegiare il trucco e l’effetto che questo provoca nello spettatore a discapito della narrazione (in questo caso specifico, della sua linearità).

Tenet e il cinema delle attrazioni

Tenet è un ritorno al cinema in quanto meraviglia, ed è per questo che Nolan avverte preventivamente lo spettatore della necessità di non pensare troppo, ma sentire – quasi fisicamente – il film. Percepirne quindi la materialità, che per il regista è rappresentata anche dal suo adorato supporto di celluloide, con il quale continua a girare le sue opere megalomani che sembrano una continua sfida verso se stesso e la sua fantasia. Per lo spettatore deciso ad accettare il gioco dell’autore – e a seguirne i suggerimenti – guardare il film ha lo stesso sapore magico delle prime visioni a cui assistevano i nostri trisnonni alla fine dell’800, quando le immagini in bianco e nero proiettate su un rudimentale telo bianco li trasportavano nei luoghi più reconditi del mondo o li “rendevano schiavi” della fantasiosa immaginazione dei primi prestigiatori cinematografici. Una tradizione che Nolan fa propria, e di cui Tenet rappresenta l’esempio più fulgido ed estremo: una magia capace – indipendentemente dal fatto che il film piaccia o meno – di catturarci ed affascinarci.

Diego Battistini

La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rosssa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)


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