domenica, Ottobre 24, 2021
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Space Jam di Joe Pytka: “La magia, l’avete già dentro di voi”

«Buonasera, gentilissimi Signore e Signori. Vi presento il quintetto di partenza della squadra dei Looney Tunes...». Come dimenticare Space Jam?

Nei decenni Sessanta e Settanta registi e critici, chi per un verso, chi per un altro, si sentivano tutti «figli del neorealismo». Figli di Ivan Reitman, classe ’46, sono invece gli onnivori cinefili trentenni di oggi, cresciuti guardando i suoi film per famiglie (es. I gemelli, Beethoven). I tempi cambiano… Space Jam (’96) è il miglior frutto del produttore boemo-canadese (Joe Pytka fu poco più di un nome d’appoggio) poiché, insieme all’immancabile villino coloniale, postini che lanciano quotidiani in giardino, nonne dal grilletto facile, molossi affettuosamente bavosi e papà che fanno l’impossibile pur di apparire come super-eroi agli occhi dei loro pargoli troviamo, festose “guest stars”, i Looney Tunes (lett. «motivetti pazzerelli»).

Formatosi nel 1930 presso la “scuderia” di Leon Schlesinger, questo “allegro squadrone” di creaturine di carta e matita – capitanato da Bugs Bunny e Daffy Duck – non meno delle “Silly Symphonies” di zio Walt seppe estrarre dall’Era del Muto (da Harold Lloyd, in special modo) e dal ghiribizzoso Hellzapoppin’ (‘41) la fisicità della comicità; i suoi ‘sketches’ (fra le gemme, The Henpecked Duck, Fresh Hare) possono ancora far piegare in due dal ridere i viziati, distratti bimbi del Duemila in quanto obbediscono ad una totale mancanza di senso della misura, passando da un genere all’altro, da un linguaggio all’altro, contagiando lo spettatore in una carnevalesca maratona che non si dà limiti ma cede perennemente, in una continua, buffa metamorfosi di colli, voci, zampe, occhi, maschere e accessori che avrebbe forse fatto la gioia – e non è un paradosso snob – di Ėjzenštejn (si leggano le sue riflessioni sul dialogo fra cinema d’animazione e caricatura del primo Novecento nello scritto Walt Disney del ’41). Maratona che, puntualmente, si svolge nel ricco “giocattolo” di Reitman e, non dimentichiamolo, dei grandi Ed Jones – già supervisore degli eccellenti trucchi di Chi ha incastrato Roger Rabbit? (’88) – e Michael Chapman, direttore della fotografia del capolavoro Toro scatenato (‘80).

Sinfonia di sogliole siamesi, c’è ancora chi ignora l’origine di Space Jam? Elementare, Watson. Come sempre più spesso accade negli studi di Hollywood, i tuttofare dimenticano di chiudere le finestre quando soffia il vento: i copioni da valutare si sparpagliano, così, per terra; riordinandoli si agita talvolta un atomo d’inventiva. Nel caso in esame, due storie lontane anni luce devono essersi “provvidenzialmente” fuse: un biopic romanzato su Michael Jordan – con annesso spot sulle scarpe Nike modello “Air Jordan XI” (popolari da quando i “Chicago Bulls” batterono con ampio vantaggio i “Philadelphia 76ers” nella stagione 1995-‘96) – e il primo lungometraggio dei Looney Tunes dove i nostri beniamini fronteggiano un’invasione di biechi giostrai extraterrestri.

Risultato? Il vetusto asteroide-fiera “Moron Mountain” (un misto fra il quartier generale della HBO e l’ottovolante disneyano “Space Mountain”) perde clienti. Al corpulento padrone, Mr. Swackhammer (in lingua originale, gli presta voce Danny DeVito), non resta che inviare sulla Terra cinque galoppini con la missione di rapire la combriccola dei Looney Tunes al completo e farne la sua nuova “attrazione”. Ma non c’è posta in palio senza una degna partita. Preso atto, infatti, della loro statura eccezionalmente bassa, Bugs Bunny e soci sfidano gli avversari a pallacanestro, sicuri di avere la vittoria in tasca. Mal gliene incoglie. I cinque gracili alieni “succhiano” magicamente il talento agli atleti migliori della NBA (Barkley, Ewing, Bogues, Bradley e Johnson: loro stessi) mutandosi di colpo in veloci e agguerriti bestioni. Qui entra letteralmente “in gioco” il sunnominato ex-cestista dell’Università del North Carolina (divenuto nel frattempo un mediocre lanciatore di baseball) il quale, stavolta, dovrà allenare non persone in carne ed ossa bensì il coniglio più pazzo del mondo e altri “eroi” animati dell’universo Warner (Titti, Silvestro, Taz, Pallino, Yosemite Sam, Pepé la Puzzola… perfino il piccolo Dudo!), perché scendano in campo con dignità…

Space Jam fu (e rimane) un esperimento epocale. Non certo per velleità artistiche o per la presunta originalità del soggetto – sport e fiabesche creature si incontrarono già in Pomi d’ottone e manici di scopa (‘71) di Stevenson e ne Le olimpiadi della giungla (‘80) di Lisberger – ma perché, con il nuovo millennio alle porte, il film di Pytka contribuì ad ampliare e diversificare sempre più i compiti del “moltiplicatore” (comunemente, “animatore”), permettendogli di scavalcare il “recinto” dei cartoni e forse, in un certo senso, del cinema in sé stesso: come, se non meglio, del citato Chi ha incastrato Roger Rabbit? o dell’audace Fuga dal mondo dei sogni (‘92) di Bakshi, ben 700 moltiplicatori, con diverse specializzazioni (grafica tridimensionale, fotogrammi-chiave, sfondi ed effetti speciali), lavorarono incessantemente per 9 mesi in 18 studi dislocati a Londra, in Canada, California e Ohio. Dieci mesi occuparono, invece, le riprese, per un costo totale di 80,000,000 dollari, recuperati e abbondantemente superati fra incassi in sala, mercato audiovisivo e merchandising mondiale protrattosi negli anni (ad esempio, nel 2016, in occasione del 20° anniversario di Space Jam, la Nike presentò una nuova linea di abbigliamento e calzature).

Che altro aggiungere? Gli adulti si gongolano dei vari omaggi – a Via col vento (‘39), Pinocchio (‘40), Alice nel Paese delle Meraviglie (‘51), Pulp Fiction (‘94) e tre criptici, eppure riconoscibili, rivolti a John Carpenter con cui Ed Jones collaborò dieci anni prima: scovateli! – mentre i più piccini, divertendosi, imparano una preziosa lezione: la celebrità non fa un campione e un ipocrita incoraggiamento è più nocivo di qualsiasi critica. Curiosità: lo scorso anno, la televisione polacca ha “risposto” a Space Jam con la serie animata Kosmiczny Wykop, ideata da Artur Lutyński e avente per protagonista Robert Lewandowski, capitano della squadra nazionale di calcio nonché attaccante del Bayern Monaco. Cambia lo sport ma non la minaccia extraterrestre. Da confrontare, ovviamente, con Looney Tunes: Back in action (2003) di Joe Dante.

Giordano Giannini
I VHS sono stati fedeli compagni di gioco; mostrandoci “Il ragazzo selvaggio” di Truffaut in quarta elementare, la maestra mi ha indicato, senza volerlo, la strada da seguire | Film del cuore: La strada per il paradiso | Il più grande regista: Andrej Tarkovskij | Attrice preferita: il “braccio di ferro” è tra Jennifer Connelly e Rachel Weisz | La citazione più bella: "Tra quegli alberi c’è qualcosa." (Predator)

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