giovedì, Luglio 29, 2021
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Shrek di A. Adamson e V. Jenson: e John Candy si tinse di verde!

«Che vuoi?» chiede il Lupo vestito da Nonna, sorpreso da Shrek sotto le lenzuola. Ma, fra una pernacchia e l'altra, c'è posto pure per un toccante, piccolo omaggio a John Candy.

Rivedendo il buffo Shrek (2001), in occasione del ventennale dalla sua prima apparizione in sala, le riflessioni di Luigi Cozzi sulle difficoltà, sempre maggiori, dell’odierno cinema americano (e non solo) a ritagliarsi spazi di “indipendenza” confermano la loro autenticità. Opere d’animazione come, appunto, quella uscita dalla fucina “Dreamworks” di Spielberg & Katzenberg e ugualmente le coeve (o di poco precedenti) Galline in fuga, Monsters & Co. o il nipponico La città incantata appaiono al regista italiano, noto cultore del Fantastico in ogni sua forma, come l’ultima, forse, “oasi” di libertà espressiva e organizzativa: i più piccini gioiscono certo dei siparietti comici ma solo i grandi godono appieno della marea di spunti e trovate che tali opere contengono, spesso surclassando in ingegno i “normali” films con attori in carne ed ossa. Un “paradosso” rimasto sostanzialmente intatto negli anni a venire (si vedano 9, Un gatto a Parigi, Arrietty e altri). Come lo si spiega?

Sempre Cozzi prova a rispondere, ritenendo che «mentre i dirigenti delle grandi distribuzioni sovrintendono sin dalla nascita (la scelta del soggetto) alla creazione delle pellicole che poi producono, controllando attentamente anche la stesura delle sceneggiature […], invece i film d’animazione o a cartoni animati vengono realizzati da piccole società indipendenti che, selezionato un tema, lo propongono alle majors; se queste ultime accettano la proposta, le prime sviluppano il progetto in totale autonomia. Finita la pellicola, la consegnano poi alla distribuzione che solo allora interviene per occuparsi della commercializzazione di quel tipo di prodotto. In questo modo, i compromessi e i condizionamenti vengono ridotti al minimo in quanto, data anche la particolarità che contraddistingue le singole fasi di animazione, i capi delle compagnie possono davvero intervenire pochissimo sul processo artistico. […] Inoltre a queste opere si chiede essenzialmente una sola cosa: che facciano ridere. E siccome quella di far ridere è un’arte difficilissima, che non può essere riprodotta artificialmente con nessun programma di computer, registi e sceneggiatori dei film a cartoni animati godono di una libertà creativa pressoché assoluta, mettendo sullo schermo qualsiasi idea, anche la più folle o stravagante, purché alla fine consegnino un prodotto che funzioni» (‘Profondo Rosso ed.’, 2016).

Detto, fatto. Oltre ad essere la prima pellicola a vincere l’Oscar nella categoria Animazione (allora appena nata), Shrek diverte ancora molto, affascina e fa riflettere col giusto dosaggio, portando orgogliosamente i segni dei suoi tre anni di lavorazione, fra ricerche ambientali, studi anatomici e ben 1288, accurate inquadrature. «Santo Piripillo!», direbbe il verdognolo omone uscito dalla penna di William Steig e che, curiosamente, porta il cognome dell’attore di Nosferatu (’22), … Una malandata (ma accogliente) casetta nel cuore di una palude, docce di fango mattutine, deliziose cenette a base di bulbi oculari e zucche farcite di lombrichi, il tutto a lume di candele fatte col cerume – sic! – ricavato dalle sue orecchie “a trombetta”: cos’è questa, per Shrek, se non la felicità? Felicità che, ahinoi, si interrompe quando tutti i personaggi della tradizione fiabesca europea, dai Tre Porcellini al Pifferaio di Hamelin con tanto di scia di topastri, bussano alla sua porta in cerca di “asilo” dopo essere stati banditi da Lord Farquaad. Per sbarazzarsi degli intrusi, Shrek stringe un patto proprio con il codardo, petulante signore del feudo: se gli procurerà in sposa la principessa Fiona, sottraendola al drago che la sorveglia, otterrà di nuovo pace e pieno possesso sulla palude. Le cose non andranno esattamente come Shrek immagina…

Innumerevoli allusioni a films di vario genere (le levitazioni con fermo-immagine di Matrix, i numeri musicali del cinema di Bollywood, perfino il Principe Pirla della parodia osé Flesh Gordon) e la contagiosa smania di “sbertucciare” i cliché di Walt Disney (sebbene l’esito finale corteggi il grande “rivale” più di quanto non si sia disposti ad ammettere) sono e rimangono, a distanza di anni, le principali qualità di Shrek (i cui toni sono inconfondibilmente di Ted Elliott e Terry Rossio, sceneggiatori di Aladdin e Small Soldiers): è un “giocattolo a sorpresa” che chiede ai bimbi di ogni età, per un’ora e venti, di accomodarlo per poi… entrar loro in testa tutto il giorno, senza possibilità di toglierselo, come un motivetto alla radio! Esagerazione? Chiedetelo al Robert Neville (Will Smith) di Io sono leggenda (2007): ne sa qualcosa… Della suaccennata, minuziosa ricerca ambientale (firmata James Hegedus, Mars attacks!) ci si rende, però, ben poco conto sul piccolo schermo. Peccato.

Vada infine un elogio al doppiaggio italiano, prodigo di un “dono” afferrabile solo dal pubblico di casa nostra: il direttore Francesco Vairano fa, in qualche modo, rivivere nel protagonista la comicità del grande John Candy (1950-‘94), somigliante al burbero, scurrile orco pure nella stazza. Renato Cecchetto (indimenticato Augusto Verdirame in Amici miei, atto II) prestò già, infatti, la sua voce al compianto attore canadese nello spassoso Io e zio Buck (‘89), titolo immancabile, nelle serate in famiglia davanti alla tv (avanti, preparate i fazzoletti!), per chi ha trascorso l’infanzia negli anni Novanta. Scelta più affettuosa e intelligente non si poteva fare.

Giordano Giannini
I VHS sono stati fedeli compagni di gioco; mostrandoci “Il ragazzo selvaggio” di Truffaut in quarta elementare, la maestra mi ha indicato, senza volerlo, la strada da seguire | Film del cuore: La strada per il paradiso | Il più grande regista: Andrej Tarkovskij | Attrice preferita: il “braccio di ferro” è tra Jennifer Connelly e Rachel Weisz | La citazione più bella: "Tra quegli alberi c’è qualcosa." (Predator)

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