venerdì, Gennaio 15, 2021
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Sean Connery: il primo (ed inimitabile) James Bond compie 90 anni

Il personaggio di James Bond ha avuto una fortuna cinematografica incredibile. Dalle pagine dei romanzi di Ian Flaming, l’agente 007 ha trovato nel cinema un terreno a lui congeniale ed è stato (e lo è tutt’ora) una costante per diverse generazioni di spettatori. Dal 1962, anno del suo debutto sul grande schermo, fino ad oggi (l’ultimo capitolo, No Time To Die, uscirà il prossimo novembre), Bond ha contraddistinto l’immaginario cinematografico evolvendosi parallelamente ai tempi (dapprima molto charmant, negli ultimi anni con l’interpretazione di Daniel Craig il personaggio è divenuto più “muscolare”, complesso/complessato e romantico). Non ce ne vogliano i vari attori che l’hanno personificato sul grande schermo (David Niven, George Lazenby, Roger Moore, Timothy Dalton, Pierce Brosnan e il citato Craig) ma è innegabile che quando si parla di James Bond il primo attore che sovviene alla mente di tutti è Sean Connery, l’interprete scozzese che oggi compie 90 anni.

Un traguardo importante che vogliamo celebrare attraverso una panoramica sulla carriera dell’attore che – ahimè – si è conclusa ormai molti anni fa: la sua ultima apparizione al cinema, infatti, risale all’ormai lontano 2003 nel film La leggenda degli uomini straordinari di Stephen Norrington. Una carriera costellata di grandi successi e film memorabili, tutti molto diversi tra loro. Per anni considerato uno tra i tanti “bellocci” del cinema hollywoodiano, con la maturità Sean Connery si è imposto come un interprete raffinato che ha saputo spaziare tra i generi, accettando ruoli rischiosi (è il caso ad esempio di Zardoz di John Boorman, oggi un vero e proprio film di culto) e al contempo rifiutando – oltretutto senza pentimenti – la partecipazione a film importanti (è il caso delle saghe de Il signore degli anelli ed Harry Potter, nei quali avrebbe dovuto interpretare rispettivamente Gandalf e Albus Silente).

Se quindi nell’immaginario collettivo Sean Connery si impone dal 1962, anno in cui per la prima volta veste i panni di James Bond in Agente 007 – Licenza di uccidere di Terrence Young – personaggio che avrebbe interpretato altre 5 volte (l’ultima nel 1971, Una cascata di diamanti di Guy Hamilton) -, sono molti i film in cui l’attore mette in mostra le sue qualità. Sospinto dal successo di 007, già negli anni ’60 l’ascesa di Connery è testimoniata dalla partecipazione a una serie di film diretti da importanti registi: da Marnie di Alfred Hitchock a La collina del disonore di Sidney Lumet (autore con il quale lavorerà altre quattro volte, tra anni ’70 e ’80, in Rapina record a New YorkRiflessi in uno specchio scuro, Assassinio sull’Orient Express, tratto naturalmente dall’omonimo romanzo di Agatha Christie, ed infine in Sono affari di famiglia).

La stella di Connery, iniziata a brillare nei Sixties, non implode la decade successiva; anzi, gli anni ’70 confermano definitivamente il talento dell’artista, che ha modo di prendere parte a una serie di pellicole di notevole qualità. Oltre ai già citati film di Lumet e Zardoz, è doveroso fare riferimento quantomeno agli avventurosi Il vento del deserto di John Milius, dove interpreta il leader berbero Mulay Ahmad al-Raysuni, e L’uomo che volle farsi re di John Huston, dove recita al fianco dell’amico Michael Caine. Senza dimenticare l’esordio dietro la macchina da presa dello scrittore Micheal Crichton con 1855 – La prima grande rapina al treno, e quello che a parere di chi scrive è uno dei migliori film a cui l’attore ha preso parte, il crepuscolare Robin e Marian di Richard Lester, dove Connery veste i panni di un attempato Robin Hood che torna, ormai anziano, dalle Crociate e ritrova una Lady Marion (Audrey Hepburn) che nel frattempo, dopo anni spesi ad attendere il suo amato, si è rassegnata facendosi suora.

Sovente quindi protagonista nei primi anni della carriera, con il passare del tempo però Sean Connery testimonia di non disdegnare neppure la figura di comprimario, emergendo comunque all’interno dei film da lui interpretati ed oscurando talvolta anche i protagonisti stessi. Una prassi che prende il via, in maniera sistematica, a partire dagli anni ’80. Decade fortunata per l’attore, che vede riconosciuto il suo talento grazie all’assegnazione del suo primo (ed unico, ad oggi) Oscar: quello per Miglior Attore non Protagonista, vinto grazie alla celebre caratterizzazione del poliziotto Jimmy Malone in The Untouchables – Gli intoccabili di Brian De Palma.

Un ruolo, quello del comprimario, sperimentato dall’attore anche un anno prima, nel film di fantascienza Highlander – L’ultimo immortale, diretto da Russell Mulcahy, in cui recita al fianco del divo in ascesa Christopher Lambert, e ripreso anche successivamente in Indiana Jones e l’ultima crociata di Steven Spielberg, dove impersona il padre di Indy (ritornerà, ma solo in foto, anche nell’ultimo capitolo della saga, Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo).

Durante gli anni ’80, comunque, Connery si ritaglia anche ruoli da protagonista assoluto. Come dimenticare la sua interpretazione di Guglielmo da Baskerville nel film di Jean-Jaques Annaud Il nome della rosa, thriller medioevale tratto dall’omonimo romanzo del nostro Umberto Eco? Protagonista o non, la carriera di Connery prosegue linearmente, senza cedimenti, anche tra gli anni ’90 e i primissimi 2000, quando l’attore lascia ufficialmente il mondo del cinema (probabilmente anche a causa di problemi di salute, come suggerito in un’intervista di qualche anno fa all’amico attore Micheal Caine, dichiarazioni comunque smentite dal portavoce della famiglia Connery).

Gli anni ’90 non lo vedono solo impegnato in film d’azione pura di grande successo – tra i quali, The Rock di Michael Bay ed Entrapment di Jon Amiel, dove la sua eleganza dialoga efficacemente con la sensualità di Catherine Zeta Jones -, ma anche investito (nella finzione cinematografica) della carica di sovrano d’Inghilterra per ben due volte: in Robin Hood – Principe dei ladri di Kevin Reynolds è Riccardo I Cuor di Leone, mentre ne L’ultimo cavaliere, diretto da Jerry Zucker, è il leggendario Re Artù.  Il commiato degli anni 2000 è rappresentato invece sopratutto dal suo penultimo film, Scoprendo Forrest di Gus Van Sant, dove compare anche nelle vesti di produttore esecutivo, nel quale interpreta magnificamente uno scrittore misantropo (vagamente ispirato al reale J.D. Salinger) la cui carriera è stata caratterizzata dal successo di un solo straordinario libro.

Come visto, quella di Sean Connery è stata una carriera intensa, costellata di grandi successi, che hanno permesso all’interprete nato a Edimburgo di imporsi come una delle icone cinematografiche più celebri della storia di Hollywood. Una carriera che però non è stata spesa esclusivamente davanti alla macchina da presa. Se arcinota è la sua storia d’attore, pressoché sconosciuto è invece il suo impegno (limitato) come regista. Nel 1967, infatti, Connery dirige il suo primo ed unico film: The Bowler and the Bunnet. Si tratta di un corto documentario, oltretutto presentato diversi anni fa alla Festa del Cinema di Roma, in cui l’attore raccontava la crisi del porto della città di Glasgow.

Un’opera, quindi, dall’alto valore sociale che ci aiuta anche a comprendere l’uomo al di là dell’artista (che in quel momento aveva già raggiunto la fama). Lo spaccato che emerge dal documentario di Connery è quello di una realtà che, nonostante le difficoltà, non si spiega di fronte a una crisi economica che sembra inarrestabile. Una realtà profondamente radicata in quella Scozia per la cui indipendenza l’attore si è sempre battuto e che ha sempre omaggiato – anche durante le cerimonie ufficiali – indossando sovente l’indumento del kilt, dall’esterno visto come un capo d’abbigliamento eccentrico, ma che in realtà rappresenta per ogni scozzese che si rispetti la quintessenza di un’identità (socialnazionale) che Connery ha sempre manifestato con fierezza. E quindi, in onore del suo 90esimo compleanno, come esimersi dal rivolgere a lui, il primo ed indimenticabile James Bond, un augurio di buon compleanno in gaelico scozzese? Co-latha breith sona dhuibh, mister Connery!

Diego Battistini
La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rossa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)

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