sabato, Settembre 18, 2021
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Tra scelte coraggiose e polemiche, gli Oscar premiano il cinema “indipendente”

Ieri sera si è tenuta la 93esima edizione dei premi Oscar. Tante sorprese, qualche polemica e un vincitore assoluto: Nomadland di Chloé Zhao.

Tutto secondo copione, o quasi. Nomadland partiva favorito nella corsa agli Oscar 2021 già dallo scorso settembre, quando vinse il Leone d’Oro al Festival del Cinema di Venezia. Un premio importante che, negli ultimi anni, ha portato bene ai film che l’hanno ottenuto: sia La forma dell’acqua – The Shape of Water di Guillermo Del Toro che Roma di Alfonso Cuarón hanno condiviso, più o meno, lo stesso percorso del film della regista cinoamericana Chloé Zhao.

Il road movie con protagonista Frances McDormand (anche lei vincitrice un po’ a sorpresa, e ora a quota 3 riconoscimenti dall’Academy), tratto dall’omonimo romanzo di Jessica Bruder si è imposto in tre delle categorie principali: Miglior film, Miglior regista (la Zhao è la seconda donna ad ottenere il riconoscimento dopo Kathryn Bigelow) e Miglior attrice protagonista. Per fare l’en plein gli è mancato solo il riconoscimento alla Sceneggiatura non originale, andato giustamente a The Father – Nulla è come sembra di Florian Zeller, che ha tratto il film da una sua pièce teatrale.

Un riconoscimento, quello per Nomadland, che va a premiare un film profondamente americano (nello spirito), capace di guardare a una realtà marginale troppe volte dimenticata con acume quasi sociologico. Fulgido esempio di cinema “indipendente” – anche se alle spalle c’è un colosso come i 20th Century Studios -, il film della Zhao, che uscirà al cinema dal 29 aprile e in streaming su Star all’interno di Disney+ dal 30 aprile, ha confermato l’interesse dell’Academy nei confronti di tematiche più connesse alla realtà odierna e a storie capaci di raccontare il mondo da prospettive diverse e singolari.

Se la vittoria di Nomadland non sorprende, diversi sono stati durante il corso della serata degli Oscar i colpi di scena. Anche nelle categorie in cui il risultato sembrava scontato (Miglior attore protagonista), i giurati dell’Academy hanno sorpreso a tal punto la stampa e i cinefili da far scatenare veementi polemiche sui social. Sorprese che hanno contribuito ad esaltare e a rendere più dinamico il complesso (ed obbligato, causa pandemia) format adottato dalla manifestazione quest’anno: due location, il Dolby Theater ad Hollywood e la Union Station a New York, e molti candidati in collegamento da tutte le parti del mondo. Probabilmente non la miglior cerimonia di sempre, ma certamente una di quelle che passeranno alla storia.

Photo by David Lee/NETFLIX/David Lee/NETFLIX – © 2020 NETFLIX, INC.

Wakanda Forever

Avrebbe potuto essere l’anno degli interpreti afroamericani e del cinema legato al tema dei diritti civili. E invece gli Oscar 2021 hanno tradito, da questo punto di vista, le attese. Per carità, Judas and the Black Messiah, per quanto interessante, non sembrava così “forte” da poter ambire alla statuetta principale, ed infatti ha trionfato (inaspettatamente, possiamo dirlo?) nella categoria Miglior canzone, grazie a “Fight for You” di Dernst Emile II (musica), H.E.R. (musica e testi) e Tiara Thomas (solo testi), e poi a mani basse in quella Miglior attore protagonista, dove è stato premiata la straordinaria performance (fisica più che mimetica) di Daniel Kaluuya.

Anche nella categoria Miglior attrice protagonista tutte le indiscrezioni sembravano indurre a scommettere su Viola Davis, interprete di Ma Rainey’s Black Bottom, che ha dovuto invece cedere il passo alla McDormand. Rimanendo sempre sul film Netflix diretto da George C. Wolfe, ha generato polemiche il mancato riconoscimento al compianto Chadwick Boseman. I fan si sono letteralmente scatenati sui social, criticando la scelta dell’Academy di non celebrare l’attore recentemente scomparso. Una scelta sicuramente in controtendenza rispetto al passato (l’Oscar postumo a Heath Ledger per Il cavaliere oscuro), che però ha – se vogliamo – una nota romantica che accomuna l’interprete afroamericano a un mito del cinema: James Dean. Anche Dean, nel 1956, fu candidato come Miglior attore non protagonista per Il gigante di George Stevens post mortem; ed anche lui non vinse.

Ancor più curioso è il fatto che ad essere preferito nella categoria Miglior attore protagonista sia stato l’anziano Anthony Hopkins (oltretutto neanche collegato), la cui performance in The Father – Nulla è come sembra sfiora la perfezione. Se lo scorso anno Al Pacino aveva dovuto cedere il passo al più giovane (e più attraente da un punto di vista mediatico) Brad Pitt, quest’anno la terza età ha avuto la meglio. Complice anche un film, quello di Zeller, davvero notevole.

MANK (2020)
David FincherÕs MANK is a scathing social critique of 1930s Hollywood through the eyes of alcoholic screenwriter Herman J. Mankiewicz (Gary Oldman) as he races to finish the screenplay of Citizen Kane for Orson Welles. Gary Oldman on the set of Mank. Cr. Nikolai Loveikis.

Tra vincitori e vinti, un unico vero perdente

Possiamo dire che Nomadland ha lasciato agli altri film contenenti solo le briciole? Ebbene sì. Sia Minari che Una donna promettente si sono dovuti, ad esempio, accontentare di solo un premio a testa: per il primo, l’attrice sudcoreana Youn Yuh-jung ha vinto l’Oscar come Miglior attrice non protagonista, mentre al secondo è andato il riconoscimento per la Miglior sceneggiatura originale (Emerald Fennell, anche regista). Tra le altre opere candidate per la categoria Miglior film, se Il processo ai Chicago 7 non si è visto aggiudicare nessun premio (forse l’unico a cui poteva ambire era quello per Sacha Baron Cohen), e Sound of Metal si è dovuto “accontentare” di due Oscar tecnici (Miglior sonoro e miglior montaggio), ad uscire con le ossa rotte è stato soprattutto Mank di David Fincher.

Chi l’avrebbe mai detto che il film-omaggio a un classico della storia del cinema, Quarto potere di Orson Welles, avrebbe conquistato solo due statuette (meritatissime!): Miglior fotografia a Erik Messerschmidt e Miglior scenografia a Donald Graham Burt e Jan Pascale. Il sospetto è che l’opera di Fincher sia stata fraintesa dai più; che l’omaggio sia stato confuso con lo scimmiottamento del cinema che fu. La mancanza di Tom Burke tra i candidati (un sublime Orson Welles) già faceva presagiva la disfatta. In un mondo ideale, forse, il film di Fincher avrebbe vinto a mani basse tutto; ma il tempo passa, il mondo cambia, e così anche il gusto del pubblico e degli addetti ai lavori. È stata premiata così la “necessità” di storie più ancorate alla contemporaneità. Una scelta, di per sé, non sbagliata, anzi; però rimane l’amaro in bocca ogniqualvolta un capolavoro (se il film di Fincher non lo è, poco ci manca) viene bistrattato in questo modo.

credits: Regine de Lazzaris aka Greta/Netflix

L’Italia a secco

Forse ci eravamo troppo fatti la bocca all’idea che Laura Pausini potesse aggiudicarsi l’Oscar per la Miglior canzone originale con la sua “Io sì”, scritta e interpretata per il film di Marco Ponti La vita davanti a sé. Non che la canzone fosse particolarmente bella – confessiamolo, dai! -, però la vittoria della cantante avrebbe sicuramente reso meno drammatica l’ennesima serata negativa del cinema italiano agli Oscar. Notturno di Gianfranco Rosi, il film scelto dalla commissione di sedicenti esperti per rappresentare il nostro paese, non solo non è stato considerato per la categoria Miglior film straniero (dove ha vinto Un altro giro di Thomas Vinterberg), ma non è stato nominato neanche come Miglior Documentario (dove quest’anno è stato privilegiato più che l’impegno civile, il tema ambientalista, con il trionfo del curioso doc Netflix Il mio amico in fondo al mare).

Nessuna soddisfazione neanche per gli altri italiani candidati: Massimo Cantini Parrini (per i costumi) e Mark Coulier, Dalia Colli e Francesco Pegoretti (per il trucco e l’acconciatura), tutti tra le maestranze che hanno contribuito allo sfarzoso Pinocchio di Matteo Garrone. Ed archiviata questa ennesima manifestazione in cui solitamente il cinema americano celebra se stesso, lasciando agli altri solo le briciole (salvo rari casi, come il trionfo di Parasite lo scorso anno), lo sguardo di tutti – dagli addetti ai lavori ai giornalisti, passando naturalmente per il pubblico – è rivolto alla nuova stagione che partirà fisicamente (più che ufficialmente) proprio oggi. Nella speranza che la pandemia rallenti la sua corsa e che i governi riescano a trovare soluzioni efficaci per controbatterla, lasciata alle spalle la stagione dei premi, è ora di tornare (finalmente!) in sala.

Diego Battistini
La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rossa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)

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