Paolo Villaggio: cinque memorabili interpretazioni

scritto da: Ludovica Ottaviani

Anche l’ultima maschera della nostra penisola malinconica e goliardica se n’è andata. Paolo Villaggio, il famoso comico, comédien cinico e spregiudicato che ha attraversato il cinema e la televisione; attore drammatico di spessore, giornalista e scrittore sospeso tra impegno e irriverenza se n’è andato ieri mattina, per via di alcune complicanze respiratorie legate al diabete.

Villaggio, genovese classe 1932, ha incarnato alla perfezione l’ultima maschera dell’italiano medio: quel ragionier Fantozzi servile e caustico, vittima del sistema dei potenti e delle angherie della burocrazia lenta e fangosa, quell’impiegato statale dal basco storto, la maglia della salute, il “vizio” del calcio accompagnato dal rutto libero e dalla frittatona di cipolle; quel “Sig. Nessuno” sposato con la Sig.ra Pina “dai capelli color grigio topo” e padre di Mariangela, la mostruosa figlia oggetto di scherzi e fraintendimenti speso provocati dal padre stesso, il sottomesso ragionier Ugo pronto a sacrificare tutto in nome di una promozione o di un aumento di stipendio.

Paolo Villaggio: l’Italia piange il “megaragioniere galattico”

Il ragionier Fantozzi, ma anche il nevrotico impiegato Fracchia, il Professor Kranz – spocchioso prestigiatore da strapazzo dotato di un sadico senso dell’umorismo – sono solo alcune delle incarnazioni più celebri di questo comico di razza, le maschere che hanno rappresentato l’italiano medio degli anni del boom ma che ancora lo rappresentano, con il suo ricco e contraddittorio bagaglio di idiosincrasie e inadeguatezze.

Villaggio stesso, durante una delle ultime apparizioni pubbliche la scorsa edizione della Festa del Cinema di Roma, ha riconfermato la modernità incredibile della propria maschera più celebre, capace di resistere immutabile e inalterata allo scorrere del tempo nonostante un immaginario ben definito che appartiene all’Italia a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 (senza contare i successivi sequel firmati da Neri Parenti e soci): Fantozzi resiste a tutto, perfino al tempo e forse perfino al concetto stesso di morte, ormai icona laica del nostro immaginario pop.

Ma Paolo Villaggio era stato capace di creare un mondo più complesso che valicava quello circoscritto del ragioniere: nel corso degli anni si era concentrato con il cinema d’autore italiano più raffinato, collaborando con registi come Federico Fellini, Marco Ferreri, Lina Wertmüller, Ermanno Olmi e Mario Monicelli, collezionando premi prestigiosi come il Leone d’oro alla carriera nel 1992 o il Pardo d’onore alla carriera nell’agosto del 2000, assegnato durante il Festival del cinema di Locarno.

Proviamo a realizzare un’ultima, sconsiderata, cinica e selvaggia cavalcata attraverso i cinque ruoli che hanno segnato in modo indelebile la carriera di Paolo Villaggio al cinema, tra collaborazioni d’autore, amicizie e storici sodalizi.

paolo villaggio

5) La voce della lna (Federico Fellini, 1990)

Ultimo film del genio felliniano, presentato fuori concorso al 43esimo Festival di Cannes, il cineasta emiliano si ispira al romanzo Il Poema dei Lunatici di Ermanno Cavazzoni. Film rivoluzionario e memorabile – soprattutto all’interno della filmografia di Fellini – soprattutto per via della scelta casting: i protagonisti della vicenda narrata – un surreale on the road attraverso la Pianura Padana più rurale – sono i comici Roberto Benigni e, appunto, Paolo Villaggio: alle critiche tiepide e scostanti replica il regista, affermando che «Benigni e Villaggio sono due ricchezze ignorate e trascurate. Ignorarne il potenziale mi sembra una delle tante colpe che si possono imputare ai nostri produttori».

L’opera, nel corso degli anni, è stata notevolmente riconsiderata, fino a percepirla a tutti gli effetti come una critica felliniana e surreale al frastuono provocato dalle volgarità legalizzate nell’epoca berlusconiana, citata più volte nel corso del film. Villaggio, per la sua performance, vinse ex-equo il David di Donatello come Miglior Attore insieme a Gian Maria Volonté, protagonista del film Porte aperte di Gianni Amelio. Il sodalizio con Fellini sarà solo uno dei tanti che segnerà l’incursione di Villaggio nel cinema d’autore nel corso degli anni: Ferreri, Monicelli, Fellini (appunto), Wertmüller, Avati, Olmi, Nichetti, Salvatores e Archibugi; a questi ha sempre affiancato le partecipazioni in film di genere firmati da grandi maestri come Salce o Corbucci.

4) Cari fottutissimi amici (Mario Monicelli, 1994)

Villaggio e Monicelli avevano cinematograficamente già collaborato insieme nel 1970 con Brancaleone alle Crociate, fortunato sequel del capolavoro monicelliano. In quest’ultimo il comico genovese tornava a calarsi nei panni di un personaggio tedesco, sfruttando quella comicità fisica, cinica, scorretta, grottesca e crudele tipica del Professor Kranz. Anni dopo, i due tornano a collaborare insieme sul set di un film malinconico, una sorta di omaggio amarcord e on the road a un’Italia spazzata via dalla Seconda Guerra Mondiale e ricostruita sulle ceneri di quest’ultima. A dispetto del titolo, simile al grande successo del filone di Amici Miei, Monicelli cerca subito di prenderne le distanze: «Niente a che vedere con Amici Miei. Semmai è più vicino all’Armata Brancaleone

«Il film è un inno alla giovinezza, all’amicizia, alla libertà», aggiunge. «Ho scelto Villaggio perché lo conosco da anni e il protagonista Dieci somiglia a lui, che nella vita è sempre pronto a trascinarti in avventure goffe e spericolate, che si risolvono a danno di tutti, ma senza che si perda mai l’allegria e l’ottimismo. Vedrete Villaggio in una vena inedita della sua comicità». Le incursioni di Villaggio in generi ben lontani dalla comicità “nuda e cruda” sono numerosi: si possono citare a tal proposito Denti di Gabriele Salvatores, Palla di Neve di Maurizio Nichetti, Camerieri di Leone Pompucci, Un Bugiardo in Paradiso di Enrico Oldoini e Io Speriamo che me la Cavo di Lina Wertmüller, tutti interpretati negli anni ’90.

3) Alla mia cara mamma… (Luciano Salce, 1974)

Liberamente tratto dall’opera teatrale di Rafael Azcona e Luis Berlanga, Nel giorno dell’onomastico della mamma, il film è una commedia nera cinica, grottesca e surreale camuffata da fiaba gotica, capace però di relazionarsi con disinvolta intelligenza con temi scabrosi come il sesso, il rapporto morboso madre-figlio e la psicanalisi delle pulsioni. Il sodalizio da Paolo Villaggio e Luciano Salce è stato uno dei più lunghi e complessi della cinematografia italiana, soprattutto perché il regista – a parte la parentesi di Fantozzi – ha cercato di sfruttare il talento più “drammatico” del comico genovese, quello legato al cinismo tipico di un certo tipo d’umorismo proveniente dal Nord Italia.

Quella vena crudele e sadica, quell’ingenuità sfruttata e sfruttabile sono in potenza le premesse di Fantozzi (1975), Il Secondo Tragico Fantozzi (1976), Il… Belpaese (1977), Professor Kranz Tedesco di Germania (1978) Dove Vai in Vacanza? (Ep. Sì Buana, 1978) e Rag. Arturo De Fanti, bancario precario (1979), tutte opere che vedono la coppia regista-interprete (e, all’occorrenza, entrambi autori) coinvolta in prima linea. Alla mia cara mamma nel giorno del suo compleanno è precedente al successo di critica riscosso con Fantozzi, ma ha comunque sfruttato l’onda d’urto suscitata dall’uscita del film nelle sale.

paolo villaggio

2) Fantozzi (Luciano Salce, 1975)

È, sicuramente, l’incarnazione più famosa di Villaggio; la maschera più difficile da togliere, quella che l’ha contraddistinto fino alla fine e che ha – in qualche modo – vincolato la sua carriera negli anni ’80, influenzandone in modo indelebile la vis e il potenziale comico. Il Ragioniere Fantozzi, il mega-super direttore galattico, il servilismo grottesco e irrecuperabile, i congiuntivi sbagliati, le feste aziendali, gli amori segreti e le attenzioni rivolte alla Signorina Silvani, eterno oggetto del desiderio; i colleghi, il ragionieri Filini e il geometra Calboni, le partite tra scapoli e ammogliati, Franchino, il pesce-ratto, i tragici campeggi, un varo della nave impossibile, Ivan il Terribile, gli effetti della birra, il cineforum con la Corazzata Kotionkin del maestro Einstein, e poi Pina e Mariangela, la terribile figlia, fino agli autobus presi letteralmente in corsa, gettandosi a peso morto sulla tangenziale.

Tutti elementi che ormai appartengono alla mitologia cinefila. Dettagli di un universo imprescindibile che ha segnato l’immaginario pop italiano, grazie a una doppia intuizione geniale di Villaggio (quando creò le avventure letterarie del ragioniere e poi il loro corrispettivo televisivo, narrato ovviamente in terza persona) e di Salce, raffinato interprete degli anni del boom, capace di cogliere con sardonico umorismo le contraddizioni dei tempi moderni trasportandole sul grande schermo con questo stile da fumetto, ispirandosi alle stripes di Tex Avery e a quella dimensione piatta e bidimensionale tipica dei fumetti, in particolare del nostrano Corriere dei Piccoli. Tutto il resto è ormai storia, antropologia, sociologia, mito, ricezione, fruizione e massmediologia.

1) Io speriamo che me la cavo (Lina Wertmüller, 1992)

L’interpretazione più sorprendente, memorabile, toccante e commovente di Paolo Villaggio, quella che ha ridefinito il nostro immaginario collettivo ma soprattutto la nostra percezione dei comici al cinema proprio perché del tutto sorprendente ed inaspettata: Villaggio dà vita al personaggio di Marco Tullio Sperelli, un maestro del Nord in trasferta nel Sud delle contraddizioni conteso tra cruda realtà e malinconico lirismo, un personaggio addirittura non presente nel libro omonimo di Marcello D’Orta.

L’autore si era limitato a raccogliere le esperienze di alcuni bambini di Arzano, in Campania; il risultato finale firmato dalla regista romana è un commovente inno alla speranza, dove solo l’umorismo delicato e contenuto di Villaggio riesce a fare breccia nel complesso cuore del reale, trasformando quella semplice frase che dà il titolo al film in un inno di speranza nel confronti delle innumerevoli difficoltà presentate dalla vita stessa. Il maestro ideale che ognuno di noi ha sempre desiderato.

Ludovica Ottaviani

Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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