La 98ª edizione degli Academy Awards si è conclusa con un chiaro vincitore: Una battaglia dopo l’altra. L’action thriller diretto da Paul Thomas Anderson ha dominato la serata conquistando sei premi Oscar, tra cui miglior film, miglior regia e miglior sceneggiatura non originale, imponendosi come l’opera simbolo di un anno cinematografico fortemente segnato da riflessioni politiche e sociali.
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Ambientato in una versione distopica degli Stati Uniti trasformata in uno stato di polizia, il film – che mescola l’action thriller con il dramma e la black comedy – rappresenta una delle opere più ambizione della carriera di Anderson. Nel ricevere la statuetta per la sceneggiatura, il regista ha spiegato il senso personale del progetto: un film scritto pensando alle “nuove generazioni”.
Anderson ha raccontato di aver voluto chiedere simbolicamente scusa ai propri film per il mondo che gli adulti stanno lasciando loro, ma allo stesso tempo di voler esprimere fiducia nel fatto che saranno proprio i giovani a riportare buon senso e decenza nella società.
Warner Bros. domina, ma il futuro è incerto
A inseguire il trionfatore della serata è stato I peccatori, film diretto da Ryan Coogler, che ha ottenuto quattro premi, tra cui miglior sceneggiatura originale e miglior attore protagonista per Michael B. Jordan. L’attore, visibilmente emozionato durante il discorso di ringraziamento, ha attribuito gran parte del proprio successo al lungo sodalizio artistico con Coogler, con cui ha collaborato in cinque lungometraggi.
Entrambi i film – Una battaglia dopo l’altra e I peccatori – sono produzioni della Warner Bros., che chiude così un anno straordinario al botteghino, segnato anche dal successo di blockbuster come Superman, Un film Minecraft e Weapons. Tuttavia, dietro i festeggiamenti si nasconde una fase estremamente delicata per lo studio.
La società madre Warner Bros. Discovery ha infatti raggiunto un accordo per essere acquisita da Paramount Global per circa 111 miliardi di dollari. Se l’operazione riceverà l’approvazione delle autorità di regolamentazione, potrebbe portare a migliaia di licenziamenti e a nuova ondata di concentrazione industriale in un settore che negli ultimi anni ha già affrontato pesanti riduzioni di personale.
Le interpretazioni premiate
Tra gli interpreti, la statuetta per la migliore attrice protagonista è andata a Jessie Buckley per la sua intensa interpretazione in Hamnet, dove interpreta una madre alle prese con il lutto per la morte degli figlio. Nel suo discorso, Buckley ha sottolineato la coincidenza con la festa della mamma nel Regno Unito, dedicando il premio alla “bellissima e caotica forza del cuore materno”. Il premio come miglior attore protagonista, come detto, è andato a Jordan per I peccatori, dove interpreta due gemelli proprietari di un locale musicale nel Delta del Mississippi.
Tra i non protagonisti, il riconoscimento maschile è stato assegnato a Sean Penn per il ruolo di un soldato razzista determinato a entrare in una società segreta proprio in Una battaglia dopo l’altra. Penn, già premiato in passato per Milk e Mystic River, ha così conquistato il terzo Oscar della sua carriera, entrando nel ristretto gruppo di attori che hanno conquistato questo traguardo (e che include Walter Brennan, Jack Nicholson e Daniel Day-Lewis). Curiosamente, l’attore non era presente alla cerimonia. Il presentatore Kieran Culkin ha ironizzato sulla sua assenza con una battuta: “Non poteva essere qui stasera… o forse non voleva”.
La statuetta come migliore attrice non protagonista è invece andata alla veterana Amy Madigan per il film Weapons, grazie all’interpretazione memorabile di una strega dal trucco spettacolare. Per Madigan si tratta di una vittoria arrivata quarant’anni dopo la sua precedente candidatura agli Oscar per il film Due volte nella vita del 1985. “Sono passati quarant’anni”, ha scherzato sul palco. “Ma questa volta c’è una differenza: questa piccola statuetta d’oro”.
Un Oscar sempre più politico
La cerimonia, presentata per il secondo anno consecutivo da Conan O’Brien, si è svolta in un clima fortemente politicizzato. Non sono mancati, infatti, momenti di satira e interventi esplicitamente militanti.
Tra una battuta e l’altra (le controverse dichiarazioni di Timothée Chalamet sull’opera e il balletto, il fallito tentativo di Netflix di acquisire Warner Bros. Discovery), O’Brien ha fatto riferimento alla situazione politica americana con un commento sarcastico: “L’anno scorso, quando ho presentato gli Oscar, Los Angeles era in fiamme. Quest’anno invece va tutto benissimo!”.
Il conduttore Jimmy Kimmel – che ha presentato l’Oscar al miglior documentario – ha ironizzato sul presidente Donald Trump, scherzando sul fatto che il documentario dedicato alla first lady Melania Trump non fosse tra i candidati. Sul palco si sono moltiplicate anche le prese di posizione su temi internazionali: tra queste quella dell’attore Javier Bardem, che ha dichiarato “no alla guerra e libertà per la Palestina”.
Il premio come miglior documentario è stato assegnato a Mr. Nobody Against Putin, un film che racconta le restrizioni alla libertà di espressione durante la guerra russo-ucraina. Il co-regista David Borenstein ha usato il palco del Dolby Theatre per lanciare un monito contro i pericoli dell’autocrazia, sottolineando come la perdita della democrazia possa avvenire attraverso piccoli atti quotidiani di complicità.
Tra record e nuove rappresentazioni
La serata è stata anche segnata da diversi momenti storici. KPop Demon Hunters, il film più visto su Netflix, ha vinto l’Oscar per il miglior film d’animazione e per la miglior canzone originale con “Golden”. La co-regista Maggie Kang ha sottolineato l’importanza della rappresentazione asiatica nel cinema, definendo la vittoria un segnale per le generazioni future.
Tra i primati della serata spicca anche quello della direttrice della fotografia Autumn Durald Arkapaw, prima donna a vincere l’Oscar per la migliore fotografia grazie a I peccatori. È stata inoltre assegnata per la prima volta la statuetta per il miglior casting, vinta da Cassandra Kulukundis per Una battaglia dopo l’altra, mentre nella categoria dei cortometraggi live-action si è verificato un raro ex aequo tra due film (The Singers e Two People Exchanging Saliva).
Hollywood tra crisi e speranza
La notte degli Oscar 2026 si è svolta in un momento complesso per l’industria cinematografica. Il pubblico più giovane appare sempre più attratto da videogiochi e piattaforme digitali, mentre il botteghino non è ancora tornato ai livelli precedenti alla pandemia.
Inoltre, la cerimonia è stata segnata da un clima di tensione internazionale. L’attenzione globale era rivolta al conflitto in Iran e, a causa di possibili minacce di attacchi con droni, la sicurezza di Los Angeles è stata ulteriormente rafforzata, con controlli serrati, unità cinofile sul red carpet e elicotteri in sorvolo.
Nonostante tutto, nel suo monologo conclusivo Conan O’Brien ha ricordato il significato più profondo della serata: celebrare il cinema come spazio di collaborazione globale. Film provenienti da 31 paesi e 6 continenti hanno partecipato alla competizione, dimostrando che, anche in tempi turbolenti, l’arte resta uno dei pochi luoghi capaci di unire culture e visioni diverse.
In un mondo attraversato da conflitti e incertezze, Hollywood prova dunque a ribadire il valore della creatività collettiva. Non perché tutto vada bene, ma perché – come ha suggerito il conduttore – continuare a creare significa anche continuare a sperare in un futuro migliore.


