Verso la notte degli Oscar 2020, tra candidati e possibili vincitori

scritto da: Diego Battistini

Difficile pensare che ci sia ancora qualcuno disposto a credere che l’assegnazione dei premi Oscar rifletta la qualità dei film prodotti e distribuiti in un determinato anno, così come la qualità delle maestranze che vi hanno preso parte (registi, attori, direttori della fotografia, ecc.).

Basta passare in rassegna i vincitori delle edizioni passate per rendersi conto che le premiazioni si basano principalmente su leggi che tengono conto di talmente tante cose (il sentiment del pubblico verso un dato film o un dato attore, il successo pregresso dell’opera sul mercato nazionale e internazionale, il significato politico di un film, lo sforzo produttivo, ecc.), che a volte le qualità intrinseche di un’opera o di una performance finiscono per passare in secondo piano.

Forse sarebbe chiedere troppo a un premio contraddistinto da un insieme di votanti assai ampio e diversificato (come noto, hanno diritto di voto tutti gli iscritti all’Academy of Motion Picture Arts and Sciences, che conta ad oggi più di 6.000 persone), e che è anticipato da una vera e propria campagna elettorale in cui produttori e distributori fanno di tutto pur di far sì che i votanti vedano e apprezzino il loro film (ricordate, ad esempio, il tour di Paolo Sorrentino negli Stati Uniti per presentare La Grande Bellezza prima dell’edizione del 2014?).

Per un film, inoltre, aggiudicarsi più statuette possibili non significa solo garantirsi memoria eterna (anche se la storia insegna: non è sempre così!). Per i produttori e, in seconda istanza, per i distributori di un film che trionfa (o che si porta a casa alcuni dei premi più significativi), la vittoria non coincide solo con il riconoscimento – certamente gratificante – ad uno sforzo produttivo e artistico, ma anche con la possibilità di rimpinguare i guadagni rilanciando nuovamente il film nelle sale, così da offrigli una vera e propria “second life”.

1917

Quest’ultimo è un po’ anche il motivo per cui le candidature per il “Miglior Film” sono passate da 5 a 9, in modo tale da offrire la possibilità alle case di distribuzione di apportare (su cartelloni e trailer) l’accattivante copy: “Candidato a…”. Il rischio dell’operazione naturalmente è inserire titoli oggettivamente impresentabili, e che naturalmente non hanno alcuna possibilità effettiva di aggiudicarsi l’ambito riconoscimento.

Comunque è bene specificare fin da subito che i premi Oscar non sono mai stati assegnati basandosi esclusivamente sulla meritocrazia. Basta scorrere velocemente i vari vincitori che dal 1929 ad oggi hanno conquistato le ambite statuette per rendersene conto, o magari intraprendere il percorso opposto: elencare coloro che, sebbene meritandoselo in più occasioni, il premio non l’hanno mai vinto. Da questo punto di vista, è fin troppo facile citare i vari Stanley Kubrick, Orson Welles (né come regista, né come sceneggiatore, né come attore!), Terrence Malick… e ci limitiamo solo ai registi, perché la lista degli esclusi eccellenti è davvero notevole, e riguarda tutte le categorie.

Già alla fine degli anni ’20 il premio nacque per celebrare un’industria (non solo culturale) portante per l’economia degli Stati Uniti. Chissà, forse per certi versi i premi contribuirono ad alimentare il mito di Hollywood, con i suoi divi impeccabili che ben presto divennero icone culturali, oltre che cinematografiche: i vari Humprey Bogart, Marylin Monroe, Audrey Hepburn, ecc. Di fronte, poi, al cinema contemporaneo – in modo particolare quello americano, per certi versi incapace a raccontare storie “nuove” -, si ha sempre più la sensazione che quello che ogni anno va in scena ad Hollywood altro non sia che un’autocelebrazione del cinema statunitense in cui, oltretutto, film, registi e attori stranieri (a meno che non siano stati “americanizzati”, ma su questo ci torneremo tra un po’..) sono relegati il più delle volte ai margini (leggi alla voce: “Miglior Film in Lingua Straniera”), salvo rari casi.

Come ogni anno, anche questa 92esima edizione dei premi Oscar – ci scommettiamo? – sarà contraddistinta dalle polemiche. Una prima, anzi, è già stata mossa nel momento in cui sono state rese pubbliche le nomination: l’esclusione di Greta Gerwig (Piccole Donne) dalle nomination per la “Miglior regia”. Certo, non si possono candidare tutti coloro che sono meritevoli di ricevere quantomeno il riconoscimento della nomination, ma non si sa per quale motivo quando c’è da escludere qualcuno è (quasi) sempre una donna a farne le spese.

Polemiche pre-assegnazione a parte, quali saranno effettivamente i film protagonisti ai prossimi premi Oscar? Le “anticamere” dei Golden Globes e dei BAFTA (gli Oscar britannici) hanno fatto emergere con prepotenza la possibilità di trionfo di 1917 di Sam Mendes, film bellico che si avvale di una messa in scena spettacolare e risponde a quell’idea di kolossal che tanto piace ai votanti dell’Academy (senza considerare anche l’aspetto tecnico legato al film, sicuramente d’impatto).

Il salire delle quotazioni del film di Mendes è inversamente proporzionale al ribasso di quelle di Joker di Todd Philips, fino a qualche mese fa tra i pretendenti più agguerriti per aggiudicarsi l’ambita statuetta. Poche chance, invece, sembrano avere gli altri nominati: troppo intelligente e “indie” (da un punto di vista spirituale, non certo produttivo) Jojo Rabbit di Taika Waititi per replicare un’exploit in stile La Vita è Bella di Roberto Benigni; troppo femminista Piccole Donne; troppo “fuori tempo massimo” The Irishman, di gran lunga il film migliore tra quelli in nomination (insieme a Parasite di Bong Joon-ho), film emblema di un cinema che non c’è più, realizzato da un manipolo di mostri sacri la cui aura di leggenda li rende poco appetibili per i vili premi materiali dello swowbiz contemporaneo.

E se sempre Sam Mendes appare favorito – in questo caso giustamente (almeno a parere di chi scrive) – per aggiudicarsi il premio come miglior regista (per Martin Scorsese vale un po’ il discorso fatto sopra), più combattuta sembra essere l’assegnazione degli altri premi: ad esempio quelli relativi alle sceneggiatura. Per quanto riguarda la “Miglior Seneggiatura Originale”, Tarantino non pare avere rivali (perché è Tarantino o perché la sceneggiatura di C’era una volta a Hollywood è davvero così impeccabile? Ai posteri l’ardua sentenza, ma è bene ricordare che l’aspetto più “innovativo” dello script del buon Quentin – il cinema come universo creativo capace di presentare storie parallele e modificare la “Storia” – è mutuato da Bastardi senza gloria). Peccato, perché meriterebbe più attenzione il lavoro compiuto da Noah Baumbach per il suo Storia di un Matrimonio, storia dolorosa (oltretutto scritta rielaborando un proprio fallimento sentimentale) caratterizzata da dialoghi estremamente realistici.

Forse maggiore indecisione aleggia sul premio per la “Miglior Sceneggiatura Non Originale”. L’ottimo copione scritto da Steven Zaillian per The Irishman è infatti insidiato dalla spumeggiante trasposizione del romanzo di Christine Leunens “Come semi d’autunno”, a firma di Taika Waititi (JoJo Rabbit, naturalmente), che oltretutto ha vinto il premio ai recenti WGA Awards (i premi assegnati dal Writers Guild of America West e Writers Guild of America East), o magari dalla rilettura del romanzo Piccole Donne di Louisa Mary Alcott proposta da Greta Gerwig, che in tal modo sarebbe anche risarcita per l’esclusione dalle candidature relative alla miglior regia.

jojo rabbit

E per quanto riguarda invece gli attori? La statuetta come “Miglior Attore Protagonista” sembra destinata (giustamente) a finire tra le mani di Joaquin Phoenix per Joker. Non sarebbe certo un’ingiustizia, dato che l’attore statunitense (già candidato altre 3 volte in passato, e mai vincitore) è stato spesso snobbato dall’Academy, forse per il suo essere un po’ borderline e meno accondiscendente ai riflettori come altri suoi colleghi. Non basteranno le ottime prove di Antonio Banderas (Dolor y Gloria) e Adam Driver (Storia di un matrimonio) per cambiare una storia che appare già scolpita sulla pietra. Diversa invece la situazione del premio per la “Miglior Attrice Protagonista”. Tutto farebbe supporre che sarà Reneé Zelwegger (Judy) a spuntarla, anche perché la sua interpretazione della star del cinema Judy Garland non solo è eccezionale ma potrebbe indurre i giurati ad omaggiare anche il personaggio, oltre che l’interprete. A qualche preferenza di distanza seguono invece Scarlett Johansson per Storia di un Matrimonio e la giovane Saoirse Ronan per Piccole Donne.

La vittoria ai Golden Globes e ai BAFTA fa di Brad Pitt (C’era una volta a Hollywood) il favorito per quanto riguarda la categoria “Miglior Attore Non Protagonista”. Forse più cool che indimenticabile, la performance del divo ha divertito il pubblico e sicuramente colpito anche i tanti amici che lo potranno votare. Certo, se dovesse essere privilegiata la prova attoriale in sé, allora il premio dovrebbe andare di diritto ad Al Pacino per la sua caratterizzazione (scoppiettante) di Jimmy Hoffa in The Irishman, ma Pitt non ha mai vinto l’ambito premio e anche le leggi del mercato sembrano dire che sarà lui a spuntarla. Ancora una volta più combattuta invece la stessa categoria, però al femminile, quella di “Miglior Attrice Non Protagonista”. Tra Kathy Bates, candidata per la sua misurata interpretazione in Richard Jewell, e Laura Dern (Storia di un Matrimonio), potrebbe però spuntarla Scarlett Johansson per Jojo Rabbit, specie se non dovesse vincere la statuetta come miglior protagonista.

Salvo colpi di scena dell’ultimo minuto, quello per il “Miglior Film in Lingua Straniera” è un copione già scritto. Ad aggiudicarselo sarà Parasite di Bong Joon-ho, le cui qualità dovrebbero riuscire a scalzare anche l’amato (dall’Academy) Pedro Almodovar con il suo Dolor y Gloria e anche il francese I Miserabili di Ladj Ly (da noi in uscita a marzo). Come spesso succede, anche quest’anno l’Italia è stata esclusa non solo dalla cinquina finale, ma anche dalla “long list” che funge un po’ da preselezione. L’estromissione testimonia certamente lo scarso appeal del cinema di casa nostra negli States, ma ancora di più una “svista” (usiamo questo eufemismo) dei selezionatori italiani nel preferire Il Traditore di Marco Bellocchio al forse più emotivo La Paranza dei Bambini di Claudio Giovannesi, quest’ultimo oltretutto supportato dalla fama di Roberto Saviano (dal cui omonimo libro il film è tratto) e dalla vittoria dell’Orso d’argento per la miglior sceneggiatura al Festival di Berlino dello scorso anno.

parasite

Concludiamo con due ulteriori considerazioni. La prima riguarda il premio per la “Miglior Fotografia” e il candidato che ha maggiori chance di vittoria: Roger Deakins. Sarebbe pressoché impossibile premiare l’operato di Mendes senza considerare che da un punto di vista visivo l’apporto del direttore della fotografia (o “autore della fotografia”, come piaceva dire giustamente a Vittorio Storaro) è stato fondamentale per rendere veramente immersiva per gli spettatori l’esperienza di 1917. Basterebbe la sequenza notturna del film, con la sua luminosità espressionista, per non avere dubbi su di chi dovrebbe avere quel premio (e sarebbe, per Deakins, “solo” il secondo).

La seconda invece è dedicata al premio per il “Miglior Film d’Animazione”. In anno in cui Disney/Pixar non la fanno da padrone – per quanto ottimo, Toy Story 4 non è ai livelli dei capolavori a cui lo studio ci ha abituati – di veri favoriti non ce ne sono. Per tale motivo spezziamo una lancia a favore di un piccolo gioiello prodotto da Netflix, il francese Dov’è il Mio Corpo?, storia struggente che dimostra una volta di più la vitalità della scuola d’animazione francese e che meriterebbe davvero di aggiudicarsi l’ambito premio per acquisire la giusta visibilità a livello internazionale.

Diego Battistini

La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rosssa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)


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