Oscar 2017: tra errori e polemiche anti Trump, un bilancio della serata

scritto da: Ludovica Ottaviani

Nella prima annata con un presidente bianco e le lunghe ombre del protezionismo e dell’isolazionismo pronte ad allungarsi ben oltre i confini degli Stati Uniti barcamenandosi tra muri e bandi, sono l’impegno sociale e politico insieme alle polemiche a dominare la cerimonia degli Oscar 2017.

Condotta dal conduttore, comico, doppiatore e produttore televisivo (un vero factotum dello showbusiness a stelle e strisce) Jimmy Kimmel, la notte delle stelle e del cinema ha visto trionfare Moonlight come Miglior Film (che conquista anche altre tre statuette inclusa quella per il Miglior Attore non Protagonista a Mahershala Ali) battendo il favorito La La Land, che su 14 candidature ha portato a casa le 6 più importanti (tra le quali Miglior Regia, Miglior Attrice a Emma Stone, Miglior Fotografia, Miglior Scenografie, Miglior Colonna Sonora e Miglior Canzone Originale con la malinconia e struggente City of Stars).

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Ma oggi che è ormai lunedì 27 e che, come direbbero proprio gli americani, Elvis Has Left the Building (pittoresca frase idiomatica), è proprio arrivato il momento di tirare le redini di questa lunga nottata e di tracciare un bilancio, tra vincitori, vinti, feriti, resuscitati e polemiche varie ed eventuali che – come sempre – cercano di rianimare una serata che, almeno agli occhi di noi spettatori oltre oceano, appare sempre più fiacca e imbolsita.

Ce lo hanno dimostrato prima le candidature e poi i vincitori annunciati; ma, soprattutto, ce lo ha dimostrato quel grottesco errore tecnico con le buste proprio nel cruciale momento in cui Warren Beatty e Faye Dunaway avrebbero dovuto proclamare non il miglior film, ma “IL” film, quello che più ha incarnato questo anno di cinema appena trascorso. Beatty inciampa claudicante nell’errore tecnico e rimane impantanato nell’imbarazzo e nel disagio dopo aver invitato il cast del film sbagliato a salire sul palco, evocando scene che, alla nostra memoria italica, fanno subito tornare in mente i disguidi da Festival sanremese; con l’unica, piccola, differenza che sono le 6.00 del mattino, i nostri neuroni gridano pietà dopo gli stravizi della lunga diretta e rimpiangiamo con malinconia l’organizzazione impeccabile di Carlo Conti, che forse gioverebbe anche alla seriosa Accademy.

La La Land, il cavallo super favorito alla vigilia, arriva secondo come la Mannoia e tradisce le alte aspettative riposte, forse vittima dell’ennesima discriminazione: in questa annata con 50 sfumature anti Trump e fortemente impegnate a livello civico e sociale non può, in nessun modo, vincere un film che racconta una storia d’amore a ritmo di musica. Hanno la precedenza i drammi umani, i racconti di formazione, le storie di integrazione e immigrazione, i disagi delle periferie e le difficoltà senza tempo che raccontano la vita così com’è, senza nemmeno sforzarsi di cambiare l’obiettivo della macchina da presa.

Il talento del giovane Damien Chazelle è premiato per i virtuosismi stilistici ma non per il coraggio d’aver provato a narrare, attraverso le immagini, i nostri pazzi e nichilisti tempi moderni provando a filtrarli ancora attraverso l’ardita ottica del sogno e della leggerezza di una colorata coreografia, per sfuggire ai confini della grigia realtà popolata di muri e bandi che dividono. E proprio il presidente Donald Trump è stato il grande protagonista della serata, con la sua assenza evocata e bersagliata, con ogni premio consegnato, ogni nominato, ogni battuta, ogni numero programmato per servire un affondo ed esorcizzare lo spettro di una politica che si sta delineando ben lontana dal modello statunitense di Democrazia e Libertà.

Hollywood prende posizione con forza, si schiera ma dimentica il contesto in cui si trova: il palco del Dolby Theatre e la notte più cinefila dell’anno. Il risultato è uno “spettacolo spettacolare” che invece si trasforma in una cerimonia politicizzata ma attraverso la lente deformata di un’enorme bolla di sapone, dove si mandano tweet al vetriolo al presidente ma nel frattempo piovono caramelle sulle teste dei presenti, come in un incubo di Alice nel Paese delle Meraviglie.

Patina e critica hanno costituto il piatto da portata della serata, servite da un Jimmy Kimmel perfetto padrone di casa che gigioneggia con Matt Damon – produttore di Manchester by the Sea – offre ancora dolciumi, invita meravigliati turisti Alpitour della Domenica vittime di uno scherzo ad ammirare da vicino le loro stelle preferite e si comporta da perfetto concierge di questo enorme Grand Hotel Hollywood, facendo avvicendare i numerosi presentatori dei premi sul palco.

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A determinare il respiro irregolare della serata sono le esibizioni live: dal travolgente inizio affidato al candidato Justin Timberlake con la sua “Can’t Stop the Feeling” che ha fatto ballare l’intero Dolby Theatre, passando per le spontanee manifestazioni d’affetto nei confronti di Meryl “sopravvalutata” Streep che si guadagna una standing ovation per la ventesima candidatura; c’è poi Sting che intona le note della toccante ballad The Empty Chair” che fa da colonna sonora al documentario Jim: The James Foley Story accompagnato solo dalla sua chitarra acustica e illuminato da un unico fascio di luce bianca, fino al travolgente medley di John Legend che, sulle note di City of Stars e Audition (The Fools Who Dream) riesce, per un momento, a far danzare tutti nello spazio, per concludere con il tradizionale momento In Memoriam: la voce di Sara Bareilles che intona Both Sides Now di Joni Mitchell accompagna la galleria dei volti di tutti coloro che se ne sono andati durante lo scorso anno.

Membri del mondo dello spettacolo, fatti della stessa stoffa dei sogni, che si sono ricongiunti, alla fine del loro viaggio su questa Terra divisa da muri, barriere e bandi, con le stelle. Almeno finché non è emerso che la bionda e compianta costumista Janet Patterson, celebrata nel video, non era davvero Janet Patterson. Al suo posto, per un tragico errore, è stata inserita una foto della collega, amica e produttrice Jan Chapman, al momento viva, vegeta e sconvolta. E così, il disagio è ricominciato…

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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