Un viaggio verso la monumentalità, una rivoluzione dello sguardo, un’Odissea verso l’Odissea: quella di Christopher Nolan. L’epica greca, il racconto, il mito, la memoria, la parola e infine l’immagine; prima ancora che il cinema potesse esistere, esisteva già il suo bisogno. Quello di tramandare una storia, di trasformarla attraverso la voce di chi la racconta e l’immaginazione di chi la ascolta, di prendere qualcosa di antico, collettivo, apparentemente immutabile e farlo nuovamente proprio. L’epica è stata in fondo una delle prime grandi forme di spettacolo, un’esperienza narrativa capace di raccogliere una comunità attorno ad una voce e di trasportarla altrove. Il cinema non avrebbe avuto ragione di sorgere senza quel desiderio primordiale di ascoltare, vedere e vivere racconti più grandi dell’individuo che li riceve.
Nolan parte proprio da qui. Dall’origine. Non si limita ad adattare Omero, né a convertire un poema antico nel linguaggio del kolossal contemporaneo. Cerca piuttosto di ricostruire attraverso il mezzo cinematografico la potenza originaria dell’atto epico: la sua capacità di dominare lo spazio, di attraversare il tempo, di sommergere chi ascolta dentro un intreccio smisurato. Produce con epicità il racconto dell’epica. La sua regia è tecnicamente impeccabile, controllata, apparentemente inattaccabile, ma non si accontenta mai della perfezione. La esaspera, la ingrandisce, la rende immersiva fino a trasformarla in qualcosa di nuovamente rivoluzionario. Come i canti attribuiti a Omero trasportavano l’ascoltatore attraverso mari sconosciuti, divinità capricciose e mostri inconcepibili, così le immagini di Odissea tentano di annullare la distanza tra racconto e spettatore. Non chiedono semplicemente di essere osservate. Chiedono di essere attraversate.

La pellicola oltre la pellicola: IMAX e 70 mm
Per comprendere la portata dell’operazione è necessario distinguere due termini spesso sovrapposti ma tutt’altro che equivalenti: IMAX e 70 mm. Il 70 mm tradizionale è innanzitutto un formato fotochimico. Le immagini vengono generalmente riprese su negativo largo 65 millimetri e trasferite su una copia positiva da 70, nella quale lo spazio supplementare era storicamente destinato alle tracce sonore. La pellicola scorre verticalmente attraverso la macchina e ogni fotogramma occupa cinque perforazioni, da cui la definizione tecnica di formato 5-perf. Rispetto al comune 35 mm, la superficie disponibile è molto più ampia: aumenta il livello di dettaglio, diminuisce la percezione della grana e l’immagine acquista una solidità, una profondità e una consistenza difficilmente riproducibili attraverso una normale proiezione digitale.
L’IMAX 70 mm, o 15/70, appartiene invece ad un’altra scala. Utilizza sempre una pellicola larga 70 millimetri, ma la fa scorrere orizzontalmente e impiega quindici perforazioni per ogni fotogramma. Così, la superficie dell’immagine diventa circa tre volte superiore a quella del 70 mm tradizionale e quasi dieci volte più grande rispetto al 35 mm. Non è soltanto una questione di definizione: è una diversa concezione dell’inquadratura, dello spazio e del rapporto tra lo spettatore e lo schermo. Nelle sale adeguate il formato può raggiungere il rapporto 1.43:1, sviluppandosi soprattutto in altezza e occupando quasi interamente il campo visivo. L’immagine non sembra più contenuta all’interno di un rettangolo: tende ad oltrepassarlo, a cancellarne i bordi, a trasformare lo schermo in un ambiente. L’IMAX digitale, pur appartenendo allo stesso ecosistema tecnologico e commerciale, non coincide con questo procedimento: sostituisce la pellicola con proiettori digitali, spesso nel rapporto 1.90:1, conservando parte dell’impatto spettacolare ma non l’enorme fotogramma fotochimico del sistema 15/70.
Odissea è il primo lungometraggio narrativo girato interamente con cineprese IMAX a pellicola. Ogni fotogramma nasce dunque all’interno di quel formato gigantesco, attraverso macchine che Nolan ha progressivamente introdotto nel proprio cinema fin da Il cavaliere oscuro e che qui diventano il fondamento dell’intera regia. Per rendere possibile un utilizzo tanto esteso sono stati sviluppati sistemi capaci di attenuare il fragore delle cineprese e soluzioni ottiche che permettessero di avvicinare maggiormente l’obiettivo ai volti degli interpreti. La rivoluzione non consiste quindi soltanto nell’avere più immagine, ma nell’aver trasformato uno strumento tradizionalmente riservato alle sequenze spettacolari in una vera macchina narrativa, capace di filmare con la stessa intensità una tempesta, un esercito, un volto o un silenzio.

Dove vedere Odissea: il 70 mm e l’IMAX in Italia
L’Italia non possiede attualmente sale in grado di proiettare l’IMAX 70 mm 15/70. Il film può tuttavia essere visto in pellicola 70 mm tradizionale in cinque cinema: la Sala Energia PLF dell’Arcadia Cinema di Melzo, il Cinema Quattro Fontane di Roma, il Cinema Lumière di Bologna, il Metropolitan di Napoli e il Cinergia di Conegliano. La Sala Energia rappresenta in questo senso un luogo particolarmente significativo. Non è una sala IMAX, ma un Premium Large Format dotato di uno schermo largo trenta metri, di proiezione 70 mm e di un sistema Dolby Atmos progettato per avvolgere fisicamente lo spettatore. Uno spazio che sembra costruito attorno alla stessa idea di monumentalità perseguita dalla regia di Nolan: non un semplice contenitore nel quale mostrare il film, ma parte attiva della sua percezione.
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Le sale IMAX italiane operano invece attraverso sistemi di proiezione digitale. Sono il Notorious Cinemas di Sesto San Giovanni, l’Happy MaxiCinema di Afragola e gli UCI Cinemas di Orio al Serio, Campi Bisenzio, Porta di Roma, Verona e Genova. Queste strutture consentono di vedere il film all’interno di un ambiente progettato secondo gli standard IMAX, con immagini di grandi dimensioni, geometria della sala dedicata e un sistema sonoro calibrato, ma senza la copia fotochimica 15/70 disponibile soltanto in pochissimi cinema al mondo. Nessuna sala italiana possiede dunque entrambi i formati: da una parte esistono cinema capaci di proiettare il 70 mm tradizionale, dall’altra sale IMAX digitali. La scelta non si riduce necessariamente ad una classifica assoluta: il 70 mm conserva la materia, la vibrazione e la profondità della pellicola; l’IMAX digitale privilegia l’espansione dell’immagine e l’architettura immersiva della sala. Due esperienze differenti che cercano, attraverso strumenti diversi, di avvicinarsi alla stessa ambizione.

Un’Odissea verso l’Odissea
Nolan sembra essere arrivato all’Odissea dopo averla inseguita per tutta la propria filmografia. I suoi protagonisti sono quasi sempre uomini costretti ad attraversare territori che deformano il tempo, la memoria, l’identità e la percezione della realtà. Leonard Shelby in Memento vaga dentro una mente incapace di trattenere il presente e trasforma ogni indizio nella tappa di un ritorno impossibile verso la verità. Dominic Cobb in Inception attraversa livelli sempre più profondi del sogno per ritrovare la strada verso i propri figli, affrontando tentazioni, apparizioni e fantasmi non meno insidiosi delle sirene o delle divinità omeriche. Joseph Cooper in Interstellar abbandona la Terra, supera oceani cosmici e affronta la relatività del tempo nella speranza di tornare a casa. Robert Oppenheimer in Oppenheimer percorre invece un viaggio interiore dentro la conoscenza, il potere e la colpa, condannato a confrontarsi con le conseguenze irreversibili della propria creazione.
Tutto il cinema di Nolan sembra dunque costruito attorno al ritorno. Un ritorno spesso incerto, deformato, forse irrealizzabile. I suoi personaggi partono, si perdono, smarriscono le coordinate attraverso cui riconoscevano il mondo e tentano infine di raggiungere qualcosa che chiamavano casa, pur sapendo che né loro né quella casa potranno essere gli stessi. Ulisse non rappresenta allora una deviazione rispetto alla sua poetica, ma la sua forma originaria, il modello archetipico verso cui ogni film precedente sembrava inconsapevolmente dirigersi. Odissea diventa il culmine di quel percorso: il momento in cui la struttura nascosta del suo cinema incontra finalmente il racconto che, migliaia di anni prima, l’aveva già contenuta.
Per questo un’opera ancora più monumentale aveva bisogno di una forma ancora più monumentale. Le cineprese IMAX sono macchine enormi, pesanti e rumorose, strumenti che sembrerebbero incompatibili con la delicatezza di una recitazione o con la purezza di una registrazione sonora. Eppure è proprio dentro questa contraddizione che il film trova una delle proprie conquiste più impressionanti. Il suono continua ad essere sublime, penetrante, persuasivo. Le voci si impongono, il mare assume un peso fisico, la musica non accompagna semplicemente l’immagine ma la spinge, la precede, talvolta sembra minacciarla. Il fragore del mezzo scompare per lasciare spazio al fragore del mondo rappresentato. La tecnica non viene esibita come un esercizio di potenza, ma assorbita dentro l’esperienza. Non è più possibile distinguere chiaramente dove finisca il racconto e dove cominci il dispositivo che lo rende percepibile.

La sala come approdo
Esiste infine un elemento senza il quale l’operazione rischierebbe di rimanere incompleta: la sala cinematografica. Non soltanto come luogo collettivo, spazio nel quale una comunità si riunisce davanti allo stesso racconto, ma come ambiente capace di modificare profondamente l’esperienza del singolo. Davanti ad uno schermo monumentale, immerso nell’oscurità e raggiunto da un suono che non proviene semplicemente da una direzione ma sembra abitare ogni punto dello spazio, lo spettatore perde gradualmente il controllo delle distanze. Non osserva più il mare da fuori. Ne percepisce la vastità. Non assiste soltanto alla tempesta. Ne avverte il movimento, la pressione, il rumore. La sala non amplifica semplicemente il film: gli permette di compiersi.
È questa la rivoluzione fruitiva cercata da Nolan. In un’epoca nella quale ogni immagine sembra destinata a restringersi, a diventare disponibile ovunque e quindi sempre meno legata ad un luogo preciso, Odissea riafferma con forza il valore della dimensione fisica del cinema. Non per nostalgia, né per una sterile opposizione tra pellicola e digitale, grande schermo e visione domestica. Piuttosto perché alcune opere vengono pensate per costruire uno specifico rapporto tra corpo, immagine e spazio. Sottrarle a quel rapporto significa inevitabilmente trasformarle. La sala torna allora ad assomigliare al luogo nel quale il racconto epico veniva condiviso. Un punto d’incontro tra chi narra e chi ascolta, tra la memoria e la sua rielaborazione, tra qualcosa che appartiene al passato e qualcuno disposto a farlo nuovamente vivere.
Omero affidava il proprio mondo alla voce, al ritmo, alla ripetizione e alla capacità dell’ascoltatore di immaginare. Nolan lo affida alla pellicola, alla luce, alla materia sonora e a superfici tanto grandi da rendere quasi impossibile abbracciarle con un solo sguardo. Cambiano gli strumenti, ma non cambia il desiderio. Quello di essere trasportati dentro una storia e di uscirne soltanto dopo aver attraversato qualcosa. La materia è viva e sconfinata. Si muove davanti agli occhi, invade lo spazio, vibra nel suono e ricorda che il cinema può ancora essere un’esperienza più grande dell’immagine che contiene. Nolan non filma semplicemente l’Odissea: la vive. E nel tentativo di restituirle la monumentalità che le appartiene, porta a compimento anche la propria.


