Nemico Pubblico di Tony Scott: il ladro è entrato, la chiave gliel’abbiamo data noi

scritto da: Giordano Giannini

«L’NSA e l’industria delle telecomunicazioni vanno a braccetto dalla fine degli anni Quaranta. Hanno inquinato tutto. Banche, computer, cellulari, e-mail. Più tecnologia compriamo, più facile sarà tenerci d’occhio: tanto vale dar loro direttamente le chiavi di casa. Huxley e Orwell avevano visto giusto» spiega, laconico, Edward Lyle (Gene Hackman), ex analista di tabulati telefonici, in Nemico Pubblico (‘98) di Tony Scott.

Tutto ciò, appena tre anni dopo la discussa convalida del CALEA (Atto per l’Autorità dell’Assistenza delle Comunicazioni) all’inizio del secondo mandato di Bill Clinton e, fatto più critico, ben sedici anni prima dello scandalo “Datagate” (ossia le rivelazioni di Edward Snowden circa i programmi di sorveglianza di massa). Il fratello minore di Ridley, “Michael Bay dal cattivo umore”, vide quindi non meno lontano degli occhi inglesi succitati firmando, col senno di poi, il solido atto centrale di una personalissima trilogia sul “legno storto dell’uomo americano”, includente The Fan (‘96), parabola sui falsi idoli (sportivi, al caso) e gli effetti che un maniacale culto di essi può sortire, e l’incompreso Domino (‘05), storia vera della figlia trentaseienne dell’attore Lawrence Harvey, del suo sbandamento tanto assurdo quanto tragico, non dissimile da quello di cui fu preda, vent’anni prima, Patty Hearst, con logori bounty killers al posto dell’Esercito di Liberazione Simbionese.

Robert Dean (Will Smith, qui alla sua miglior prova d’inizio carriera) ha tutto quello che un giovane, ben lanciato avvocato civilista, socio di uno fra i più prestigiosi studi di Georgetown (WA), possa sognare: una moglie affettuosa (Regina King), un figliolino, la stima dei clienti, un non scontato equilibrio fra sincerità e dissimulazione. Il successo, tuttavia, gli ha fatto un po’ dimenticare l’attivismo politico degli anni universitari; zelo, viceversa, rimasto in Carla, così si chiama la consorte, e in Daniel Zavitz (Jason Lee), vecchio compagno di corso di entrambi, oggi curatore di un sito di controinformazione ecologista. Caso vuole che la videocamera di Zavitz, camuffata in un’area lacustre protetta, registri l’omicidio di un giudice della Corte Suprema (Jason Robards), noto per le sue riserve circa un imminente decreto sul monitoraggio dei dati privati. Chi si nasconderà dietro il delitto? In che modo le strade di Dean e Zavitz torneranno ad intrecciarsi?

Il ritmo martellante (il difficilissimo montaggio è opera di Chris Lebenzon, fido collaboratore di Tim Burton) e le immagini confuse e fulminee (di Dan Mindel, The Skeleton Key), alla stregua di bagliori allucinogeni, si dimostrano, una volta tanto, sensati nel loro accumulo e, strano ma vero, non distraggono dal messaggio di denuncia del regista. Sui monitors di enti militari e governativi, che tutto captano e squadrano, la distinzione dell’etnologo Augé fra luoghi tradizionali (identitari e storici della comunità urbana), riproduzioni e spazi virtuali (o “non-luoghi”) perde, così, “sensorialmente” di significato: il mondo è diventato esso stesso un “non-luogo”. La Casa (òikos, in greco antico), intesa come luogo di comunione degli affetti e “rifugio” dalla Macchina, è stata violata in ogni orifizio. Più nessuna frontiera, dogana o banale “cantuccio d’ombra” è ormai d’intralcio, a sentire il segretario della Difesa Reynolds (Jon Voight), il quale soggiunge «La sola privacy che esiste è dentro la tua testa… e forse neanche lì». 

Sotto il duplice segno di David Guy Compton e Kenneth Galbraith, Nemico Pubblico mette, dunque, suggello all’ambigua ma non esecrabile “battaglia” di Hollywood negli anni ’90 contro la natura demoniaca del “sistema tecnico”; battaglia iniziata nel ’92 con I signori della truffa e poi proseguita con Rivelazioni (‘94), The Net (‘95), Crimini Invisibili (‘97), The Game (’97). Ad inizio terzo millennio, le filmografie mondiali hanno scritto nuove, disturbanti pagine a riguardo (si pensi a The Bank di Robert Connolly) ma il monito resta uguale: in un’era che “feticizza il controllo” (Gleiberman, ’94), irrefrenabile nel suo progresso tecnico-scientifico, i consueti, secolari “peccati” delle grandi corporazioni – slealtà, brama, spersonalizzazione – acquisiscono nuova forza. Se non vogliamo soccombere bisogna, per quanto possibile, ribellarsi o almeno fare in modo che tale spinta non ci abbandoni mai. Da segnalare, infine, le opprimenti scenografie di Benjamín Fernández (Daylight – Trappola nel tunnel).


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