I 40 anni di Ustica: Il Muro di Gomma e il “cinema d’inchiesta” italiano

scritto da: Diego Battistini

Secondo la maggior parte dei critici, il “cinema d’inchiesta” nella sua variante italiana nasce grazie al regista Francesco Rosi e al suo Salvatore Giuliano, resoconto – per certi aspetti cronachistico – sul celebre bandito siciliano, la cui vita e la cui morte erano ancora all’epoca (il film uscì nel 1962) avvolte nel mistero. Il film dà quindi i natali a un modo di fare cinema che maturerà nel corso degli anni in un vero e proprio genere cinematografico le cui fortune si sono (purtroppo, è il caso di dirlo) dissipate nel corso del tempo, tanto che nella contemporaneità è difficile trovarne degli esempi concreti.

Dopo i fasti degli anni ’70, negli ultimi anni non sono mancate certamente opere che – se vogliamo – derivano da tale genere, ma che gli appartengono fino ad un certo punto: si pensi, ad esempio, a Il traditore di Marco Bellocchio, oppure a Fortapàsc di Marco Risi, dedicato al giornalista Giancarlo Siani ucciso dalla Camorra nel 1985. Si tratta, in questi casi, di opere che vogliono in qualche modo “riesumare” la memoria di brutali carnefici e vittime eroiche le cui disavventure fanno già parte della Storia e da questa sono state giudicate. Solitamente, infatti, quando si parla di “cinema d’inchiesta” si fa riferimento a film che, con indubbio coraggio, raccontano di nervi scoperti, accadimenti di cui ancora conosciamo poco o nulla – un po’ perché troppo vicini a noi, un po’ perché avvolti da un mistero talmente fitto da essere invalicabile.

Un alone di mistero che avvolge, ad esempio, la cosiddetta “Strage di Ustica“, di cui proprio quest’anno ricorre il 40° anniversario. Il 27 giungo 1980, a largo della Sicilia, precisamente nei pressi dell’Isola di Ustica, un aereo di linea DC-9 della compagnia Itavia partito da Bologna e diretto da Palermo precipita nel Mar Tirreno, causando la morte di 81 persone: 4 componenti dell’equipaggio e 77 civili. Si parla inizialmente di un cedimento strutturale, ma le indagini e le inchieste giornalistiche realizzate nei mesi e negli anni successivi porteranno ad altre (sconcertanti) ipotesi, ma non a una verità univoca.

Si parlò di un ordigno esplosivo, stipato nell’areo, ipotesi che però decadde fin da subito – anche se in molti continueranno ad avvallarla – dato che il DC-9 partì da Bologna con 2 ore di ritardo (la bomba, quindi, avrebbe dovuto deflagrare ben prima). Si arrivò poi a supporre che se un’esplosione vi fu in volo, questa non avvenne all’interno, bensì all’esterno del velivolo, alimentando così l’ipotesi che un missile fosse la causa del disastro aereo. Seguendo questa pista, si scoprì che proprio la sera del 27 giugno i cieli italiani furono luogo di un’intesa attività aerea determinata da un’esercitazione della Nato, senza contare il rinvenimento (avvenuto solo il 18 luglio dello stesso anno) di un aereo militare libico (precisamente, un Mig) precipitato misteriosamente sulla Sila, in Calabria, forse abbattuto da un altro aereo militare nemico (si presume americano) proprio il giorno della strage (è doveroso ricordare che, in quegli anni, il presidente libico Ghedafi era il nemico n° 1 dell’Occidente, un personaggio quindi molto scomodo).

Avvenimenti che naturalmente indussero la stampa e sopratutto gli inquirenti a domandarsi se l’incidente del DC-9, ormai non più ritenuto tale, fosse da imputare proprio a un errore da parte delle forze militari (non tanto italiane quanto francesi e americane) impegnate nella suddetta esercitazione. Tante domande, anche qualche indizio, molteplici supposizioni, ma nessuna risposta concreta. E una risposta non pervenne neppure quando fu deciso – con estremo ritardo, anche a causa delle oggetti difficoltà ambientali – di recuperare il rottame del DC-9 tra il 1987 e il 1992. Ancora oggi, le domande che tutti noi ci poniamo sono le stesse che si posero i nostri nonni e genitori 40 anni fa: che cosa accadde effettivamente al DC-9? E ancora, perché tutto questo increscioso silenzio “statale” dietro tale accadimento?

A distanza di quasi mezzo secolo, una risposta non è ancora stata data. Tante ipotesi, più o meno concrete, e sopratutto un “muro di gomma” da parte dello Stato che ha sempre respinto scandalosamente ogni tentativo di creare un varco che mostrasse anche solo un briciolo di quella verità tanto agognata dall’opinione pubblica. È a questa metafora che fa riferimento il titolo del film che Marco Risi ha dedicato alla strage di Ustica: Il muro di gomma, appunto. Non propriamente un istant movie – il film è del 1991 -, ma certamente uno degli esempi più fulgidi e critici del cosiddetto “cinema d’inchiesta” italiano.

Il Muro di Gomma è una visione imprescindibile

Ispirato alle inchieste dell’allora inviato del “Corriere della Sera” Andrea Purgatori (anche sceneggiatore insieme a Stefano Rulli e Sandro Petraglia), il film racconta il drammatico evento e i suoi pluriennali strascichi attraverso gli occhi del giovane cronista Rocco (Corso Salani), al quale, dopo poche ore dalla strage, un confidente che lavora allo scalo aereoportuale di Ciampino confessa che non si è trattato di un incidente, ma che l’aereo – testuali parole – “è stato buttato giù”. Inizia così, per Rocco, un viaggio dentro a un mistero che naturalmente rimarrà insoluto.

Il film di Marco Risi è un’operazione sicuramente interessante, anche se oggi forse non supera a pieni voti la prova del tempo, specie per quanto riguarda qualche scelta stilistica (vedi la recitazione degli attori) un po’ troppo debitrice di un’estetica prettamente televisiva. Si tratta però di “pecche” che, nel complesso, non inficiano l’essenza e soprattutto l’importanza di un film nato prima di tutto da un profondo senso di giustizia nei confronti delle vittime e dei loro familiari.

Non dà risposte, il film di Risi. Certamente avvalla le ipotesi di una tragica fatalità ma non si abbandona ad alcun convincimento rispetto agli eventi narrati. Diversamente da un’altra pellicola dedicata all’incidente, la più contemporanea (e tonitruante) Ustica di Renzo Martinelli dove viene data per certa l’ipotesi della collisione tra il DC-9 e un caccia americano impegnato in una battaglia volante con il Mig libico, Il muro di gomma sembra mosso, più che dalla volontà di trovare a tutti i costi una risposta, dal tracciare con la maggior obiettività possibile una panoramica sulla Storia dell’inchiesta sul DC-9 e su come il giungere a ogni possibile verità sia stato compromesso da chi avrebbe invece dovuto lottare per ottenerla: lo Stato italiano, in primis, la politica e i suoi rappresentanti, oltre naturalmente al corpo dell’aeronautica militare (che prese le distanze dal film in occasione della sua presentazione al Festival del Cinema di Venezia), le cui alte cariche diedero vita a un increscioso siparietto contraddistinto da gravi bugie ed omissioni.

Rivedere oggi il film di Risi, oltretutto in concomitanza con l’anniversario del tragico evento, è importante sotto due punti di vista. Innanzitutto, da un punto di vista prettamente storico, perché Il muro di gomma è una visione imprescindibile, anche se naturalmente le indagini circa il tragico avvenimento negli anni sono andate avanti e hanno portato alla luce aspetti all’epoca non conosciuti (come visto, quando il film uscì ancora non tutte le parti del velivolo inabissato erano state riportate in superficie): perché è un film che ci racconta di una pagina oscura della Storia dell’Italia contemporanea che non possiamo permetterci di dimenticare, anche solo per doveroso rispetto nei confronti di chi ancora sta cercando (più di altri) una risposta: i parenti delle vittime, naturalmente.

Vi è però, come detto, anche un secondo aspetto da prendere in considerazione, questa volta più strettamene cinematografico. Il film di Risi, infatti, visto oggi – al di là dei limiti di cui si è detto sopra – può essere visto come un modello del/per un “cinema d’inchiesta”, un cinema che solleva dubbi, che non parte da risposte consolidate ma le cerca e contemporaneamente vuole portare a galla la verità e stimolare gli spettatori perché la memoria di certi eventi non si disperda nel tempo. È un cinema non solo impegnato, ma “eticamente impegnato”, che al di là di qualche concessione allo spettacolo –  nel caso del film di Risi, si pensi alla sottotrama “rosa” che riguarda i problemi amorosi di Rocco con la fidanzata Anna – è concentrato sull’evento che racconta, non avendo oltretutto paura di schierarsi e prendere una posizione, anche se impopolare.

Un modello che il cinema di fiction italiano potrebbe recuperare, anche se non sembra (ormai da anni) una priorità per la nostra cinematografia. I temi scottanti sembrano spesso “relegati” al cinema documentario, forse a causa di quel luogo comune (privo di qualsiasi fondamento storico-critico) secondo cui la forma documentaria offrirebbe allo spettatore una maggiore dose di “oggettività”. Così, ad oggi, come detto anche all’inizio di questo articolo, i film italiani appartenenti a questo genere sono assai pochi. Si tratta di opere sporadiche che non hanno mai avuto l’ambizione di aprire la strada a un “ritorno di moda”, ma che comunque rappresentano espressioni valide del genere.

La forza de Il Muro di Gomma persiste ancora oggi

Solo per fare due esempi, pensiamo a Il divo di Paolo Sorrentino, che oltretutto ci presenta grazie alla sensibilità del suo autore una lettura inedita del personaggio Andreotti e di una manciata di anni cruciali della storia italiana; ma pensiamo anche a un film decisamente meno inflazionato, ma non per questo meno valido: Il gioiellino di Andrea Molaioli, regista che oltretutto ha sempre dimostrato di avere a cuore il cinema di genere, come testimonia anche la sua opera prima, La ragazza del lago, un inedito noir.

Nel caso de Il Gioiellino, forse il film italiano degli ultimi anni (è comunque uscito nel 2011) più propriamente assimilabile al “cinema d’inchiesta”, ci troviamo di fronte a un’opera che ricostruisce in maniera efficace il caso Parmalat, non limitandosi a romanzare ma cercando di trascinare lo spettatore  dietro le quinte di un crack finanziario che ha segnato l’economia del nostro paese; una narrazione incisiva,  depotenziata forse solo dalla scelta (discutile, ma certamente finalizzata ad assicurarsi le giuste garanzie da un punto di vista legale) di utilizzare pseudonimi al posto dei nomi reali dei protagonisti: così la Parmalat diventa la Leda, mentre dietro l’imprenditore (fittizio) Amanzio Rastelli si nasconde il vero Callisto Tanzi, e così via.

Ed è strano che in anni in cui la critica si è spesa per chiedere alla cinematografia italiana un ritorno al cosiddetto “cinema medio” prima (quello che fa incassare tanti soldi, ma che non necessariamente è disprezzabile) e al cinema di genere dopo, il cinema italiano pur diversificandosi notevolmente rispetto a qualche anno fa non sia riuscito a recuperare (o non abbia voluto recuperare?) anche una delle sue più fertili anime, che l’ha reso celebre anche all’estero (oltre ai film di Rosi, si pensi anche alle pellicole di Giuliano Montaldo e Giuseppe Ferrara, solo per fare altri due esempi).

Ha recuperato anzi forme “estranee” (non che questo sia un male) alla sua storia, come testimoniano Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti, Il ragazzo invisibile di Gabriele Salvatores, e l’action sperimentale Ride di Jacopo Rondinelli, ma al contempo ha scelto deliberatamente di non tornare sui propri passi, di non recuperare forme del racconto che – come detto – lo avevano sempre contraddistinto e che – mutuate ad un’estetica contemporanea – potrebbero rivelarsi importanti per raccontare l’Italia e (perché no?) i suoi misteri da un’altra prospettiva.

Una prospettiva storico-critica, prima di tutto, ma anche morale, come testimonia anche il film Il muro di gomma di Risi, la cui forza a distanza di anni persiste ancora oggi intatta. Un film, quindi, che andrebbe riscoperto e rivisto oggi più che mai, dato l’anniversario del tragico evento a cui dedicato; ma anche un’opera che sempre oggi andrebbe riscoperta per l’insegnamento e l’ispirazione che può infondere al nostro cinema. Certo, ci vorrebbero registi coraggiosi come Marco Risi – a cui ha certamente giovato l’insegnamento del padre Dino Risi, grande autore del cinema italiano del dopoguerra – ma chissà che tra le nuove leve che oggi faticano a farsi conoscere dai produttori e dal grande pubblico non si nasconda un regista fatto della stessa pasta. Un regista che magari, come Marco Risi con Il muro di gomma, avrà il coraggio di utilizzare la macchina da presa per raccontare storie scomode capaci di indignare (nel senso positivo del termine) lo spettatore. In fin dei conti, sperare non costa nulla.

Diego Battistini

La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rosssa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)


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