sabato, Settembre 18, 2021
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Moulin Rouge! di Baz Luhrmann: una storia che parla d’amore

Moulin Rouge!, il film diretto nel 2001 da Baz Luhrmann, con Nicole Kidman ed Ewan McGregor, compie 20 anni. Celebriamo insieme l'amore!

Moulin Rouge!, il musical cult firmato da Baz Luhrmann con protagonisti Nicole Kidman, Ewan McGregor, John Leguizamo, Jim Broadbent e Richard Roxburgh ha spento venti candeline, superando ufficialmente la maggiore età e dimostrando che si può invecchiare bene con passione, fascino e gusto… proprio come il buon vino.

Un vino rigorosamente rosso, come rosso è il desiderio ardente, i capelli della stella di punta del Moulin Rouge Satine, i colori delle scenografie tra le quali si muovono – e volteggiano – i personaggi, i cotumi dalla ricca foggia che richiamano l’oriente misterioso, quando Christian compone per Satine – e per Zidler – l’opera definitiva per mettere in salvo il famoso locale, sottraendolo alle grinfie del perfido Duca, costantemente rosso di rabbia. Ma il rosso è, infine, soprattutto il colore dell’amore che lega in modo indissolubile – e a doppio filo – i due tristi amanti protagonisti, consegnandoli all’immortalità di una locandina e della Settima Arte.

Indubbiamente, il film di Luhrmann Moulin Rouge! ha plasmato l’immaginario ideale di un’intera generazione, convinta che le canzoni sulle quali duettavano gli splendidi protagonisti – Nicole Kidman (The Undoing) ed Ewan McGregor (Halston) – fossero quasi delle composizioni originali (non delle canzoni-juke box); che la storia narrata fosse la quintessenza della love story su grande schermo, tormentata e devastante come nella Traviata di Verdi o in una pucciniana Bohème in chiave iper-pop, che la coppia Kidman-McGregor fosse la più bella – e meglio assortita – del mondo e infine che in Moulin Rouge! si annidasse la risposta segreta all’annosa domanda: che cos’è l’amore?

Uscito nel 2001, il film compie proprio quest’anno vent’anni: ma, nonostante il compleanno “impegnativo” e il rischio costante di tradire le aspettative del pubblico invecchiando male, l’opera non sembra aver subito minimamente lo scorrere del tempo, presentandosi sempre nella sua veste più sfavillante e opulenta, un’overdose visiva per il piacere retinico dello spettatore che non può restare indifferente di fronte agli spettacolari numeri coreografici, alla potenza emotiva di una storia tanto semplice quanto efficace ed archetipica, alla presenza – nella original soundtrack – di canzoni talmente famose capaci di far breccia nel cuore – e nell’iPod – dei millennial, regalando una seconda stagione di gloria a standard dimenticati quanto a grandi capolavori della musica pop e rock, trasformandoli in veri e propri inni per il weekend (in compagnia).

Se passiamo in rassegna i musical contemporanei realizzati dagli anni ’70 ad oggi, forse nessuno – o quasi – ha avuto la forza (e la sfrontatezza) di essere così classico e moderno allo stesso tempo, furbo e rivoluzionario nelle scelte adottate sullo schermo.

“There was a boy, a very strange enchanted boy”

Questo perché Baz Luhrmann, regista australiano, ha dimostrato il proprio talento visionario e rutilante fin dalla sua prima regia, quel Ballroom – Gara di Ballo (1992) che già affondava le radici nel ballo coreografico e nella ricerca spasmodica dell’effetto visivo stupefacente, capace di ammaliare lo spettatore trasportandolo fin nel cuore dello “spettacolo spettacolare”, quello show mastodontico dal quale è impossibile scendere in corsa, come in una travolgente giostra impazzita.

E il gusto eclettico ed iperbolico di Luhrmann per le contaminazioni iper-pop e scenografiche lo ha portato a rimaneggiare quel classico del repertorio shakespeariano che è Romeo e Giulietta: una storia d’amore – preludio all’argomento chiave che dominerà in futuro l’intera filmografia del regista – dall’estetica anni ’90, eccessiva, decadente e dall’insospettabile spirito grunge che ben immortalava l’istantanea di una “generazione perduta” al bivio tra il vecchio e il nuovo secolo.

Con Romeo + Giulietta di William Shakespeare il regista australiano lanciò così Leonardo DiCaprio come sex symbol bello, dannato e romantico per teenager, trasformandolo nella futura icona da riprodurre all’infinito (secondo la lezione di Warhol) su cuscini e t-shirt; ma allo stesso tempo regalò al pubblico una versione contemporanea del Bardo, senza tradirne lo spirito ma rivoluzionandone l’estetica in modo radicale, tra spiagge californiane, rivalità tra uomini d’affari, pistole, camicie Acapulco e un vistoso gusto camp.

Moulin Rouge! è il manifesto del gusto e della poetica del regista australiano, collocandosi appieno in un acme creativo che fa da spartiacque tra un prima – appena illustrato – e un dopo, popolato da grandi melò in salsa Via col Vento (Australia) e, ancora una volta, adattamenti di grandi classici che tradiscono nell’estetica ma non nella forma o nello spirito gli intoccabili originali (Il Grande Gatsby).

“The greatest thing you’ll ever learn is just to love…”

Ma di cosa parla, esattamente, Moulin Rouge! di Baz Luhrmann? Come dichiara lo stesso Christian/McGregor all’inizio e alla fine del film… “è una storia che parla d’amore”. È il sentimento universale il vero motore immobile della vicenda narrata che è un’esile trama da operetta che attinge a piene mani dai drammi strappalacrime che l’hanno preceduta. Un lui incontra una lei; i due si amano in modo sincero e passionale, ma c’è qualcuno (o qualcosa, come in questo caso) che ostacola il loro amore.

Uno dei due alla fine muore, o comunque non possono vivere liberamente il sentimento reciproco che provano. Niente di nuovo sotto il sole di Hollywood, ma alle volte sono proprio gli spunti narrativi semplici, universali e archetipici a rivelarsi vincenti: basta aggiungere qualche nuovo dettaglio, farsi ispirare e lasciarsi suggestionare da qualche precedente più illustre, scegliere l’atmosfera adatta e creare un cortocircuito tra i generi per realizzare un prodotto nuovo, dall’impatto post-moderno ma dall’anima rigorosamente classica.

Moulin Rouge! è un musical: la classica storia d’amore appassionata ma infelice si trasforma in un tripudio di numeri coreografici e canzoni che non sono composte appositamente per il film, ma vengono “rubate” a piene mani dalle classifiche dei migliori anni della nostra vita. Così, nell’arco di 210’, si possono ascoltare Elton John, David Bowie, i Kiss, gli U2, i Beatles, Paul McCartney, Christina Aguilera, Pink, Fatboy Slim, Beck, Rufus Wainwright, i Queen, Madonna, i Nirvana, i Police e i Massive Attack tutti mescolati insieme in un cocktail ibrido insano e lussureggiante, dando vita a cover, interpretazioni originali e composizioni inedite che esaltano la linea narrativa del film.

Come accade nel teatro, dove è la parola che manda avanti l’azione drammatica trasformando i dialoghi in scrittura quintessenziale, anche in Moulin Rouge! sono le canzoni a mandare avanti il film stesso: Satine, Christian e soci “parlano” attraverso le canzoni, rubano i versi ai nuovi poeti della modernità, proclamandosi portatori naturali di Libertà, Bellezza, Verità e Amore che sono i quattro pilatri intorno ai quali ruota la vita bohémien e l’essenza stessa del musical, che proprio grazie al film assistette ad una vera e propria rinascita del genere sotto il sole dorato della mecca del cinema.

“Come what may, I will love you/Until my dying day”

Moulin Rouge! non è solo il film musicale che, nel 2001, portò ad un ritorno fiammante del genere nelle sale – seguito poco dopo dal successo di Chicago, 2002 – ma anche il prodotto unico ed eccentrico di una serie di fortunate scelte: l’idea di mescolare insieme il passato con il presente, il classico con il post-moderno, l’arte contemporanea e ultra-pop con quella figurativa (vedi alla voce Toulouse-Lautrec), la storia e la verosimiglianza con la fantasia, fino al continuo gioco di rimandi con il dramma vivo e pulsante dell’opera italiana, tra Verdi e Puccini.

Questo lungo elenco, al quale si uniscono scenografie opulente e surrealiste oltre a strabilianti costumi teatrali, non può però vivere (o esistere) lontano dalle presenze sceniche dei due protagonisti Ewan McGregor e Nicole Kidman: splendidi, giovani, dotati di una perfetta alchimia sulla scena, i due attori hanno stregato pubblico e critica grazie a delle performance canore del tutto inaspettate per due cantanti non-professionisti, scardinando quell’idea tradizionale di “professionista” del musical, di attore/ballerino – o cantante – formato appositamente per le scene pirotecniche e le coreografie delle produzioni più sfarzose dello showbusiness mainstream.

La Kidman, australiana come il regista Luhrmann, mise a segno con Moulin Rouge! un grande colpo per la propria carriera: fresca del divorzio fantasmagorico da Tom Cruise, era alla ricerca di un ruolo che la liberasse e, allo stesso tempo, la rilanciasse in un’ottica diversa, parafrasando le parole che lei stessa utilizza nella sua biografia. E quale ruolo migliore se non quello della “cortigiana”, della sfolgorante vedette del cabaret più in voga della Parigi bohémien, destinata però ad un tragico destino?

Un ruolo che cambiò la percezione degli altri – soprattutto degli uomini – nei suoi confronti: si era trasformata nell’oggetto dei loro sguardi, nella donna che tutti desiderano e ammirano. Satine ha consacrato ulteriormente la fama di Nicole Kidman (come se ce ne fosse bisogno) nell’immaginario collettivo, affiancandole un partner che rischiava di non essere però lo scozzese McGregor.

Raccontano infatti i venerabili saggi che al provino per Moulin Rouge! si presentarono diversi attori, tra i quali Hugh Jackman (attore, performer dal grande talento e futuro partner della Kidman in Australia, sempre di Luhrmann), Heath Ledger e Jake Gyllehaal: inutile dirlo, tra i due nacque una solida amicizia che consacrarono sul set del film I Segreti di Brokeback Mountain, mentre a spuntarla fu l’insospettabile McGregor. Insospettabile perché lo scozzese, fino a quel momento, aveva inanellato una serie di ruoli cult e mainstream decisamente eclettici: Trainspotting, Emma, Una vita esagerata, Velvet Goldmine e il primo capitolo del nuovo franchise di Star Wars firmato da George Lucas avevano messo in luce il suo talento, dimostrandone le infinite doti da interprete e il potenziale versatile.

Con Moulin Rouge! McGregor dimostrò, oltre al talento recitativo, anche innate doti da cantante: come dimenticare il duetto, sulle note di Come What May, che eseguono i due protagonisti, oppure il loro forsennato medley nell’elefante, dove sono le parole delle canzoni a portare avanti il fitto dialogo tra i due innamorati?

L’innegabile alchimia tra i due interpreti ha definitivamente fatto breccia nell’immaginario collettivo: Satine e Christian hanno smesso di essere due personaggi di carta, due sagome sulla scena (tra l’altro, molto teatrale) del film o semplicemente due characters, due creazioni cinematografiche. Satine e Christian si sono trasformati nell’archetipo dell’amore stesso, poetico e struggente, passionale a doloroso, riesumando l’eterno mito di Piramo e Tisbe, del binomio arcaico tra Eros e Thanatos, portandolo fin nel tempio dello schermo d’argento che intrattiene le folle, restituendo così una corporeità ai sogni di celluloide.

Moulin Rouge! è diventato, con il corso del tempo, un cult generazionale soprattutto per i membri della Generazione Y, quei trentenni (e millennial) che probabilmente hanno imparato tutto quello che sanno sull’amore a partire dal leitmotiv che caratterizza l’opera: “La cosa più importante che tu possa imparare è amare e lasciarti amare”. Una consapevolezza che attraversa l’intero film come un brivido, scuotendolo nel profondo di ogni singola fibra del suo essere così classico e, allo stesso tempo, figlio della filosofia pop post-moderna.

Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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