La Quarta Guerra di John Frankenheimer: tra berretti a cono e palle di neve

scritto da: Giordano Giannini

Regista di origine televisiva, diseguale ma sincero, umanista per vocazione, disperatamente lirico nello stile, improntato ad un moderno espressionismo, John Frankenheimer (Operazione diabolica, Ronin) ha firmato opere di assoluto valore “che, dimenticate dal pubblico e dalla critica ‘giovane’, attendono ancora una corretta valutazione” (Tedeschi Turco, ‘99). La Quarta Guerra, visibile su Amazon Prime Video, può offrirne lo stimolo.

Dopo il noir 52: gioca o muori, ispirato a Elmore Leonard, Frankenheimer inscenò una personale lettura della Guerra Fredda, della politica dei blocchi al suo crepuscolo, nei toni di una tragicomica allegoria, derisoria fin dal titolo (preso da Einstein: “Non so con quali armi si combatterà la terza guerra mondiale, per certo nella quarta useremo pietre e bastoni”), l’esatto opposto del filone coevo, tutto muscoli e bazooka (vedi Invasion U.S.A.). In ciò, La Quarta Guerra forma con Mosse pericolose di Richard Dembo e Danko di Walter Hill un’ideale trilogia.

Il generale Hackworth (Harry Dean Stanton) affida al colonnello Knowles (Roy Scheider), vecchio amico e compagno d’armi a Ia Drang, il comando di un piccolo avamposto al confine tra la Sassonia e la Cecoslovacchia presidiata dai sovietici. I guai non si fanno attendere: Valachew (Jürgen Prochnow), reduce dell’Afghanistan e guida del forte nemico, ordina la fucilazione a freddo di un esule sotto gli occhi allibiti di Knowles il quale, a dispetto dei suoi prudenti gregari, pensa bene di lanciare al militare russo una – sic! – palla di neve. Come un discolo, Valachew replica il gesto: c’è il rischio di una crisi diplomatica. Dopo vari, reciproci attacchi (anche notturni), i due soldati – logori paladini da giostra, senza intesa e, ormai, senza neppure il senno – pareggeranno i conti nella “terra di nessuno”…

L’episodio in cui Knowles si fa beffe di tre sentinelle, forzandole, dopo averle agghindate a festa, a intonare “Happy Birthday”, racchiude in sé l’intero senso del film, suaccennato: lo “scoronamento”, per dirla con Bachtin, di modelli e forme del cinema d’azione degli anni ‘80. I veterani, d’oltrecortina e non, diventano, così, buffi “cavalieri” che, a vicenda, si pestano gli stivali e si sparano all’elmo o, meglio ancora, Paperino e il vicino Jones, sempre sulla breccia. Le palle di neve sostituiscono le bombe a mano; berretti a cono e birre versate in testa, rispettivamente la fascia e la tortura dell’acqua di Rambo.

Infine, dabbasso, la Guerra eredita il ruolo della “Festa” come “sovvertimento radicale dell’ordine”, “sospensione dei divieti”, fase in cui “l’illecito diventa lecito e il lecito diventa immorale se non addirittura illecito” (Caillois, ’50). Le future scelte di Valachew e Knowles restano ignote, la terra potrà coprire altri morti: si ride per non piangere. A incorniciare il tutto, l’autunnale fotografia di Gerry Fisher (Highlander).


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