venerdì, Aprile 16, 2021
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La gabbianella e il gatto di Enzo D’Alò: cosa resta del volo di Fifì?

A poco più di vent'anni di distanza, La gabbianella e il gatto di Enzo D'Alò continua a commuovere, divertire ma soprattutto a farci riflettere.

Molti fra gli undicenni di ieri, oggi trentenni, che lo videro alla sua uscita in sala, conservano de La gabbianella e il gatto (’98), secondo lungometraggio di Enzo D’Alò, un ricordo strano, dal duplice volto: da un lato, cioè, l’errata (ma, data l’età, onesta) convinzione di aver assistito al primo “colosso” d’animazione italiano (idea largamente incoraggiata da rubriche televisive e brochures del tempo) quando “primo”, per ricchezza figurativa e traversie produttive, ovviamente non era.

Sebbene “nomi e “numeri” fossero (e rimangono) tutt’altro che trascurabili: due anni di lavoro in dieci studi d’animazione diversi; trecento maestranze, italiane ed estere, fra disegnatori e tecnici che idearono oltre 1200 fondali e 220.000 tavole, consumando due TIR di matite. Il copione portava la firma del commediografo Umberto Marino; fra le maestranze spiccava Michel Fuzellier a cui si deve la scenografia di Volere volare (’91) di Nichetti mentre la pennuta eroina “volava” sulle note di David Rhodes, noto collaboratore di Peter Gabriel. Il tutto per un costo complessivo di dieci miliardi delle vecchie lire, recuperati per un soffio, fra l’incudine de Il principe d’Egitto (’98) e il martello di Kirikù e la strega Karabà (‘98).

Dall’altro lato, del film di D’Alò è, invece, rimasta l’impressione (anch’essa sviante ma, in fondo, simpatica) di una sorta di resa per immagini, stilizzate e minimali, dei famosi (famigerati, direbbero alcuni) racconti della collana editoriale “Il battello a vapore”, raccomandati fin dalle elementari: brutto affare se il maialino Lolo, Inkiostrik o la ‘Valentina’ di Petrosino non convincevano; certo non perché fosse proibito (ci mancherebbe) ma bisognava, comunque, spiegarlo nel “pensierino”. Con scarsi esiti: si preferiva i “Piccoli Brividi” di Stine, ecco tutto.

Ora, però, il motivo è ben chiaro: l’urgenza dei valori (coraggio, amicizia, sensibilità ambientale, reciproco aiuto, bellezza della diversità) pareva spesso gravare sulla poesia, la levità ma soprattutto sulla freschezza dell’immaginazione, che dovrebbero essere proprie di una storia per bimbi. Prevaricazione, questa, sondata a fondo da illustri scritti (si va da un classico come La letteratura per l’infanzia di Fanciulli e Monaci Guidotti a La «camera» dei bambini di Faeti) e che lo stesso racconto Storia di una gabbianella… (’96) di Luis Sepúlveda, fonte d’ispirazione del cartone in esame, seppur pregevole, non vuole o non sa evitare. Vivaddio la forma dello scrittore cileno, giramondo e attivista politico, autore anche del toccante Il vecchio che leggeva romanzi d’amore (’89), surclassa le melensaggini di Hasler, Nöstlinger o Scheffler (‘autrici-chiave’ della collana suindicata), trovando nel regista, erede nel suo piccolo della grande tradizione favolistica campana, un sensibile interprete. Sangue mite e “pazzariello” insieme. L’esito finale attesta l’intesa fra le due personalità e i vari cambiamenti (o aggiunte) rispetto alla pagina letteraria sono coerenti e mai gratuiti.

Manto nero e vispi occhioni verdi, Zorba (gli presta voce Carlo Verdone) è il più intrepido dei sei gatti (gli altri sono il saggio e fulvo Diderot, l’impettito e saccente Colonnello, il goffo Segretario, il pestifero Pallino e il ‘marinaresco’ Rosa dei Venti) che formano un’affiatata “banda” a quattro zampe, scorrazzante per le vie di Amburgo. Le giornate del nostro scorrono facili, fra un atto di sabotaggio verso i ratti del porto e le immancabili coccole (e manicaretti) della padrona a “missione” compiuta, almeno fino a quando Kengah, infelice gabbiana, atterra bruscamente, sudicia e infetta di petrolio, nel suo cortile.

la gabbianella e il gatto

Con le ultime forze rimaste, l’uccello cerca di deporre il proprio uovo, supplicando Zorba di non divorarlo, di accudirlo fino alla schiusa e insegnare al nascituro l’arte del volo. Vinti gli istinti, il gatto acconsente, lasciando Kengah in silenzio, al suo “ultimo viaggio”. Insieme ai fidi compagni d’avventure, Zorba si ritroverà, così, a far da “papà” ad un’irrequieta pulcina, ribattezzata Fifì (diminutivo di Fortunata), ma che tale non crede né vuole essere, imitando con orgoglio soffi e miagolii dell’onoraria, insolita “famiglia”. Ma potrà Zorba assecondarla ancora a lungo? Nel frattempo, il Grande Topo (un irriconoscibile e bravissimo Antonio Albanese), sicuro che l’affetto dei gatti verso la loro preda, un volatile, sia segno di pazzia e rammollimento, pregusta nell’ombra, con le sue lerce truppe, la conquista della città…

Christel Strobel, eminente studiosa di cinema per l’infanzia, dipinse La gabbianella e il gatto come “un’effervescente striscia animata”, scattante, magnificamente musicata; degna maturazione del precedente La freccia azzurra (’96), tutt’ora la più popolare in Germania fra le creazioni di Enzo D’Alò. Seguendo il paffuto Zorba e i suoi amici, i giovanissimi spettatori, adesso come allora, imparano che tutto (o quasi) è possibile quando un animo puro e disinteressato guida le nostre azioni. Viceversa, gli adulti riflettono sulla fragilità e le sorprese che la vita ha in serbo, su quanto misera sia la ragione quando tacciono l’amore e la tensione al trascendente (le voci “volo”, “aereo” e “ali” dell’Enciclopedia, benché attentamente consultate da Diderot, non aiutano, infatti, la piccola gabbiana a librarsi in aria) e, in un senso più ampio, sul mondo che, come genitori, lasceranno in eredità alle nuove generazioni (informe e catramoso o, si spera, mirabile e lussureggiante come in principio?). Senza dimenticare un po’ di sano spasso («Gli ultimi umani con un po’ di senno risalgono al tempo degli antichi Egizi!» dice il Colonnello).

Occorre, infine, rispondere alla domanda del titolo. Dopo vent’anni (ventitré, per l’esattezza), ben poco, purtroppo, rimane dell’audace volo di Fifì. Altre volte, al pari della sua creatura, D’Alò è “saltato”, in senso artistico, dal campanile di San Michele, sperando di toccare simili altezze. Altezze toccate e superate, dacché i successivi Momo e Pinocchio risultano più compiuti, intriganti e visivamente raffinati de La gabbianella e il gatto eppure non v’è cera che basti per distogliere il pubblico dalle sirene americane.

Sembrava, inoltre, che nel quinquennio 2001-‘06 il cinema d’animazione italiano conoscesse una seconda giovinezza ma – tra ambiziose opere in attesa di rivalutazione (Aida degli alberi di Manuli, Johan Padan di Cingoli, Parva e il principe Shiva di Cubaud e Cerami) e altre fin troppo caratterizzate per dialetto e cultura regionali (Totò Sapore di Forestieri), quando non semplicemente puerili (L’apetta Giulia e la signora Vita di Modugno) – il fuoco divenne presto cenere. Gemme del cartone nostrano quali I fratelli Dinamite (‘49) di Pagot, La rosa di Bagdad (‘49) di Domeneghini, è inutile ingannarci, sono (e continuano ad essere) conosciute unicamente dagli appassionati, come pure i lavori di Bozzetto, Cenci, Gibba, Luzzati, Ursula Ferrara o i più recenti, splendidi, di Francesco Testa e Cristina Làstrego (si guardi La Creazione).

Vale la pena sperare in un inventivo ritorno? Fantasticherie di un passeggiatore solitario di Gaudio, Gatta Cenerentola di Rak, Leo da Vinci di Manfio e La famosa invasione degli orsi in Sicilia di Mattotti sono sintomi da tener d’occhio. Intanto, costretti a casa, cerchiamo di chiudere gli occhi e, commossi, uniamoci al canto di Ivana Spagna: “Lontani cieli, oceani blu, / stan già chiamandomi: / è questa la mia vita ed io / ora so il destino mio”.

Giordano Giannini
I VHS sono stati fedeli compagni di gioco; mostrandoci “Il ragazzo selvaggio” di Truffaut in quarta elementare, la maestra mi ha indicato, senza volerlo, la strada da seguire | Film del cuore: La strada per il paradiso | Il più grande regista: Andrej Tarkovskij | Attrice preferita: il “braccio di ferro” è tra Jennifer Connelly e Rachel Weisz | La citazione più bella: "Tra quegli alberi c’è qualcosa." (Predator)

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