Kirk Douglas: l’ultimo leone della grande Hollywood

scritto da: Diego Battistini

La scomparsa di Kirk Douglas (9 dicembre 1916 – 5 febbraio 2020) segna, sotto un certo punto di vista, la fine di un’era. È un po’ come se insieme alla dipartita dell’attore sia evaporata una parte della storia di Hollywood e, di conseguenza, del cinema. “Testimone attivo” di più di 70 anni di storia della settima arte (il suo esordio avvenne nel film di Lewis Milestone del 1946, Lo strano caso di Marta Ivers), Douglas non è stato solo un grande attore, ma anche un’icona del cinema, come testimonia il fatto che nel 1999 fu inserito (al 17° posto) nella lista delle più grandi star redatta dall’American Film Institute.

Difficile affibbiare all’attore di origine bielorusse (il vero nome era Issur Danielovitch) l’epiteto di “divo”, perché in realtà è sempre stato un interprete un po’ borderline, pur avendo messo radici nello star stystem dell’epoca. Arrivato al cinema “tardi”, alla soglia dei trent’anni, dopo anni di gavetta a teatro, Douglas sembrò inizialmente relegato a ruoli da antagonista: un po’ per quel volto spigoloso, con quella fossetta caratteristica sul mento, un po’ per quello sguardo impertinente e talvolta rude, con quegli occhi azzurri glaciali che vennero messi in risalto dall’imporsi del colore, un po’ per quel sorriso beffardo. Naturalmente le cose cambiarono in fretta, grazie soprattutto al suo talento.

Kirk Douglas, infatti, diventò ben presto uno dei volti iconici della Golden Agedi Hollywood. Tra la fine degli anni ’40 e gli anni ’50, si impose come uno degli artisti più amati dal grande pubblico. Indimenticabile nei panni del villain nel noir capolavoro di Jacques Tourner, Le catene della colpa (1947), dove recita al fianco di un altro grande attore come Robert Mitchum, la carriera di Douglas è stata segnata da successi clamorosi e da collaborazioni importanti. Una tra le tante, e per certi versi la più importante (almeno agli occhi di noi spettatori contemporanei), è quella con (all’epoca) un giovane regista visionario famoso per i suoi film di genere (noir), che sarebbe diventato poi uno degli autori più acclamati della storia del cinema: Stanley Kubrick.

Quello “stronzo con del talento”, come l’attore definì Kubrick, permise a Douglas di interpretare non solo il memorabile ruolo del colonnello Dax nello struggente war movie pacifista Orizzonti di gloria (1957), ma anche di vestire una delle maschere più iconiche della sua carriera: lo schiavo ribelle Spartaco. Chi non ricorda il celebre kolossal Spartacus (1960), prodotto dallo stesso Douglas (fu produttore esecutivo) e per il quale l’attore volle a tutti i costi che a dirigerlo fosse il talentuoso amico/nemico? Forse non il suo film migliore (come non è il migliore diretto da Kubrick), ma certamente quello più celebre.

In generale, Douglas non fu un attore totalmente versatile, ma fu qualcosa di più: una maschera, un’icona di machismo al pari livello di altre “leggende” hollywoodiane come il già citato Mitchum, Humphrey Bogart e Spencer Tracy (per citare solo alcuni attori dell’epoca che si imposero come personificazione del “duro” cinematografico). Trovò in particolare nel genere western un terreno adatto per le sue qualità, affermandosi come interprete di antieroi contraddistinti da luci ed ombre – si pensi, ad esempio, a classici quali Il grande cielo (Howard Hawks, 1952), Sfida all’O.K. Corral (Preston Sturges, 1957), dove impersona il medico e pistolero Doc Holliday, e Uomini e cobra (Joseph L. Mankiewicz, 1970) -, ma non relegò la sua figura solo a questo genere.

Kirk Douglas, l’ultimo leone della grande Hollywood

Scorrendo i titoli che hanno contraddistinto la sua carriera, ci si rende presto conto che Douglas ebbe anche il coraggio di spaziare molto. Fu protagonista di film d’avventura come 20.000 leghe sotto i mari ( 1954), tratto dall’omonimo romanzo di Julers Verne, dove recita nei panni del fiocciniere Ned Land, e Vichinghi (1958), entrambi diretti da Richard Fleischer, ma non disdegnò neppure la commedia (anche se saltuariamente) come testimonia Sì, signor generale (H.C. Potter, 1957). Ma fu sopratutto per i suoi ruoli drammatici che pubblico e addetti ai lavori ne riconobbero il talento.

Il grande campione (Mark Robson, 1949) e L’asso nella manica (Billy Wilder, 1951) lo fecero definitivamente balzare agli onori della cronaca. Con il primo, oltretutto, ottenne la sua prima nomination ai premi Oscar, grazie all’interpretazione di un giovane pugile, dall’ascesa all’inevitabile caduta. La seconda e la terza nomination della sua carriera le ottenne invece per altre due prove drammatiche in altrettanti film diretti da Vincent Minnelli: Il bruto e la bella, nel quale recita accanto a Lana Turner, e soprattutto Brama di vivere, biopic dedicato alla figura del pittore post impressionista Vincente Van Gogh (interpretato naturalmente dallo stesso Douglas), quest’ultima sicuramente tra le prove più convincenti offerte dall’attore nell’arco della sua carriera. Nonostante le tre candidature, non vinse mai l’ambita statuetta e, come tanti altri giganti del cinema, si dovette accontentare di quella alla carriera, assegnatali nel 1996.

La storia di Kirk Douglas non è però legata solo agli anni d’oro di Hollywood, ma anche a quelli del cinema italiano. Anticipando la diaspora dei caratteristi americani che dalla metà degli anni ’60 – più o meno dal successo di Clint Eastwood nella “trilogia del dollaro” di Sergio Leone – cominciarono ad essere scritturati per realizzare film di genere nel nostro paese (western, sopratutto, ma non solo: anche thriller, horror, polizieschi, film d’avventura), Douglas accettò di partecipare alla pellicola di Mario Camerini Ulisse (1954), vestendo i panni dell’astuto eroe acheo che, dopo la presa di Troia, compie un viaggio lunghissimo ed irto di pericoli prima di riabbracciare la sua cara Itaca e naturalmente l’amata Penelope (interpretata, così come la maga Circe, dalla splendida Silvana Mangano).

Una storia lunga quella di Kirk Douglas che percorre trasversalmente più di mezzo secolo di cinema. Con lui se ne va una parte della memoria storica del cinema hollywoodiano. Ultimo testimone di un’epoca gloriosa che ha imposto il cinema davvero come quel qualcosa che è fatto della stessa materia di cui sono fatti i sogni (tanto per citare una celebre battuta del film Il mistero del falco di John Huston) e che ha influenzato in maniera irreversibile (nel bene e nel male) la cultura di massa. Un’epoca che oggi noi, come spettatori, non possiamo fare altro che rimembrare attraverso i film che hanno reso quel periodo e gli interpreti come Kirk Douglas immortali.

Diego Battistini

La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rosssa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)


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