lunedì, Marzo 8, 2021
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Kim Ki-duk: addio al maestro del cinema sudcoreano

Se n'è andato all'età di 59 anni Kim Ki-duk, il grande regista sudcoreano che nel 2012 vinse il Leone d'oro al Festival di Venezia.

La notizia della scomparsa, a soli 59 anni, di Kim Ki-duk è francamente inaccettabile. Lo è da un punto di vista umano data la sua giovane età, ma lo è anche da un punto di vista cinematografico. Il regista sudcoreano si è spento lontano da casa, in un ospedale di Riga, in Lettonia, dopo aver contratto il Covid-19. Se ne va uno dei maestri indiscussi non solo del cinema orientale, ma dell’intera settima arte. Una carriera ricca di successi e premi, vinti nei più importanti festival cinematografici: Orso d’argento a Berlino per La samaritana (2004), Leone d’argento per Ferro 3 – La casa vuota (2004) e Leone d’oro per Pietà (2016) a Venezia, nonché il premio Un Certain Regard a Cannes per Arirang (2011).

Ancora prima dell’ascesa del connazionale Bong Joon-ho, lo scorso anno trionfatore agli Oscar con Parasite, Kim Ki-duk fu il primo regista sudcoreano ad imporsi sul mercato internazionale, alimentando l’interesse verso una cinematografia all’epoca quasi sconosciuta. Se tra fine anni ’80 e inizio ’90 la rinnovata curiosità nei confronti del cinema orientale si tradusse in un’attenzione rivolta soprattutto alle produzioni delle industrie cinematografiche di Cina, Taiwan e Hong Kong (con l’affermazione di autori quali Zang Yimou, Ang Lee e John Woo, solo per fare tre esempi), i primi anni 2000 fecero scoprire, prima alla critica e poi agli spettatori, un autore la cui estetica – al contempo rarefatta (verrebbe da dire quasi zen) e rigorosa – si traduceva in un cinema che sembrava (e sembra ancora per certi versi) fuori dal tempo.

Il 2003 fu l’anno che segnò la svolta per la carriera di Kim Ki-duk, quando il suo film Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera travalicò i confini coreani per spingersi fino in Europa. Lo scorrere inesorabile del tempo e l’alternarsi delle stagioni raccontati in un film – ambientato in un eremo buddista – che affrontava con slancio poetico la ciclicità della vita e le sue varie età (dalla giovinezza alla vecchiaia). Un’opera ipnotica, di una semplicità disarmante a livello drammaturgico e visivo, ma al contempo ricca di interrogativi capaci di penetrare lo spettatore nel profondo dell’anima. Per noi cinefili occidentali fu, di fatto, la prima presa di contatto con il regista, sebbene per lui si trattasse del nono film.

Gli esordi e il primo successo internazionale

Non di rado si apprende, magari leggendo qualche biografia, che per tanti futuri registi il cinema non è stato il primo amore. Si pensi, ad esempio, a David Lynch e alla sua passione per la pittura. Un interesse condiviso anche da Kim Ki-duk, il quale appena ventenne si trasferì – con sogni forse da bohémien fuori tempo massimo – a Parigi per dedicarsi all’arte. Un soggiorno non estremamente proficuo da un punto di vista pittorico, che lo spinse a tornare anzitempo in patria e a sostituire il pennello con la macchina da presa (una scelta, con il senno di poi, vincente).

Il suo esordio cinematografico fu piuttosto “tardo”: a 36 anni. Correva l’anno 1996 e il film, da cui era possibile evincere già alcuni dei tratti distintivi di quella che poi sarebbe diventata la sua proverbiale estetica (qui ancora in erba, naturalmente) aveva come titolo Coccodrillo. Il successo internazionale però arrivò quattro anni dopo. Al Festival del Cinema di Venezia del 2000, Kim Ki-duk venne selezionato per il concorso ufficiale, dove presentò L’isola: un film che fece scalpore, soprattutto per il modo – non convenzionale – di affrontare la tematica sessuale.

I film della consacrazione

Se Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera è di fatto il film che consolidò la fama del regista sudcoreano a livello internazionale, i 3 film che realizzò negli anni successivi rappresentarono da un lato la conferma del talento dell’autore e dall’altro la sua effettiva consacrazione. La samaritana, Ferro 3 – La casa vuota e L’arco (2006) sono probabilmente tra le opere migliori di Kim Ki-duk; quelle dove la sua personale estetica si sublima in un cinema contraddistinto da una forza evocativa che raggiunge vette mai più uguagliate negli anni successivi (forse anche a causa di una crisi personale che coinvolse l’autore dal 2008 al 2011).

Tra questi Ferro 3 – La casa vuota è quello più sorprendente. Se non a livello di originalità narrativa, quantomeno da un punto di vista di coesione organica tra tutti gli elementi tipici del suo cinema. La storia banale di un ladro che si intrufola nelle case di malcapitate vittime si trasforma nelle mani di Kim Ki-duk nel racconto – dall’incedere etereo – di un’umanità afflitta dalla solitudine: il ladro, anziché rubare, entra illegalmente nelle case vivendole come se ne fosse il proprietario, curando le piante, aggiustando gli oggetti rotti, ecc. Appropriandosi dell’effimero sentore di vita dei luoghi che visita. Un’opera di struggente poesia, forse l’apice della carriera del regista.

Pietà e la vittoria del Leone d’oro

Di fronte ai film di Kim Ki-duk si ha la sensazione di trovarsi al cospetto di un miracoloso dialogo tra astrattismo e simbolismo. Pietà da questo punto di vista rappresenta forse l’esempio più fulgido di questa “conversazione” tra due registri all’apparenza così distanti tra loro. La regia dell’autore coreano è sempre rarefatta, ma le sue immagini si fanno – se possibile – ancora più evocative che in passato. Sarà forse il riferimento – evidenziato fin dal titolo – all’omonima scultura di Michelangelo (e a tutti i riferimenti iconologici e iconografici in essa contenuti), sarà per la costante ricerca di immagini capaci di far intravedere allo spettatore altri significati possibili rispetto a quelli superficialmente riscontrabili, fatto sta che mai in precedenza il cinema del regista era stato contraddistinto da una tale densità concettuale.

Pietà non è certo il miglior film di Kim Ki-duk: ricco a livello di significato, ma forse troppo “chiuso” nella sua complessità. Si tratta però di un’opera che segna emblematicamente l’evoluzione del cinema di un autore che, con il passare degli anni, si è spinto sempre più verso i confini estremi dell’autorialità, correndo il rischio di condannare la propria arte a una minor immediatezza rispetto al passato.

Gli ultimi anni

A ben vedere, più che un punto d’arrivo Pietà ha rappresentato il punto di arresto di una specifica fase della carriera del suo autore. Forse ultimo baluardo autoriale possibile, prima di “ripiegare” verso un cinema maggiormente comunicativo nei confronti degli spettatori. Come interpretare se non in questo modo una delle ultime opere del regista sudcoreano distribuite nei cinema italiani: Il prigioniero coreano, un film nel quale Kim “abbandona” ogni astrattismo per concentrarsi su una storia profondamente ancorata alla realtà storica contemporanea.

La contesa decennale tra le due Coree (quella del sud e quella nord) è racconta dal regista attraverso le kafkiane vicissitudini di un povero pescatore “nordista” la cui abitazione è situata al confine tra i due Stati. Quando un giorno la sua imbarcazione va alla deriva e sconfina nelle acque territoriali sudcoreane, l’uomo è catturato dalla polizia e posto sotto interrogatorio, ma sceglie di non parlare: un po’ per orgoglio, un po’ per patriottismo. Non il film migliore di Kim, ma importante soprattutto per la scelta di adottare il punto di vista  di chi sta dalla parte opposta della barricata.

Un cinema di pura poesia

Di fronte alla scomparsa di una persona cara, oppure come in questo caso di un grande artista, scrivere “ci mancherà” appare quasi più un atto dovuto che realmente sentito. Eppure non è così. C’è stata una generazione di cinefili – e chi scrive ha il piacere di annoverarsi tra questi – che ha mosso i primi passi in direzione del cinema asiatico proprio cavalcando l’onda scatenata dall’ascesa di Kim Ki-duk. Fondamentale fu, da questo punto di vista, la rivista “Ciak” (diretta all’epoca da Piera Detassis) e la sua scelta di distribuire in dvd – più o meno tra il 2005 e il 2006 – quelli che ancora oggi sono i due film più iconici del regista: i pluricitati Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera Ferro 3 – La casa vuota.

Per molti amanti del cinema fu una svolta. Rivedere oggi quei due film significa toccare con mano l’estro artistico di un autore che ci ha permesso, in qualità di spettatori, di prendere coscienza delle potenzialità poetiche della settima arte. Ci ha mostrato un altro modo di fare cinema, e ha tracciato la strada per coloro che sarebbero arrivati dopo, come il già citato Bong Joo-ho. Un’eredità, quella di Kim Ki-duk, di cui forse in questo momento – sopraffatti anche dall’emozione di un commiato inaspettato – non comprendiamo la complessità e l’importanza, ma che non fatichiamo a definire preziosa. Così come preziosi sono i suoi film, da quelli più riusciti a quelli meno convincenti. Urge ripassarsi la sua intera filmografia, quasi fosse una sorta di (piacevole) atto dovuto. Sperando che qualche piattaforma streaming colga l’occasione per una (parziale o esaustiva, poco importa) retrospettiva su questo grande autore di cui sentiremo davvero la mancanza.

Diego Battistini
La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rossa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)

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