Jurassic World: un universo tra cinema e serialità

scritto da: Diego Battistini

Sono giorni convulsi quelli che stiamo vivendo. La pandemia continua a minacciare la nostra quotidianità e il costante aumento di contagi e decessi ha portato a drastiche decisioni a livello globale, non solo in ambito politico-sociale. Anche il cinema, così come il mondo della cultura in generale, continua a subire l’incertezza relativa all’attuale situazione sotto diversi punti di vita. Dalla produzione alla distribuzione, giungendo infine alla crisi a cui sembrano destinati gli esercenti. È notizia dei giorni scorsi che tante produzioni e distribuzioni statunitensi (quelle che portano ricchezza) sono state rimandate persino al 2022. È il caso, ad esempio, dell’uscita nei cinema di Jurassic World: Dominion di Colin Trevorrow, terzo capitolo della della nuova serie (sesto se comprendiamo nel conteggio anche la serie precedente) la cui realizzazione, sempre causa Pandemia, sta andando per le lunghe (oltretutto la produzione è stata nuovamente arrestata per nuove positività sul set).

Dovremmo quindi aspettare quasi due anni prima di rivedere sul grande schermo Chris Pratt e Bryce Dallas Howard, rispettivamente interpreti dei ruoli del rude Owen e dell’algida Claire. A loro si aggiungeranno, come nel precedente Jurassic World: Il Regno Distrutto diretto da Juan Antonio Bayona, altri volti noti dell’universo di Jurassic Park: dopo il ritorno del professor Ian Malcolm (Jeff Goldblum), il prossimo sarà il turno della dottoressa Ellie Sattler (Laura Dern). Attori a parte, quello che vedremo nel 2022 sarà probabilmente il capitolo finale (per adesso almeno) della serie cinematografica tenuta a battesimo, ormai quasi trent’anni fa, da Steven Spielberg (regista del primo film nel 1993 e del secondo, Il mondo perduto – Jurassic Park, nel 1997), e ispirata agli omonimi romanzi di Michael Crichton.

Qualche mese antecedente alla Pandemia, oltretutto, la Dreamworks aveva persino reso disponibile sui propri canali social un cortometraggio diretto sempre da Colin Trevorrow, Battle at Big Rock, che si andava a collocare proprio tra il penultimo film e quello nuovo in fase di lavorazione, raccontando una (breve) storia ambientata nel nuovo mondo che andremo a conoscere in maniera più approfondita nell’ultimo atto della nuova trilogia: un pianeta Terra in cui uomini e dinosauri si troveranno a convivere per la prima volta nella Storia. Un contenuto che naturalmente doveva essere una sorta di generatore di hype nell’attesa del “carico pesante” cinematografico, ma che si è trasformato ben presto in ultimo reperto filmico di un progetto arenatosi per cause indipendenti alla produzione.

jurassic world

Una nuova serie “giurassica”

In una situazione così, a colmare il vuoto temporale tra i film che si stava progressivamente trasformando in una voragine senza fine ci ha pensato (strano, ma vero) Netflix. E come, dirà qualcuno? Il colosso californiano dello streaming proprio in previsione della (ormai non più) prossima uscita cinematografica di Jurassic World: Dominion ha lanciato sulla propria piattaforma una serie spin-off animata che racconta una storia originale (con nuovi personaggi) cronologicamente parallela a quella narrata nel quarto capitolo della serie cinematografica:  Jurassic World: Nuove Avventure, ideata da Zack Stentz (non si tratta di un unicum, dato che il brand si era già prolungato verso streaming e serialità grazie al corto Lego Jurassic World: L’evasione dell’Indominus Rex, sempre di Netflix, e la serie Nickelodeon Jurassic World: La leggenda di Isla Nublar: in entrambi i casi, però, ad essere protagonisti sono sempre i personaggi “cinematografici” di Owen e Claire).

Un contenuto, quello proposto da Netflix, pensato soprattutto per un pubblico molto giovane (tanto per intenderci: la serie si trova anche nella sezione “Kids”), ma la cui produzione testimonia certamente la rifioritura di una serie che sembrava passata un po’ di moda, e che invece ha confermato di mantenere una certa attrattiva nei confronti del grande pubblico. Un attrattiva che, per certi versi, potremmo definire se non “atavica”, quantomeno profondamente radicata nella culturale di massa (da un paio di secoli).

La fascino dei dinosauri, una storia secolare

Il fascino che la maggior parte di noi nutre per i dinosauri, infatti, ha radici profonde ed antiche. Se Jurassic Park ha certamente avuto il merito di influenzare diverse generazioni di spettatori, l’interesse per i monumentali lucertoloni che abitarono la terra per millenni prima di estinguersi a causa dell’impatto di un meteorite nell’attuale Golfo dello Yucatán, in Messico, è rintracciabile più di un secolo prima dell’uscita del film di Spielberg. Infatti, se il cinema contribuì ad alimentare l’immaginario relativo ai dinosauri, furono i primi ritrovamenti dei fossili nell’800 ad attirare l’interesse collettivo e a far fantasticare scienziati e curiosi. Già nel 1854, in Inghilterra, fu allestita la prima esposizione di dinosauri al mondo. Il successo fu strepitoso e l’interesse perdurò negli anni a seguire, come testimoniato anche dalla pubblicazione nel 1912 del celebre romanzo avventuroso di Arthur Conan Doyle (il padre di Sherlock Holmes), Il mondo perduto.

Di fronte all’accrescere della fama dei dinosauri, il cinema non si tirò certo indietro. Il primo film con protagonista un sauropoda è distribuito già nel 1914: si tratta del cortometraggio Gertie il dinosauro di Winsor McCay. Il breve film è composto da due parti: una in live action, che mostra McCay e alcuni colleghi visitare il Museo di Storia Naturale di New York, e una animata dove si narrano le gesta di una specie di brontosauro.  Nel 1925, invece, è l’ora della prima trasposizione del sopracitato romanzo di Doyle per mano di Harry Hoyt, dove i dinosauri – dei pupazzoni animati in stop-motion – “interagiscono” per la prima volta con attori in carne ed ossa. Mentre nel 1933 tirannosauri e brontosauri dovranno condividere lo schermo con lo scimmione più celebre della storia del cinema in King Kong di Merian C. Cooper e Ernest B. Schoedsack. Per inciso, i tre film citati sono tutti disponibili (gratuitamente) su YouTube.

Dopo questa prima fase di scoperta dei dinosauri da parte del cinema, gli anni successivi videro un progressivo ridimensionamento dell’interesse nei confronti dei primi giganteschi abitanti della Terra. Per quanto ciclicamente i progenitori di rettili ed uccelli facciano capolino sul grande schermo, non si potrà mai parlare dello sviluppo di un vero e proprio filone (e, di fatto, non lo si può fare neanche adesso). Troviamo qualche sporadico ritorno di fiamma, ma nulla più. Questo almeno fino al 1993, quando, nel clamore generale alimentato dagli strabilianti effetti speciali della ILM (Industrial Light and Magic) di George Lucas, Jurassic Park fa rivivere i dinosauri al cinema.

Jurassic Park, dalle origini alla contemporaneità

Così, se all’inizio degli anni ’80 Steven Spielberg era stato capace di rivalutare attraverso il cinema il bistrattato mestiere dell’archeologo, raccontando le peripezie di Indiana Jones – sembra che il film abbia effettivamente indotto molti giovani americani a iscriversi alle facoltà di archeologia -, all’inizio degli anni ’90 ad essere valorizzata è stata sicuramente la figura del paleontologo: preso di peso dalle grigie biblioteche e dai polverosi campi di scavo per essere catapultato in un’avventura in cui la propria inanimata materia di studio, i fossili, si ricompone magicamente (la scienza, diciamolo, c’entra ben poco) in esseri viventi in carne, ossa e pure denti (e spesso anche belli aguzzi!).

Il successo di Jurassic Park fu tale che il film non rimase confinato al cinema ma intraprese una strada transmediale (si pensi, ad esempio, alla fortuna dei videogiochi dedicati alla serie) e soprattutto commerciale (è divenuto, di fatto, un brand). Eppure, nonostante il riscontro di pubblico (ma anche di critica), fu necessario attendere 4 anni prima di vederne un sequel sul grande schermo (erano altri tempi, certo, contraddistinti forse da una maggiore creatività e dalla voglia di non perseguire per forza strade già battute anche se fruttuose da un punto di vista economico). Ad ogni modo nel 1997 uscì Il mondo perduto – Jurassic Park. Con la sagacia che ha da sempre contraddistinto la sua figura, Spielberg si affidò a un’estetica filmica e a scelte narrative che si discostavano dall’originale: puntò maggiormente sui cliché del genere avventuroso, mostrò più dinosauri, diede maggior risalto agli spaventosi Velociraptor (magistrale la sequenza dell’attacco nell’erba alta) e dislocò (in parte) l’azione  persino a New York (anticipando, da questo punto di vista, quanto vedremo in Jurassic World: Dominion).

L’insuccesso di Jurassic Park III di Joe Johnston, figlio anche di un’operazione con minore appeal e decisamente inferiore a livello qualitativo rispetto agli episodi precedenti, sembrava aver condannato la serie all’estinzione. Quantomeno quella cinematografica, dato che a livello di marketing il brand continuava la propria resilienza sotto svariate forme (gadget di vario genere, abbigliamento, giochi, ecc.). Poi, nel 2015, la svolta inattesa grazie alla realizzazione di Jurassic World: un ritorno alle origini pensato per un pubblico completamente differente rispetto a quello che aveva strabuzzato gli occhi di fronte al classico di inizio anni ’90. Il film di Colin Trevorrow da un lato rappresenta un omaggio alla precedente trilogia (in particolar modo al primo episodio), e dall’altro è capace di porre domande non banali sull’evoluzione del cinema spettacolare e di uno spettatore medio sempre più esigente che non si accontenta di quanto già visto in precedenza ma – ricollegandoci a quanto viene detto nel film – vuole trovarsi di fronte “più denti” (meglio se grossi ed affilati).

È il concetto che esprime nel film di Trevorrow il dottor Henry Wu (BD Wong) al proprietario del rinnovato parco divertimenti giurassico, il magnate indiano Simon Masrani (Irrfan Khan), quando parla del nuovo ibrido creato in laboratorio: l’Indominus Rex. Ed è ciò che simboleggia anche la sequenza in cui un pescecane (evidente simbolo del primo grande blockbuster spielbergiano: Lo Squalo) è dato in pasto ad un nuovo mostro degli abissi, molto più grande e vorace: il Mosasauro. In fin dei conti per un pubblico che cambia, e che ormai non si scompone più neanche di fronte a un T-Rex, è necessario puntare su un’idea di spettacolarità maggiormente esibita, più tonitruante.

Per il resto, sia Jurassic World che Jurassic World: Il regno distrutto non propongono nulla di veramente innovativo. Ritroviamo nei due film la medesima struttura narrativa dei loro predecessori (in soldoni: un gruppo di personaggi deve cercare di sopravvivere in un luogo infestato da bestie feroci), nonché le stesse tematiche di un tempo, solo lievemente aggiornate alla contemporaneità (la presunta onnipotenza dell’uomo divorata dalla vita/natura, il tema ecologista). Eppure, nonostante ciò, specie nel primo Jurassic World l’alchimia tra i vari elementi è efficace a tal punto da far chiudere allo spettatore più volte un occhio sulle evidenti ripetizioni (si pensi all’uso dei bambini, che negli ultimi capitoli risulta meno riuscito a livello drammaturgico), nonché sui palesi limiti dell’operazione a livello di inventiva: ma quanto poco fascino ha l’Indominus rispetto agli altri dinosauri, a cominciare dall’iconico Tirannosauro (cosa di cui comunque anche i film stessi si rendono conto)?

Ad agevolare la riuscita dei film è anche la loro (evidente) volontà a non prendersi mai realmente sul serio, giocando costantemente con i cliché della serie e le aspettative dello spettatore. Questo aspetto lo si nota soprattutto nel quarto capitolo, Jurassic World, dove i legami con il passato sono più evidenti ed esplicitati, mentre nel sequel l’attenzione si sposta maggiormente sulla necessità narrativa di giustificare la dislocazione della storia da un’isola sperduta dell’Oceano Pacifico alla realtà quotidiana, per raccontare l’effettivo ritorno dei dinosauri su un pianeta che avevano abbandonato (accidentalmente e drammaticamente) milioni di anni prima.

Ritorno ad Isla Nublar

Nell’attesa di quella che si prefigura come una resa dei conti tra homo sapiens sapiens e dinosauri, la serie Netflix Jurassic World: Nuove Avventure rappresenta un appuntamento imperdibile per gli amanti della serie (e del brand). La struttura è quella di un classico coming of age: un gruppo di ragazzini giunge sull’Isla Nublar per partecipare al programma “Campo Cretaceo” e dovrà fare i conti con diverse avversità che rappresentano le tappe necessarie per il raggiungimento del primo step verso l’età adulta. Hanno naturalmente tutti caratteri e storie molto diversi: Darius, di umile estrazione sociale, è un appassionato di dinosauri che deve fare i conti con la prematura scomparsa del padre; Ben, costretto dalla madre a prendere parte all’iniziativa per temprare il proprio carattere, è timido e fifone; Kenji è figlio di un riccone che però sembra più interessato ai propri affari che non alla famiglia, e dietro la scorza da bullo nasconde disagio e insicurezza; Brooklyn è una influencer invitata per promuovere le attività del parco sui social, e pur essendo seguita da milioni di followers su Instagram non riesce a coltivare amicizie reali; Yaz è una giovane atleta che non ama particolarmente interagire con gli altri, forse perché concentrata troppo sul voler apparire sempre perfetta e mai fuori luogo; mentre Sammy è giunta sull’isola nascondendo un insospettabile segreto e sembra la più interessata a creare nuovi rapporti d’amicizia.

Benché inizialmente i toni siano quelli della commedia scanzonata per bambini, ben presto la Jurassic World: Nuove Avventure cambia registro, non disdegnando di affrontare temi scomodi e profondi (la morte, l’elaborazione del lutto, valori quali l’amicizia e la lealtà, la difficoltà a superare le proprie paure, la solitudine come condizione umana), proponendo un registro narrativo più ibrido: dalla commedia si passa al “teen drama” (anche se, come detto, la serie si rivolge a un pubblico di età inferiore), poi al genere avventuroso e non mancano neppure (edulcorati) momenti di puro terrore (sì, i dinosauri divorano malcapitati personaggi, anche se ciò avviene sempre fuoricampo). Ambientata parallelamente agli accadimenti narrati in Jurassic World, la serie entra nel vivo quando i ragazzi si ritroveranno soli nel parco, alle prese con la fuga dell’Indominus Rex.

Il risultato, nel complesso, è gradevole, e la scelta di puntare su un formato agile da 25 minuti ad episodio e su un numero limitato di puntante (le 8 standard) rappresentano un punto a favore di una serie che nei giorni scorsi è stata oltretutto rinnovata da Netflix per una seconda stagione. Detto ciò, non è che la serie sia esente da difetti. Pensiamo ad esempio all’animazione, troppo grossolana quando deve tratteggiare i personaggi umani, specie se paragonata alla minuziosa resa dei dinosauri. Ma si potrebbe ragionare anche sull’approssimazione – forse fin troppo infantile – relativa a certe scelte estetico-narrative: stupisce il fatto che la violenza, pur non esibita, sia comunque evocata costantemente, però a tratti si ha la sensazione che la serie avrebbe potuto dimostrare maggiore coraggio, non evitando volutamente il confronto/scontro con la brutalità dei voraci abitanti del parco (si pensi, ad esempio, all’incontro con il Mosasauro, risolto in modo davvero antispettacolare). In fin dei conti, i ragazzini di oggi sono abituati a cose ben più violente, e lo stesso Jurassic World in Italia è stato distribuito senza restrizioni (negli Stati Uniti, invece, era vietato ai minori di 13 anni non accompagnati).

Pregi e limiti di un’operazione che comunque scalderà il cuore degli amanti dell’universo di riferimento, i quali apprezzeranno le numerose easter egg presenti nelle varie puntante. Una serie che funge, come dicevamo all’inizio, da utile alternativa per ovviare alla ritardata uscita di Jurassic World: Dominion, ma che rappresenta anche una testimonianza di come il brand Jurassic Park sia ancora di richiamo per le nuove generazioni. Da Spielberg a Colin Trevorrow, l’universo originariamente letterario di Michael Crichton ha continuato a richiamare al cinema milioni di spettatori in tutto il mondo. E mentre la scienza continua ad approfondire le ricerche su questi esseri che per millenni dominarono la Terra – arrivando anche a rivoluzionarne la fisionomia (si pensi solo alla scoperta della presenza di piume colorate in alcune specie) -, il cinema sembra averne riscoperto l’ascendente, donando ai dinosauri una seconda vita, anche se solo nell’immaginario collettivo.

Diego Battistini

La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rosssa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)


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