John Hurt: cinque memorabili incarnazioni cinematografiche

scritto da: Ludovica Ottaviani

Un altro pezzo fondamentale del grande puzzle della storia del cinema se n’è andato: è morto a Londra, all’età di 77 anni, l’attore John Hurt, memorabile nelle sue innumerevoli incarnazioni cinematografiche orchestrate da importanti registi come Fred Zinneman, John Huston, Richard Fleischer, Alan Parker, Jerzy Skolimowski, Ridley Scott, David Lynch, Michael Cimino, Mel Brooks, Michael Radford, Roger Corman, Sam Peckinpah, Stephen Frears, Jim Sheridan, Gus Van Sant, Walter Hill, Jim Jarmusch, Robert Zemeckis, Guillermo Del Toro, Lars Von Trier, Steven Spielberg e ultimo, in ordine di tempo, Pablo Larraín, che lo ha voluto nel suo ultimo film Jackie.

John Hurt: addio alla star di Elephant Man e Alien

Attore dal talento eclettico e shakespeariano, capace di approfondire con introspezione chirurgica i propri personaggi fino a conferire loro spessore e carattere attraverso l’uso del proprio corpo, John Hurt durante la sua lunga carriera aveva vinto quattro BAFTA Awards su sette nomination, un Golden Globe nel 1979 per Fuga di Mezzanotte e aveva collezionato due nomination agli Oscar per lo stesso film e per The Elephant Man. Negli ultimi anni la propria popolarità era legata soprattutto ad un immaginario pop popolato da grandi saghe come quella di Harry Potter – nella quale ricopriva il ruolo del mago Olivander – e da film diventati dei veri e propri cult come V per Vendetta, tratto dall’omonima graphic novel.

Ma la filmografia di Hurt è stata popolata da innumerevoli incarnazioni cinematografiche: proviamo a ricordare, in cinque punti, le più insolite e le più iconografiche.

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5) Cowgirl Il Nuovo Sesso

Insolito film diretto da Gus Van Sant nel 1993, sembra apparentemente lontano mille anni luce dalla poetica cinematografica del regista americano: tratto dal romanzo “Il nuovo sesso: Cowgirl” di Tom Robbins scritto nel 1976, racconta le vicende di Sissy Hankshaw (Uma Thurman), testimonial della casa di cosmetici Yoni Yum fondata dall’eccentrico travestito La Contessa (John Hurt), che vive un’esistenza girovaga attraverso gli States grazie ai suoi due enormi pollici, che le permettono di muoversi in totale libertà grazie all’autostop. Tutto cambia quando si innamora, ricambiata, della cowgirl Bonanza Jellybean e, insieme alle altre cowgirls, decide di lottare contro il governo degli Stati Uniti e contro il loro misogino capo. L’apparente nonsense della trama ha trasformato il romanzo in un imperdibile on the road e il film in un tremendo insuccesso: ma la performance en travesti fornita da un camaleontico Hurt nei panni de La Contessa rimane indimenticabile.

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4) Solo Gli Amanti Sopravvivono

Grazie alla seconda collaborazione con Jim Jarmusch (dopo Dead Man), John Hurt regala l’immortale interpretazione di Marlowe, anziano vampiro dalla fragile salute, uomo dietro la grandezza eterna di Shakespeare e pilastro della letteratura britannica. Nonché fonte di sangue sicuro (e sano) per Eve e Adam (Tilda Swinton e Tom Hiddleston), vampiri a loro volta alla ricerca di nutrimento per sopravvivere. L’ennesima trasformazione – anche fisica, grazie a trucco e “parrucco” – permette ad Hurt di realizzare un breve ritratto dolente del portatore sano di un’antica cultura ormai a rischio d’estinzione in questi nostri cinici e decadenti tempi moderni.

3) Fuga di Mezzanotte

Quello di Max è il ruolo che lo ha portato a vincere un Golden Globe e a sfiorare la vittoria anche dell’Oscar; pur di accettare il ruolo, l’attore non si è troppo preoccupato del copione, improvvisando quindi sul set. Per calarsi al meglio nella parte evitò di lavarsi per giorni e giorni, tanto da spingere molti membri della crew a stargli lontano per via del forte odore che emanava: soluzioni drastiche che lo fecero notare dai membri dell’Accademy e che colpirono perfino Billy Hayes, l’autore dell’autobiografia che ha ispirato Oliver Stone nella realizzazione della sceneggiatura del film. Hayes nel suo romanzo evocava la brutalità dell’universo carcerario turco a partire dalla propria vicenda personale, quando fu arrestato all’aeroporto di Istanbul con 2 Kg di hashish e condannato prima a quattro anni di reclusione e poi all’ergastolo nel carcere di Sagmacilar.

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2) Orwell 1984

È il romanzo padre di tutti gli universi distopici figli degli incubi atroci generati dal Secolo Breve: ispirato al 1984 di George Orwell, il film di Michael Radford parte da un presupposto di fedeltà totale alla vicenda di Winston Smith, impiegato presso il Ministero della Verità del super – stato di Oceania, governato dal regime introdotto dal Grande Fratello. John Hurt interpreta il trentanovenne protagonista dividendo la scena di questo incubo moderno con attori del calibro di Cyril Cusack, Suzanna Hamilton e Richard Burton che regala la sua ultima interpretazione prima della scomparsa, avvenuta poco tempo prima dell’uscita in sala del film.

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1) The Elephant Man

È sicuramente l’interpretazione più toccante, camaleontica, impegnativa e commovente di John Hurt, quella che ha lasciato una traccia indelebile nella storia del cinema; un’interpretazione al servizio dell’inquietante – ed inquieto – genio di David Lynch, per la prima volta lontano dalle proprie ossessione e dagli incubi che ricorrono nella sua filmografia. Dividendo la scena con Anthony Hopkins, John Gielgud e Anne Bancroft (moglie del produttore del film, Mel Brooks), Hurt si nasconde dietro la pesante maschera di Joseph Merrick, meglio noto come “The Elephant Man”, l’uomo affetto da Sindrome di Proteo che segnò la storia (non solo della medicina) del XIX secolo e che ispirò il libro di memorie “The Elephant Man and Other Reminiscences” di sir Frederick Treves (medico che ebbe in cura l’uomo) e “The Elephant Man: A Study in Human Dignity” di Ashley Montagu, entrambi alla base dello script del film. Per realizzare la maschera indossata da Hurt per tutti i 123 minuti del film Lynch prelevò dei calchi direttamente dal corpo di Merrick, conservati nel museo del Royal London Hospital; un’ulteriore trasformazione fisica che permise ad Hurt di restituire il ritratto, sensibile e commovente, di un freak, di un fragile unheimlich frutto del sonno della ragione umana.

Ludovica Ottaviani

Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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